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Morte sul lavoro a Carrara, sentenza del Tribunale: oltre 2,2 milioni alla famiglia di Luca Savio

La decisione del Tribunale di Massa per la morte del quarantenne Luca Savio a Carrara. Respinta la tesi del concorso di colpa: condannati in solido l’azienda e il gruista

Morte sul lavoro a Carrara, sentenza del Tribunale: oltre 2,2 milioni alla famiglia di Luca Savio
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Carrara: morto schiacciato da un blocco di marmo, maxi risarcimento alla famiglia

Venne travolto e ucciso da un blocco di marmo di oltre quattro tonnellate appena due giorni dopo l’ingresso in un’azienda di Carrara. Per la morte di Luca Savio, 40 anni, di Carrara, il Tribunale di Massa ha condannato in solido la ditta che lo aveva ingaggiato e il gruista alla guida del mezzo impegnato nella movimentazione del blocco a risarcire la compagna e la figlia di nove anni dell’operaio con oltre 2,2 milioni di euro, oltre agli interessi e a più di 80mila euro di spese legali. La compagnia assicurativa della società dovrà coprire fino a 927mila euro. La notizia è riportata oggi dal quotidiano “Il Tirreno”.

L’infortunio mortale risale all’11 luglio 2018 e avvenne nel deposito della Fc Autogru, in viale Zaccagna ad Avenza. Savio era stato assunto con un contratto della durata di appena sei giorni, dopo un periodo di precariato. Quel giorno si trovava nel piazzale durante le operazioni preliminari alla movimentazione di un blocco di marmo del peso di 4.430 chilogrammi. Secondo quanto ricostruito nel procedimento, l’operaio venne colpito alla schiena dal blocco e morì nell’area di lavoro. Nel corso della causa, l’azienda e il gruista avevano sostenuto anche un possibile concorso di colpa della vittima, richiamando tra gli altri elementi la presunta assenza del casco protettivo.

Un’ipotesi respinta dal giudice Michele Fornaciari. Nella sentenza, come srive “Il Tirreno”, il magistrato sottolinea che non è stata fornita alcuna prova di una corresponsabilità di Savio. Se nell’area non avrebbe dovuto trovarsi alcuna persona durante la movimentazione, osserva il giudice, le possibilità erano due: o l’operazione era iniziata nonostante la presenza dell’operaio, oppure Savio si era avvicinato a movimentazione già iniziata. In quest’ultimo caso, secondo il Tribunale, sarebbero stati i convenuti a dover dimostrare tale circostanza.

Respinta anche la contestazione relativa al casco. La sentenza rileva che, considerata la dinamica dell’incidente, il dispositivo di protezione non avrebbe comunque inciso sull’esito: Savio era stato colpito alla schiena dal pesante blocco di marmo. Inoltre, viene sottolineato, agli atti non vi sarebbe la prova dell’effettiva assenza del casco. Il Tribunale ha quindi riconosciuto la responsabilità dell’azienda e del gruista, ritenendoli tenuti in solido al risarcimento dei danni provocati dalla morte dell’operaio.

Nella ricostruzione delle responsabilità, il giudice ha attribuito rilievo anche alla natura dell’attività svolta. La movimentazione di un blocco di marmo delle dimensioni di quello coinvolto nell’incidente, si legge nella sentenza, deve essere considerata un’attività pericolosa sia per chi conduce il mezzo sia per l’imprenditore, titolare degli obblighi di sicurezza sul luogo di lavoro. Da questa qualificazione, secondo il Tribunale, deriva l’obbligo di dimostrare l’adozione di tutte le misure necessarie a prevenire il danno. Una prova che, nel caso esaminato, non è stata fornita.

La morte di Savio aveva colpito duramente il comparto lapideo apuano, già segnato negli anni da numerosi incidenti mortali. Una nuova tragedia sul lavoro che, a distanza di otto anni, trova ora un punto fermo sul piano civile con il riconoscimento delle responsabilità e il maxi-risarcimento destinato alla famiglia dell’operaio.

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