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Cronache
McDonald's, l’insostenibile leggerezza del non essere

Un giorno lontano intorno al 45 a.c., Cesare Ottaviano, appena maggiorenne e futuro, Augusto, verso mezzodì, chiese al padre Giulio Cesare:

“Babbo, c’ho fame, se famo un panino?

“Certo caro Cesarino, volentieri! Anche perchè me devo ripijà dalla guera in Gallia, sti Francesi nun li reggo, fanno li galli e m’hanno sdrumato” – rispose il Divo. “Come lo voi? Cor garum (ovvero pasta d’acciughe, ndr)? O cor pecorino? Oppure ce potemo mette l’anduja, la fanno giù i calabri, ma me sa che te se ripropone. Pè l’abbacchio nun è stagione.”

 

E Cesarino Ottaviano: “ok babbo, grazie, direi quasi quasi de farsi er garum, che ne dici?

“Ottima idea, sò d’accordo”

“E ando se lo famo?”

“Boh, magari dar fornaio. Potemo annà dar pizzicagnolo a Campo Marzio vicino a dove sta quer simpaticone de Marco Vipsanio Agrippa, così ce spiega pure come vò fa er Pantheon”. Oppure da n’antro bar”.

“Ok babbo, annamo là, e daje”.

 

Eh si, ai tempi la distribuzione era frammentata e la segmentazione era cosa ignota, cosi come la differenziazione dell’offerta.

Un salto di quasi 2.000 anni. E’ il 1908, Henry Ford inventa l’auto: tutti possono avere un’auto, puchè sia nera e sia una Ford T. E’ la scelta di Hobson, una scelta apparentemente libera ma in realtà obbligatoria.

Focus sulla produzione, la catena di montaggio e le economie di scala.

Pochi anni dopo si sveglia la General Motors. Colori, modelli, motorizzazioni diverse: focus su economie di scopo e cliente, differenziando l’offerta.

Altro salto nel tempo, 2018. I valori, la diversity e l’inclusion: di colore, età, etnia, genere, religione, alimentezione, orientamento sessuale, status socio economico. Applicata, si dice, da tante multinazionali: Apple, Coca Cola, Lego, Mattel, Ikea, e la lista è teoricamente infinita.

Nella lista c’è anche McDonalds, o almeno ci dovrebbe essere. Sul sito della Corporate sono solenni: “Inclusion & Diversity: At McDonald’s we are moving from awareness to action. Our goal is to have people within our organization working and living to reach their full potential. We believe that leaders hold themselves accountable for learning about, valuing, and respecting individuals on both sides of the counter. At McDonald’s, diversity and inclusion are part of our culture – from the crew room to the Board Room. We are working to achieve this goal every day by creating an environment for everyone to contribute their best”. http://corporate.mcdonalds.com/mcd/our_company-old/inclusion_and_diversity.html

E ancora, I valori: “It begins with delivering a great restaurant experience every time. Our owner/operators, suppliers and employees work together to meet customer needs in uniquely McDonald's ways”.

 

Ma sarà vero? E poi sul sito di McDonalds Italia di questi temi invece non v’è traccia. Forse ci sarà un motivo.

In effetti basta l’esempio del Mc Donalds sulla Milano - Genova. Andando a Genova ci si ferma all’Autogrill e si attraversa il passaggio sotto l’autostrada. Se si ha la fortuna di passare in un giorno o dopo un giorno di pioggia si ha l’emozione di sentirsi a Venezia con l’acqua alta: il sottopassaggio è allagato e qualche anima provvida ha posizionato delle grandi mattonelle di cemento sulle quali zompare da una all’altra cercando di non cadere nella marrana per poi approdare ad un telo di plastica semigalleggiante.

Viene in mente il ponte Morandi  sullo stesso asse viario, tragicamente crollato due settimane fa.

Certo, fatti e gravità infinitamente diverse, ma le infrastrutture sono infrastrutture, o almeno dovrebbero esserlo.

Si attraversa il sottopassaggio se si riesce e si arriva al McDonalds e si fa la fila ad una delle casse, modello benzinaio, e per chi ama la cucina mediterranea ci si tura il naso. Sembra che i bambini siano attirati come una calamita dall’“Happy Meal”, dove di “happy” non si capisce cosa ci sia se non un gadget di dubbia utilità e valore ma di grande attrattività, mentre di “mealde gustibus non est disputandum.

E quindi dopo oltre 20 minuti di fila ordiniamo un bell’happy meal per un bambino di 9 anni, celiaco. E qui viene il bello; l’happy meal per i celiaci non è previsto!

Si chiede una spiegazione. Per i bambini celiaci c’è il panino celiaco, che costa di più del panino normale. E l’Happy meal, la cui sorpresa è quella che ci fa superare un paio di fatiche di Ercole per arrivare alla fatidica ordinazione per far contento il piccolo? No. Bosogna prendere i singoli componenti separatamente.

