Carenza di medici e liste d’attesa, l’allarme di Quici: “Servono assunzioni o il sistema crolla”
Mentre il Governo rivendica uno stanziamento record per il Servizio Sanitario Nazionale, il mondo della sanità guarda alla Manovra con forti dubbi e perplessità. Da una parte l’esecutivo mette sul piatto due miliardi e mezzo di euro, dall’altra medici e professionisti della salute denunciano una ripartizione a pioggia delle risorse che rischia di perdersi nei bilanci regionali senza risolvere i problemi strutturali di ospedali e territori.
Ma dietro il costante scontro sui numeri della legge di Bilancio si gioca una partita ben più decisiva: quella per la tenuta stessa della sanità pubblica. Le risorse stanziate verranno davvero utilizzate o rimarranno soltanto sulla carta? Come si combatte l’esodo dei medici e l’allungamento infinito delle liste d’attesa senza sbloccare i tetti di spesa per le assunzioni? E soprattutto, ha ancora senso finanziare la tecnologia e le strutture senza avere il personale per farle funzionare?
A fare il punto è Guido Quici, Presidente della Federazione CIMO-FESMED, che ad Affaritaliani analizza le criticità della manovra finanziaria e indica gli interventi necessari per salvare il sistema sanitario.
La manovra prevede un aumento delle risorse per la sanità, ma voi sostenete che non basterà a migliorare il SSN. Quali sono le principali criticità?
“Tutte le manovre stanziano risorse: in passato si parlava di un miliardo, oggi siamo a due miliardi e mezzo. Il primo dubbio riguarda però l’effettivo utilizzo di queste cifre: i fondi stanziati vengono davvero spesi tutti o rimangono sulla carta? Pensiamo al miliardo stanziato anni fa per assumere personale nelle Case della salute, mai arrivato, o ai fondi per l’adeguamento delle tariffe dei ricoveri (DRG), mai realmente incrementate. Se le risorse non vengono vincolate a una destinazione precisa, finiscono per disperdersi nei bilanci regionali senza produrre effetti.
Entrando nel merito dei nuovi fondi: di questi 2,5 miliardi freschi, ben 1,6 miliardi sono destinati a spese extra-SSN per gli over 75, come le cure odontoiatriche. Sarebbe stato molto più opportuno impiegarli per ampliare i LEA (i Livelli Essenziali di Assistenza), consentendo ai cittadini di accedere a prestazioni a totale carico del sistema pubblico che oggi la sanità non riesce a erogare.
C’è poi il capitolo personale: si interviene sull’emergenza dei Pronto Soccorso, ma a causa del blocco del tetto di spesa che dura da vent’anni mancano medici in tantissimi altri reparti. Si usano i fondi del PNRR per acquistare grandi macchinari e tecnologie che rischiano di rimanere inutilizzati proprio per carenza di organico, come accade per i radiologi.
Questa manovra non segna la svolta necessaria, ma segue la solita logica dei finanziamenti a pioggia alle Regioni senza controlli stringenti. Alla fine è la solita manovra finanziaria: l’opposizione parlerà di “quattro soldi” e il governo rivendicherà di non averne “mai stanziati così tanti”. La verità è che, che siano pochi o tanti soldi, le risorse devono essere vincolate e soprattutto utilizzate per gli obiettivi prefissati dalla finanziaria”.
Senza nuove risorse per ampliare le prestazioni, quale sarà l’impatto della manovra sulle liste d’attesa e sui cittadini?
“Se l’organico diminuisce a causa della fuga dei medici dal settore pubblico e il numero di prestazioni erogabili resta invariato, è inevitabile che le liste d’attesa non possano migliorare. In sanità è l’offerta che genera la domanda: aumentando l’offerta di prestazioni si intercettano sia i bisogni di salute espressi sia quelli inespressi. Potenziando la prevenzione secondaria e gli screening emergono patologie che altrimenti verrebbero scoperte troppo tardi; curare prima significa prevenire complicanze e ridurre i costi futuri per il sistema.
Senza investimenti nell’offerta e nella prevenzione, i cittadini continueranno a subire attese estenuanti. Ma per erogare prestazioni servono i professionisti: offerta e personale sanitario vivono in totale simbiosi. Serve una regia centrale rigorosa: non basta che il Governo stanzi i soldi, occorre un controllo stringente su come le Regioni li impiegano, assicurandosi che le risorse vengano utilizzate nel posto giusto e al momento giusto”.
Quali interventi concreti servirebbero per affrontare la carenza di medici e valorizzare il personale sanitario?
“Serve semplicemente la volontà politica di sbloccare il tetto di spesa e mettere a disposizione le risorse necessarie per indire i concorsi e assumere. Inoltre, bisogna prendere atto che la sofferenza non riguarda soltanto i Pronto Soccorso: mancano anatomopatologi, medici nucleari e soprattutto chirurghi. A breve rischiamo un vero e proprio dramma nella chirurgia, dove le scuole di specializzazione stanno andando deserte. I medici del settore pubblico vanno incentivati e valorizzati concretamente, altrimenti il sistema crolla”.
Quali modifiche chiedete al Governo durante l’iter parlamentare della legge di Bilancio per rafforzare davvero la sanità pubblica?
“È chiaro che occorre una riforma strutturale che metta d’accordo ospedali e territorio. Oggi abbiamo due riforme, due decreti ministeriali — quello ospedaliero e quello territoriale — che molto spesso non dialogano tra loro. Per questo le Case della salute stentano a partire: c’è il problema dei medici di medicina generale e mancano gli infermieri, rendendo difficile farle operare realmente.
I fondi del PNRR sono stati usati per attivare le strutture, ma non sono state riempite di contenuti. E i contenuti chi sono?I medici specialisti e gli infermieri che erogano le prestazioni. Il problema è proprio questo: se non facciamo dialogare la rete ospedaliera con quella territoriale e non diamo le risorse necessarie, le Case della salute resteranno soltanto sulla carta. Nel Centro Italia diverse realtà sono già operative, ma al Sud la situazione stenta drammaticamente a decollare”.
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