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Cronache

Caro Dario Fo,

sono un insegnante e pubblicista romano che da sempre sostiene la tua designazione a senatore a vita. Napolitano si è ben guardato dal fare il tuo nome, dall’assegnare quel titolo a te, homme de lettres, come è avvenuto in passato con Eduardo o con Mario Luzi, e lo ha assegnato, invece, a un economista bocconiano, al professor Mario Monti, perché doveva chiamarlo a un compito ben preciso: formare in tutta fretta un governo di tecnici, cioè di politici di razza, non certo per distribuire caramelle ai cittadini, ma per defraudarli dei loro già modesti averi, per mirare basso, per smantellare il loro stato sociale, per «salvare» il bel paese sulle spalle dei più deboli e dei soliti noti. Molto originale, vero?

L’approvazione dell’ultima riforma pensionistica, fatta in 15 giorni azzerando di colpo ogni gradualità, ogni transizione e ogni diritto acquisito, l’approvazione della cosiddetta riforma Fornero che ha creato il «mostro» degli esodati, votata anche dal Pd, ha finito per gettare un’ombra su questo partito tradizionalmente legato al destino dei lavoratori. E ora, com’era prevedibile, il Pd comincia a pagarne il fio. Ti seguo da sempre, dai tempi di Mistero buffo, che ti ho visto recitare alla Comune di Roma, e ho apprezzato che negli ultimi giorni, con molta sensatezza e generosità, hai additato in Beppe Grillo un sostenitore dell’eventuale governo guidato da Bersani.

Perché ti scrivo? Perché, dopo le esternazioni da te fatte nei giorni scorsi, ritengo che tu sia il grande mediatore della sinistra; perché, a mio avviso, dovresti prendere una posizione ancor più netta in questa direzione se davvero vuoi che la politica esca dall’attuale impasse e intraprenda le riforme vere necessarie all’Italia per voltare pagina. Non è più tempo di propaganda elettorale e gli Italiani, compresi quelli che hanno votato per il Movimento di Grillo, attendono che si compiano quelle riforme e che si passi dal sentimento di protesta a quello di responsabilità.

Paolo Mieli, indiscutibile giornalista di vaglia e manager editoriale, ha ammesso di aver votato per il grande paladino delle banche e di Equitalia. Un segnale che certamente dobbiamo intercettare. Anna Finocchiaro, che oggi ha dismesso ogni abito altezzoso, ha dichiarato su Facebook, alcuni mesi fa, incalzata da alcuni sui simpatizzanti, di aver votato le pensioni d’oro per «lealtà» e per «senso di responsabilità» nei confronti del Governo guidato da Mario Monti, lo stesso uomo per il quale ha votato lo specchiatissimo Mieli. Non ci stupiremo, allora, che il Pd abbia ricevuto una sonora sconfessione da parte del suo elettorato. Il popolo vale molto più della «lealtà» ad un governo non eletto sovranamente e imposto dall’alto. Ma lasciamo la pars destruens e passiamo alla pars costruens.

Vuoi vedere che a dare una virata a sinistra al nostro paese, martoriato dalle immoralità più sfrontate e più becere, saranno chiamati i grillini eletti alla Camera e al Senato? È vero che questo movimento nato sul web e cresciuto nelle piazze ha dichiarato di volersi dimezzare lo stipendio da parlamentari. E questo gli fa onore. Però tu sai che da soli i grillini non basteranno a compiere il passaggio storico. La «questione morale» – rivendicata da Berlinguer nel 1981 e ribadita oggi con vigore da Roberta De Monticelli – non ha mai trovato soluzione. Potrebbe essere il momento opportuno, quello decisivo. Ma occorre saperlo cogliere e non lasciarlo sfuggire. L’augurio è che il Pd, facendo tesoro dei molti errori commessi – fra cui l’appoggio incondizionato a Monti e l’approvazione della riforma Fornero – ritrovi la propria vocazione di sinistra e faccia finalmente qualcosa di epocale nella direzione della moralità, dell’equità e della solidarietà sociale. La storia glielo chiede e glielo impone. Ne va della sua dignità. Pena il fallimento.

La base del M5S, risorgendo dalle macerie di un sistema partitocratico sempre più sfasciato e sfilacciato, è tornata a reclamare, in forme vistosamente dimostrative, il proprio diritto di parola e di partecipazione al governo della polis. E non possiamo che salutarlo favorevolmente. Moralizzare il paese, sciogliere il nodo degli esodati, aprire sulla flessibilità in uscita per i futuri pensionandi, diminuire il numero di deputati e senatori, ridurre in modo cospicuo gli stipendi dei dirigenti e dei rappresentanti dei cittadini, risolvere il conflitto d’interessi: questi sono alcuni punti programmatici che il Pd intende mettere in pratica nell’immediato, una piattaforma a partire dalla quale cercare consensi e adesioni per restituire fiducia al popolo sovrano, stanco di tanto monotono ripetersi e avvicendarsi di malefatte, corruttele e nefandezze.

Ionesco racconta, nel suo Macbett, di un uomo al potere, di un principe malvagio che viene scalzato da un altro principe, generoso e giusto, che lo uccide e per questo fatto diviene egli stesso più vizioso, più cattivo e più feroce di colui che lo ha preceduto. Dopo di lui arriva un altro principe buono e così si ricade, ad infinitum, nella stessa situazione… Non c’è bisogno che continui nella traslazione dell’apologo del grande commediografo – che è una libera interpretazione della pièce shakespeariana – per far leva sulla tua sensibilità. Quel che spero è che i primi 100 giorni del prossimo esecutivo, come va invocando Vendola in questi giorni, diano una scossa elettrica all’Italia prostrata che grida, dispera e non ce la fa più.

I rappresentanti politici del M5S farebbero male ad arroccarsi in una posizione pregiudiziale. Hanno il dovere di prendere atto dell’incombenza che hanno dinanzi alla nazione in questa delicatissima congiuntura. Altrimenti si tornerà alle urne con 400 milioni di euro gettati alle ortiche, con un altro sacrificio e un’altra occasione sprecati. Abbiamo fiducia che la saggezza e la ragionevolezza possano illuminare le menti di questi giovani neoeletti – che amano farsi chiamare «cittadini», come ai tempi della Rivoluzione francese – in vista delle loro prossime mosse in parlamento. L’Italia ha bisogno di saldezza morale e politica per sottrarre il paese a ogni scilipotizzazione di turno e a ogni altro perverso trasformismo dell’ultima ora, sempre in agguato.

Sarà il ritorno all’ascolto della base che credevamo perduto? Sarà l’alba di una nuova era? Io, francamente, non lo so e lo chiedo a te. Ovviamente me lo auguro per il bene di tutti, per lo sviluppo, la crescita e il cambiamento del nostro paese. Se è vero comunque che è cominciata una «rivoluzione», come tu dici, questa non può essere frenata da mere petizioni di principio e deve essere supportata da un’attività operativa. Le petizioni sulla rete di Viola Tesi, di avaaz.org e del Giudice Imposimato (con il Movimento Cultura e Scuola e il Comitato Civico «Quota 96») vanno in questa direzione.

Grazie, Dario Fo, per l’attenzione e la disponibilità.

Giuseppe Grasso

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