Capresi irrita i numi e provoca un temporale
Ieri c’è stato –come ogni 3 del mese- un nuovo incontro a Trevignano organizzato dalla signora Gisella, presunta veggente.
Mi sono recato di persona all’evento di cui ho scritto diverse volte.
Si inizia con un sole coguaro che sembra voler bruciare tutto.
Raggi quasi perpendicolari, presaghi di imminenti solstizi estivi, rimbalzano e arroventano le auto mentre si sale dal paese di Trevignano sulla collina che lo sovrasta e da cui si può godere di un meraviglioso panorama del lago di Bracciano.
La strada sembra più una rampa di lancio per un missile. Ci si inerpica quasi verticalmente fin quando incominciano i blocchi.
Il primo è della polizia che cerca di dissuaderci dal proseguire ma non ha successo. Continuiamo con determinazione e raggiungiamo l’imbocco del sentiero sterrato dove ci sono sia i carabinieri che i vigili di Trevignano.
Qui la contrattazione ha meno fortuna e dobbiamo lasciare l’auto alla meno peggio su una piazzola e incamminarci a piedi per via Campo delle Rose, di cui avevo letto tante volte.
Ci incamminiamo con gli altri fedeli con il sole che non molla la sua presa, cercando di evitare il polverone delle auto di bisognosi, potenti e forse di raccomandati che comunque transitano.
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A piedi ci vogliono una trentina di minuti.
All’improvviso da lontano si apre uno squarcio: si vede una pianura con della gente e musica diffusa da grandi altoparlanti. Musica con litanie “peace and love”.
La località è recintata con il filo spinato modello Birkenau, particolare non molto in sintonia con i propositi pacifisti che il luogo dovrebbe avere, e c’è un banchetto sotto una tenda dove siedono gli organizzatori.
Non ci chiedono nulla ed entriamo.
C’è poca gente. Faccio una stima ricordandomi alcune formule matematiche: secondo me al massimo un centinaio, anche se poi dopo leggerò numeri sballati gonfiati verso l’alto.
Conquisto un posticino di sbieco dove riesco a vedere la signora Gisella che siede con il marito Gianni e tengono alternativamente l’ombrello in mano.
Dopo un po’ Gisella, i capelli freschi di parrucchiere, si alza in piedi e prima della recita del rosario legge un testo sul comunicato del vescovo Marco Salvi:
“Il fatto che abbia sconsigliato ai fedeli di partecipare agli incontri di preghiera – come tra l’altro è già storicamente ha fatto davanti a presunti casi di apparizioni mariane – non significa che siano obbligati a non partecipare, ma è giusto che si dia questo consiglio fino a quando non ci sarà il pronunciamento definitivo. Chi partecipa all’incontro di preghiera non viola nessuna norma”.
Insomma, la frittata è rivoltata con una certa insospettata sapienza dialettica. Non è una dilettante.
Parole rotonde piuttosto che puntute, atmosfera collaborativa.
Poi inizia la recita del Rosario.
Nel frattempo il baraccone dello spettacolo fa il suo corso.
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Cominciano ad udirsi schiamazzi in lontananza. I fedeli continuano la recita ma si guardano intorno turbati, mentre il servizio d’ordine identificato da pettorine bianche si volta preoccupato verso il lago. Guardo anche io e vedo un gruppetto che urla. Sono appunto “i giornalisti” –come li chiamano qui- che sono stati tenuti fuori e sistemati in fondo aldilà del filo spinato.
Il drappello si lamenta che gli ombrelloni impediscono le riprese ma i fedeli lo fanno apposta appunto per proteggere la privacy.
Innocenti come colombi ma astuti come serpenti.
Allora -come da copione- il gruppetto urlante si sposta e si mette sul fondo, ancor più lontano ma almeno in linea dritta.
Ad un certo punto, durante la recita, la signora Gisella si interrompe e cade in ginocchio fissando un punto indefinito del cielo dietro la statua della Madonna. Ci siamo.
Di botto tutto tace e si fa un innaturale silenzio. Non si sente volare una mosca.
Si capisce che le è apparsa la madonna o almeno questa è la narrazione condivisa.
All’unisono tutti i fedeli piombano in ginocchio. Sono in imbarazzo ed ho paura che mi scoprano, ecco forse perché i colleghi sono fuori, questi non scherzano e finisco come ne “Il Nome della rosa” in mano all’Inquisizione.
Mentre decido cosa fare fortunatamente la madonna decide di scomparire e così tiro un sospiro di sollievo che già la vigilanza comincia a sospettare. Compio segni di devozione per sviare l’attenzione.
Riprende la recita del rosario.
A quel punto il drappello di giornalisti ricomincia ad urlare capitanati da Paolo Capresi che nel suo dialetto dantesco intrattiene la vigilanza ad intervalli regolari, disturbando non poco la cerimonia.
In un primo tempo mi indigno, pensando a come trattano i giornalisti che sono tenuti fuori dal recinto manco fossero pericolosi criminali, ma in seguito capirò che è tutta una combine.
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La recita del Rosario finisce.
La veggente dopo un po’ cambia posto e tenta di leggere il nuovo messaggio mariano di quella che viene definita “la madonna della Collina”.
