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Via D’Amelio, un teste rivela: “Mai analizzate le cicche sul tetto”

via d'amelio

Le indagini su via d’Amelio, all’indomani della strage si concentrano subito sulla Fiat 126 utilizzata come autobomba” e fu quest’attivita’ investigativa che condusse gli inquirenti a Vincenzo Scarantino, il falso pentito utilizzato nella prima inchiesta sull’attentato contro il giudice Borsellino e poi smentito dalle nuove indagini cui ha dato impulso il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza. A ricostruire i passaggi invesgiativi e’ statoFerdinando Buceti, all’epoca della strage funzionario della Dia di Caltanissetta, che ha deposto oggi in Corte d’Assise nell’ambito del processo “Borsellino quater”.

Nei pressi del luogo dell’esplosione, ha ricordato il teste, venne trovato un blocco motore appartenente all’autobomba. Dal numero di serie, ancora visibile, si accerto’ che apparteneva a una Fiat 126 rossa, intestata a Maria D’Aguanno, il cui furto era stato denunciato il 10 luglio 1992 presso i carabinieri della stazione di Palermo-Oreto da Pietrina Valenti. Gli inquirenti decisero di intercettare l’utenza telefonica di Simone Furnari, marito della Valenti. “Dall’ascolto -ha riferito Buceti- scopriamo un episodio di violenza carnale in cui sono coinvolti Luciano Valenti e Salvatore Candura. Candura ammette che il furto della 126 e’ stato commesso da lui su commissione di Vincenzo Scarantino, che insieme ai fratelli gestisce grossi traffici illeciti nella zona della Guadagna ed e’ imparentato con un esponente della criminalita’ mafiosa, Salvatore Profeta, sposato con la sorella di Vincenzo, Ignazia Scarantino, inserito nella cosca mafiosa di Pietro Aglieri ed implicato in vari processi penali per associazione mafiosa, armi e droga. Il 26 settembre 1992 viene arrestato Vincenzo Scarantino per strage, furto aggravato ed altro”.

Buceti ha poi affermato che “il 7 gennaio 2010 il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari ricevette una telefonata da un sedicente professore, Guidotto il quale riferiva di avere notizie, tramite un suo amico giornalista, sulle stragi di via D’Amelio e Capaci. Quella telefonata -ha riferito ancora il teste- ci porta ad un noto frequentatore delle patrie galere, Vincenzo Pipino, ladro di professione che avrebbe ricevuto delle confidenze sulla strage di via D’Amelio e personaggio noto ad Arnaldo La Barbera, all’epoca dirigente della Squadra Mobile di Venezia”. Secondo il funzionario della Dia,”nell’ottobre del ’92, dopo un incontro in carcere fra Pipino e La Barbera e sul quale non c’e’ traccia fra le relazioni del carcere, Pipino viene prelevato da Regina Coeli e trasferito a Venezia secondo un accordo siglato proprio con La Barbera, il quale gli avrebbe promesso che lo avrebbe trattato bene se avesse accettato di stare in carcere, all’interno di una cella microfonata, con Vincenzo Scarantino. Pipino -secondo Buceti- riferi’ a La Barbera che Scarantino non faceva altro che piangere, si proclamava innocente e temeva che venisse scoperta una sua relazione extraconiugale. Pipino riferi’ inoltre a La Barbera che stavano preparando alcuni attentati nel Continente. Da qui la decisione di La Barbera di trasferire Pipino in cella con alcuni personaggi della Magliana dai quali apprese che si stavano preparando attentati nei confronti di un direttore di una testata giornalistica e a Firenze”.

TESTE, MAI ANALIZZATE CICCHE SU TETTO PALAZZO VIA D’AMELIO – “Le cicche ritrovate sulla terrazza di palazzo Graziano, in via D’Amelio, non vennero mai analizzate”. Lo ha affermato Ferdinando Buceti, funzionario della Dia, che ha despoto oggi in Corte d’Assise a Caltanissetta nel processo “Borsellino quater”. Il teste ha parlato degli atti investrigativi compiuti in via D’Amelio dopo la strage del 19 luglio del 1992 in cui mortino il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta. Buceti si e’ riferito a un edificio, ancora in costruzione, di fronte a quello in cui abitava la famiglia del magistrato. “Un fascicolo fotografico realizzato dalla polizia scientifica, riproduce la presenza in terrazza, di piante, mozziconi di sigarette e ante poggiate sul davanzale”, ha affermato il funzioario della Dia, secondi cui “dalla terrazza di questo immobile c’era la possibilita’ di vedere tutta via d’Amelio e in particolare il luogo in cui si verifico’ la deflagrazione. Vennero eseguite immediatamente delle perquisizioni nelle abitazioni dei fratelli Graziano -ha aggiunto- ma non emerse nulla ai fini delle indagini”. Secondo quanto affermato da Buceti, i costruttori Graziano “erano considerati vicini alle consorterie mafiose che operavano in quella zona e in particolare al mandamento di Resuttana capitanato dalla famiglia Madonia”.