Quindi il panino, le patatine e la bibita separati. Si paga ovviamente di più, ma pazienza.

E la sorpresa? No, quella è solo nell’Happy meal e la sorpresa non può essere venduta a parte.

Neanche pagando un extra che integri il prezzo del maggior costo del panino celiaco o la sorpresa stessa. Quindi non c’è soluzione.

La store manger, che per riservatezza chiameremo Sigfrida, è inflessibile, spietata, dura, e a voce alta, davanti al bambino: “il bambino non può avere la sorpresa se deve mangiare celiaco. Prenda il panino celiaco senza sorpresa”.

Ma guardi che è un bambino, ha diritto ad un Happy meal, come tutti i bambini del mondo. Non ci sono bambini brutti o bambini belli, bambini scemi e bambini intelligenti, bambini chiari e bambini scuri, bambini con un diritto e bambini senza. I bambini sono tutti uguali.

Del resto il sito di McDonalds Italia del resto recita “Happy meal per tutti i bambini. E’ il menù per tutti gusti”.

happy meal
 

 

https://www.mcdonalds.it/famiglia/tutto-su-happy-meal

 

Manco per niente.

E Sigfrida, sempre arrogante e sprezzante: “Compri a questo punto al bambino l’Happy meal normale”.

“Ma signora, lei c’è o ci fa? E’ celiaco!”. Tutto davanti al bambino. Che fortunatamente non scoppia a piangere. E un’altra ragazza alla cassa più in la “ma guarda se con tutta questa gente dobbiamo avere pure il problema di questo bambino”.

Store manager, che ruolo fondamentale per una catena retail. E’ quello che deve gestire il cliente, prima di tutto. Deve conoscere, ammesso che vi siano, i valori dell’azienda per la quale lavora, recependoli dalla Direzione e dalla relativa governance, che devono diffonderli dall’alto, e trasmetterli al personale e alla gestione del cliente. Il cliente che gli dà da mangiare, prima ancora di essere alimentato egli stesso.

Se poi c’è un bambino di mezzo non esistono scuse che tengano.

La standardizzazione, l’astrazione dal mondo reale, dal cliente, dall’uomo, dal bambino. La regola generale, globale, sbagliata, vince sui valori. I valori e il buon senso che dovrebbero essere anteposti davanti a qualunque cosa. L’uomo al centro, non la procedura, l’arroganza e l’imbecillità più assoluta.

La standardizzazione e la centralizzazione che se mal impostati e gestiti rendono il retail moderno un oggetto asociale, da boicottare, piuttosto che una casa dove andare.

Ma la “M” non doveva ricordare l’arco dorato, la casa o, c’è chi dice, il seno materno?

Fortunatamente esiste l’escalation. Il retail manager, che per semplicità chiameremo Antoine. Il quale,  raggiunto al cellulare in una afosa domenica di agosto, fa una deroga. Viene incontro al bambino. Troppo gentile, troppo uomo. Ma è un favore.

 

A quanto pare i bambini non sono tutti uguali. Sono diversi. Alla faccia dei valori, della diversity e del relativo rispetto. Cosa ci vuole a mettere un panino celiaco nell’Happy meal per far felice e soprattuto rispettare un bambino che non può mangiare glutine, anche pagando la differenza? E per non farlo sentire ghettizzato?

E un bambino Indiano o chi non mangia carne? Può cambiarlo con un panino col pollo o uno vegetariano? Lasciando ad un bambino la gioia di un “Happy meal” con sorpresa?

Un problema grave, al quale ci si deve augurare che l’azienda ponga presto e bene un corretto e serio rimedio.

 

“Ottavià, allora se famo er garum coll’anduja?

“Va bene babbo, ma lo potemo annà a magnà da McDonalde e lo famo mette nell’happy meal?

“Corcacchio Cesarì. A parte er fatto che fortunatamente ancora nun esiste e lo inventeranno fra dumila anni, ma comunque io me sparo un ber panino cor garum dar pizzicagnolo dove se farà er Pantheon. So fatti en casa e se je chiedo de levamme l’ajo me lo leveno e magari ce metteno anche un pò de trippa e de pecorino, pè arricchirlo un pò. E me fanno pure’n bel sorriso”.

“Ma c’hanno pure er pane celiaco?”

“E che è er pane celiaco ? Io ho sentito parlà in Gallia della bacchetta, o come se chiama, e dalle parti della Siria der pane azzimo (co’ du’ zeta senno’ è erore). Ma mejo senza pane si nun lo poi magnà, e soprattutto se magnamo una cosa bona e sana dove li valori der rispetto, dell’amicizzia e der volemose e magnamo bene so’ ancora de casa”.

 

Luca_greco@hotmail.com

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