In lontananza si ode ancora Capresi che, arrampicato sul filo spinato, urla dando fondo ai suoi coloriti toscanismi.
Ed a questo punto avviene un intoppo imprevisto perché la signora Gisella si impalla su una parola che lei stessa ha scritto.
Momenti di panico. C’è un consulto con i consiglieri alla mistica che l’attorniano.
Gisella non riesce a leggere la sua scrittura. Mi viene da ridere ma mi trattengo per non essere beccato dalla vigilanza che sorveglia peggio che la Stasi il muro di Berlino e già mi teneva nel mirino perché non m’ero inginocchiato.
Poi il marito ha un guizzo geniale, di quelli che aveva Toninelli, e suggerisce la parola esatta: “ferocia”.
La veggente ci pensa, è imbarazzata, ma capisce che le conviene accettare anche se la consequenzialità logica del discorso c’azzecca poco e così continua.
Il nuovo messaggio mariano –come al solito- non brilla di ottimismo:
“La tribolazione sarà sempre più dura…questo è il tempo della preghiera. La strada che porta a Gesù è difficile ma riuscirete a superare tutte le insidie più feroci. Io sarò sempre con voi, non temete. Tante saranno le grazie che scenderanno su di voi».
Capresi, intanto, continua a urlare a favore di telecamere, ma non se lo fila nessuno, neppure i suoi che si sono rotti i cabasisi a causa del caldo e degli sputazzi che lo stesso Capresi lancia nella concitazione a destra e a manca. Meno male che ci sono gli ombrelli per ripararsi.
Il messaggio è breve, la delusione, almeno per me, è tanta.
Gli epigoni di Gioacchino da Fiore non mantengono le promesse. Tutto qui?
Gisella poi legge un messaggio in cui ringrazia il vescovo per l’istituzione della commissione di indagine.
Ramoscello di pace al Vaticano che la vuole fare fuori, ma non conosce i gesuiti. Io sì perché ci sono andato a scuola.
Il raduno è finito.
Ma c’è tempo, fortunatamente, per un extra.
Ricominciano le urla in zona Capresi mentre i fedeli sono in fila per il “saluto” alla veggente.
C’è un tizio slungagnone che litiga animatamente. Il giornalista lo eccita per farlo parlare e ci riesce benissimo. Mi avvicino.
Dice che in fila ci sono donne con tatuaggi a suo dire diabolici e poi c’è un’altra con un vestito di un colore che non gli piace. Un colore che è un segno di riconoscimento di qualcosa.
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Mi incuriosisco e torno in fila per capire meglio.
C’è una signora abbronzata con tatuaggi sul braccio. Mistiche sì, ma sempre alla moda.
Si tratta di una “A” di anarchia in un cerchio, niente di diabolico. Mi rassicuro.
Il tizio deve essere ben noto alla comunità perché lo lasciano parlare mentre se la prende di nuovo con delle donne. Torna da Capresi e ricomincia a litigare. Lancia anatemi sul drappello al di là del filo spinato. I colleghi e le colleghe si grattano i gioielli di famiglia, mentre il coraggiosissimo toscano, da vero prode della sua terra di mangiapreti, cerca di stuzzicare l’esagitato. Pare un film horror.
Ci avviamo all’uscita e lì scopro che sono tutti amici. Il mitico Capresi scherza con la vigilanza e i fedeli. Sono vecchi compagnoni che devono tirare su lo spettacolo, “maremma maiala!”, dice il nostro.
Nel frattempo si rannuvola tutto in pochissimi minuti e il sole improvvisamente sparisce.
Il drappello di finti contestatori si rende conto che forse una delle maledizioni che gli ha scagliato contro il tizio è vera e si cominciano a preoccupare.
Da nord avanzano velocissime ed improvvise nuvolacce nere come la pece. Fulmini e saette rimbalzano ovunque.
Si fa notte e pochi minuti prima c’era un sole implacabile.
Paolo Capresi scappa con la macchina della produzione lasciando a terra tutti. Si sa, lui è un ganzaccio della maremma e sa come gira il fumo.
Gli altri fuggono a piedi o in canotto, mentre si scatena il diluvio. Pure noi.
Siamo senza ombrello. Ci fracichiamo come pulcini. Mi dà un passaggio, nella parte finale, un adepto con ombrello che dice: “se non ci aiutiamo tra noi che seguiamo la madonna!”. Annuisco per non perdere il prezioso passaggio.
Purtroppo il tizio è buono ma non geniale. Ad un incrocio una folgore più forte delle altre gli fa perdere di lucidità e mi scappa per la tangente lasciandomi di nuovo esposto al cataclisma.
Fuggo via per un sentiero pensando a Capresi in macchina e mi associo alle maledizioni che gli ha tirato l’invasato.
Riguadagno la macchina e fuggiamo.
Dopo poche centinaia di metri mi accorgo che c’è di nuovo il sole coguarissimo dell’inizio e comincio a pensare che, in effetti, potrebbe esserci qualcosa di vero.
Il mio illuminismo vacilla.
La colpa –pénso- è stata tutta di Capresi che ha irritato l’invasato e la vigilanza, ma soprattutto la veggente che magari si è rivolta ai suoi canali privilegiati ed è venuto giù il mondo.




