Gino Paoli è uno dei personaggi chiave della scena musicale italiana, un personaggio dalla vicenda esistenziale tormentata e intensissima che ha dato un contributo decisivo all’evoluzione della canzone, un individualista spigoloso che ha anticipato le caratteristiche della figura del cantautore. Sono sue alcune delle canzoni più belle e famose mai scritte nel nostro Paese: “Senza fine”, “Il cielo in una stanza”, “Sapore di sale”, “Che cosa c’è”, “La gatta”, “Una lunga storia d’amore”, titoli sufficienti a far rimanere ben impressi nella memoria collettiva il suo nome e la sua musica. È morto oggi, a 91 anni, lo ha annunciato la famiglia in una nota in cui chiede la massima riservatezza.
In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera e apparsa su “Sette” nel 2004, Gino Paoli ha affrontato il tema della morte. Ecco qui il testo integrale:
“Sono a casa di Gino Paoli, davanti a un poggiolo sospeso tra il cielo e il mare della Liguria, perché la serie di interviste che state leggendo su 7 l’abbiamo intitolata “Senza fine”, e lui era perciò una tappa obbligata. In realtà con quella celebre canzone d’amore, scritta per Ornella Vanoni, la morte non c’entra molto. Oppure sì? «Sì, perché l’amore» sostiene Gino «è la miglior finzione conosciuta di immortalità. Infatti si dice ti amerò per sempre, oppure non ti lascerò mai. È l’immortalità più credibile che ci sia. Credo di averlo spiegato meglio in un’altra canzone, Una lunga storia d’amore: “Fai finta di non lasciarmi mai/ Anche se dovrà finire prima o poi/ Questa lunga storia d’amore/ Ora è già tardi, ma è presto se tu te ne vai…”».
Però, obietto, definiamo l’orgasmo una «piccola morte». «Ma perché la morte è una fine e un inizio insieme. Una Signora a me molto familiare, che mi accompagna da quando sono nato: sarà perché ho vissuto da bambino cinque anni di guerra, e di morti ne ho visti tanti. Non mi fa neanche paura. Mi fa paura arrivarci, questo sì, non riesco a pensarmi senza l’uso delle gambe, o delle braccia, o della testa».
A ventinove anni hai tentato di ucciderti. Perché si può desiderare la morte a quell’età? «Perché si è un po’ stupidi. Si pensa di aver avuto già tutto, di aver visto tutto, di sapere tutto, di non avere più desideri». Noia, insomma? «Non è esatto. Nel mio caso era piuttosto appagamento: mi sembrava di aver fatto tutto ciò che meritava di esser fatto». E ti sparasti. Un colpo al cuore. Con una Derringer. Alquanto romantico come modo per farsi fuori… «Ci tenevo a non dare uno shock a mia madre. Non volevo che vedesse il mio corpo sfigurato. E allora non potevo lanciarmi dal balcone, o spararmi alla testa. Provai prima con le pillole, ma per quanto fossero piacevolmente accompagnate dal Calvados, dopo averne ingurgitate una ventina mi ero rotto le palle. Mi stesi sul letto e mi sparai al cuore. Ma nemmeno così ci riuscii».
Luigi Tenco invece ci riuscì. Lo fece per la stessa ragione? «Per quella opposta, credo. Lui era tutt’altro che soddisfatto, gli sembrava anzi di non aver avuto quello che si aspettava dalla vita». Chiedo a Gino Paoli se ha mai pensato che il suo Luigi, il suo caro amico Luigi, il musone in pubblico che diventava invece un buontempone nelle loro comuni “zingarate”, possa essersi sparato per imitarlo. Sarebbe un bel peso sulla coscienza, immagino. Lui ci pensa un po’ e ammette: «Il dubbio ce l’ho ancora oggi. In fin dei conti il suo fu un coup de théâtre. Ma non mi sono mai sentito in colpa per quello che ha fatto lui, o per quello che ha magari fatto qualcun altro. Ogni suicidio è diverso; è un gesto personale, privatissimo, non c’è collegamento possibile con quello di altri. È un atto arrogante e basta». Arrogante? Perché? «Non scegli tu di vivere, e non puoi dunque scegliere di morire. Uccidersi è un tentativo di ribellarsi a questa realtà. Ti prendi una cosa che non è tua». Gli domando se quel suo tentativo e la tragica fine di Tenco abbiano avuto qualcosa a che fare con gli Anni 60, con il clima culturale in cui i giovani di allora erano immersi. «L’atto gratuito di Sartre… chi sceglie senza alcun motivo è il solo responsabile della sua scelta. Eravamo cresciuti a pane ed esistenzialismo».
