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Migrazione, Toninelli, Giustizia. Retroscena sulla crisi improvvisa Lega M5S

Cosa nasconde la caduta del governo. Nulla di pianificato. E’ stata la classica goccia che… L’asse Conte-Mattarella e Zingaretti hanno dato il colpo di grazia

Migrazione, Toninelli, Giustizia. Retroscena sulla crisi improvvisa Lega M5S
toninelli ape

Chi comandava nel governo dopo la vittoria della Lega alle Europee? Tutti avrebbero scommesso sul leader leghista Matteo Salvini, sepolto da un consenso quasi plebiscitario. In realtà la leadership del leghista si è nel tempo manifestata solo con moniti che i 5 Stelle non hanno preso sul serio, convinti che mai si sarebbe arrivati ad una vera rottura.

 

Infatti, ancora poche ora fa, nessuno era pronto alla crisi ed è stata davvero una decisione improvvisa, tutt’altro che pianificata a tavolino, quella che ha portato Salvini alla rottura: la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso.

 

Ecco perché

I 4 punti che hanno fatto cadere il governo giallo-verde.

 

Questione numero 1: il ministero delle Infrastrutture.

Sono settimane che ambienti di vertice del Movimento 5 Stelle invitano il ministro Danilo Toninelli alle dimissioni. Ufficialmente non lo ammetteranno mai ma la questione Tav è diventata dirompente nello scontro con la Lega, soprattutto dopo la decisione dell’Unione Europea di coprire parte delle spese dell’opera, facendo così pendere in attivo il rapporto costi-benefici.

 

“Se sulla Tav votate no ci saranno conseguenze”, avevano minacciato i leghisti disposti ad approvare una mozione di qualsiasi gruppo favorevole all’Alta velocità. Pochi giorni fa il M5S presenta addirittura in Senato una mozione contro l’opera e la maggioranza dei parlamentari la boccia (come atteso, la mozione serviva solo a dare una segnale identitario alla base del movimento, della serie “non stiamo tradendo”).

I leghisti aspettavano a quel punto che Toninelli si facesse da parte, come segnale di distensione, ma non è accaduto. Anzi, sembra che il responsabile del dicastero fosse disposto a cedere la poltrona delle Infrastrutture ma in cambio di un altro ministero. L’operazione avrebbe dovuto seguire una precisa strategia, salvando capre e cavoli, cioè concentrando Toninelli su un nuovo grande impegno e trovandogli come sostituto una figura favorevole all’Alta velocità. Ma le tappe dell’avvicendamento non sono state neanche abbozzate. Da qui l’irritazione mista a disillusione dei leghisti.

 

Questione numero 2: aprire i porti, lo scontro con il ministro della Difesa Elisabetta Trenta.

Salvini ha da sempre concentrato l’immagine della Lega su campagne dure contro l’immigrazione: riducendo così gli sbarchi (in continuità col ministero Minniti) e imponendo all’Italia interventi in autonomia, vista l’assenza di una politica europea. Un approccio diventato una bandiera. Ma soprattutto nelle ultime settimane, Elisabetta Trenta, ai vertici del ministero della Difesa, invece ha più volte dichiarato di preferire il contrario, cioè un’azione coordinata con le autorità internazionali, anche riaprendo i porti italiani. Ha anche rilasciato ai giornali dichiarazioni negative sull’approccio di Salvini. Da qui un’escalation sempre più dura con il ministro leghista furente vista la messa in discussione della battaglia simbolo del suo movimento.

 

Punto numero 3: una riforma della giustizia pasticciata

Se lo scandalo Palamara, il caso di decine di magistrati finiti sotto inchiesta e che ha portato alla luce un legame, almeno in certi ambienti, tra vertici delle toghe e i vertici politici della sinistra, aveva dato la stura ad una riforma della giustizia che rimettesse al centro l’autonomia della magistratura, la riforma Bonafede si è manifestata come inadatta e pasticciata. In estrema sintesi più che sottoporre i magistrati a verifiche stringenti si è palesata nelle sue linee guida come un provvedimento che amplia gli spazi di discrezionalità delle toghe, riducendo così le garanzie per i cittadini. Da qui la contrarietà leghista.

 

Punto 4: la congiuntura Zingaretti

Nelle ultime ore i vari scambi tenutisi tra Di Maio, Salvini e Conte non erano riusciti a sciogliere i tre nodi, la questione Toninelli, il caso Trenta e la riforma giustizia, anzi sembra abbiano dato il colpo finale alle attese leghiste. Nodi totalmente impantanati da essere valutati come irrisolvibili.

La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso in un quadro già problematico e confuso.

 

In questo anno e mezzo di governo giallo-verde il consenso per Salvini è cresciuto nel Paese proporzionalmente al rischio paralisi del governo. Ma l’incognita Sergio Mattarella, che anche con una caduta della maggioranza eviterebbe il voto in favore di un’esperienza tecnica M5S- Pd, ha più volte dissuaso Salvini dallo staccare la spina. Il capo del Carroccio ha anche manifestato irritazione per l’asse creatosi nel tempo tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Un asse sempre più forte e condito da scadenze istituzionali non sempre gradite alla Lega. Il leader del Carroccio vede in Mattarella l’unico ostacolo alle riforme che intende approvare ma al tempo stesso sa benissimo che questi sarebbe disposto a indire nuove elezioni unicamente in caso di mancanza di numeri in grado di costituire una qualsiasi maggioranza alternativa.

La novità è arrivata netta e dura dal campo avversario. L’approccio del nuovo segretario Pd Luca Zingaretti, dichiaratosi più volte e apertamente favorevole al voto (con una nuova tornata elettorale potrebbe spazzare via i renziani dal parlamento), ha dato il colpo finale alla falla giallo-verde, facendo pendere la bilancia verso la rottura. Da qui la decisione di Matteo Salvini, inattesa e improvvisa, nonostante le rampogne di molti media pro Pd che la danno per fatta circa un anno, cercando in questo modo solo di sollecitarla.