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Cronache

Caro Presidente del Consiglio,

mi chiamo Lorenzo, sono un ragazzo fiorentino di 20 anni. Le scrivo perché, dopo quello che mi è accaduto tre anni fa, vedo un mondo che non è quello che mi avevano insegnato i miei genitori. Non vivo più a Firenze, perché sono morto a 17 anni il 2 giugno del 2010. Un uomo che guidava sotto l’effetto di alcol e droga ha invaso la mia corsia di marcia. Mi ha preso in pieno: pochi centesimi di secondo e la mia anima si è staccata dal mio corpo. Dal quel momento ho seguito tutto quello che è successo alla mia famiglia.

Sono molto dispiaciuto per tutto il loro dolore; sopravvivono solo grazie all’amore dei loro amici. Sono anche furioso nei confronti di Piero Passerò, che ubriaco e pieno di cannabis, si mette su una moto e viene addosso proprio a me che non bevo e non fumo! 45 anni lui, 17 anni io ma non c’era dubbio chi dei due fosse il più maturo. Quest’uomo mi ha tolto tutte le cose belle che avevo e che la vita mi avrebbe dato. Ho sempre creduto nella giustizia: chi sbaglia paga, chi uccide va in prigione. Invece con stupore non accade niente di tutto questo. Molti pensano che gli scontri stradali avvengano per caso o per destino.

Ma cosa c’entra il caso? L’omicida non lo sapeva che mettendosi alla guida in quelle condizioni poteva provocare uno scontro? E’ possibile che la vita valga così poco quando si muore uccisi per la strada? Sembra quasi che i morti sulla strada siano un tributo da pagare per la nostra società! Quassù ci sono tanti ragazzi italiani. Siamo tutti increduli nel vedere che i nostri assassini continuano a vivere esattamente come prima senza subire nessuna restrizione di libertà. Molti di loro purtroppo continuano a guidare alticci o drogati e a spingere sull’acceleratore! Sono diventato amico anche di un ragazzo inglese, ucciso come me da un ubriaco e drogato alla guida: il suo omicida è in carcere e lì rimarrà per 8 anni. Ho seguito ogni fase del mio processo. Ho visto il giudice che ha urlato contro mia mamma minacciando di buttarla fuori dalla stanza perché aveva proferito tre parole. Quello stesso giudice doveva ridurre di un terzo la pena di 5 anni e ha sbagliato il calcolo: invece di 3 anni e 4 mesi ha emesso una condanna pari a 2 anni e 8 mesi!

Ho pensato che un errore così grande sarebbe stato corretto. Invece il pubblico ministero non ha fatto ricorso. Se l’errore di aritmetica fosse stato in eccesso sicuramente i giudici lo avrebbero aggiustato. Certo ci vuole coraggio a chiamarla giustizia. Eppure, anche se io sono morto e non sono più lì con voi, il mio diritto ad avere giustizia esiste sempre e lo stato italiano dovrebbe difenderlo. La delusione è profonda ma io ho tanta fiducia nei giovani e nella loro voglia di cambiamento. Sapesse Presidente che giovani straordinari fanno parte dell’associazione che porta il mio nome. Sono fiero di loro quando, a scuola o nelle discoteche, parlano di me e spiegano che rispettare le regole sulla strada significa dare “vaLore alla vita”.

Questi ragazzi hanno raccolto 70mila firme in tutta Italia per introdurre il reato di omicidio stradale nel nostro codice penale perché in futuro possa esserci giustizia per le vittime e per prevenire le morti sulla strada. Questi giovani miglioreranno il mondo. Ed è unicamente ai loro interessi, caro Presidente, che lei dovrà pensare prima di assumere qualsiasi decisione politica, perché solo loro potranno ridare una dignità al nostro paese.

Lorenzo Guarnieri

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