Si sarebbe tentati di pensare che ora, sulla soglia dei novant’anni (che compie fra tre giorni, e per la forza del destino un solo giorno dopo i novant’anni di Ornella, uno dei suoi più grandi amori), Gino sia più spasmodicamente attaccato alla vita, come lo sono spesso i vecchi. Invece no. Lui è vivo, vivissimo, è felice di esserlo; ma con distacco e nonchalance, come lo è sempre stato. Con un senso filosofico delle cose che gli consente di passeggiarci in mezzo a suo agio, dentro ma anche fuori, sornione come un gatto. «Il mio rapporto con la vita a 90 anni è lo stesso di sempre. Vita e morte stavano insieme prima e lo sono anche adesso. Sono una cosa sola. E chi non se ne accorge, i poveri di spirito, beati loro perché hanno una buona vita e muoiono benissimo. Io sono consapevole che ogni giorno che vivi è un giorno in meno, ciò che vivi oggi non lo vivrai mai più. Ma questo non mi dà ansia. Anzi, direi che mi vengono pensieri più romantici». Sull’aldilà? «Spero di trovarci Paola, e con lei gli amici, le persone che ho amato. Sono pensieri senza senso, perché… chi lo può sapere? Ma sono anche pensieri logici, mi pare».
Bisogna aprire qui un capitolo su Paola Penzo Paoli. La padrona di casa premurosa che mi ha appena cucinato le trofie al pesto (con fagiolini e patate, comme il faut). Colei che sceglie chi è ammesso a infastidire le pigre giornate del marito, come sto facendo io adesso. La moglie incontrata quando lei aveva quindici anni, era una fan di Dino, un cantante di quei tempi, finché non conobbe in una discoteca di Sassuolo, in fascia pomeridiana (causa giovane età), il già fascinosissimo e vissutissimo Gino, due figli alle spalle da due donne diverse (la prima moglie Anna Fabbri e la non ancora maggiorenne Stefania Sandrelli), avuti entrambi nello stesso anno. Ballarono un lento, lei voleva svenire. Paola sembrava più grande della sua età. Ma Gino era ed è un galantuomo. Le chiese: «Quanti anni hai?». Lei ammise i quindici. Lui sciolse l’abbraccio e l’invitò a tornare quando avesse compiuto i sedici. E Paola tornò.
All’inizio non fu facile, perché Gino Paoli era uno degli uomini più desiderati e seducenti d’Italia. Le donne cadevano ai suoi piedi, incapaci di resistere a quell’aria un po’ così di chi se ne sta per conto suo, triste e pensoso. Esistenzialista. E forse anche timido.
«Mia mamma era stata molto repressiva in materia di sesso. Non se ne poteva nemmeno parlare in casa. E questo mi ha condizionato. Nel senso che da ragazzo avrei scopato perfino le seggiole. La prima volta fu quando il mio amico Luigi mi portò in un bordello di Genova. Si occupò di me una signora di mezza età e alquanto in carne che sembrava mia zia. Dissi a me stesso che se scopare era quello non l’avrei fatto mai più». E invece… «E invece sono cambiato. Però il sesso senza senso di colpa me l’ha insegnato Ornella». Pensare che quando si conobbero erano entrambi convinti che l’altro fosse omosessuale.
Poi è arrivata Paola. Per spiegare che cosa lei sia oggi per lui, basti dire che Gino si definisce con grande autocompiacimento un «uomo-oggetto». E se gli chiedi chi o che cosa gli mancherà di più, quando se ne sarà andato, risponde ancora: «Paola. Se non c’è lei io non so fare un cazzo». Non si riferisce solo alle cose pratiche. Per esempio: domando se ha già pensato a una frase da scrivere a Ornella per i suoi novanta. E lui: «Ci sta pensando Paola».
«Non riesco a immaginare il momento in cui me ne andrò. Sarà un gioco di presenza-assenza che non potrò godermi, perché quando ci sarà lei, la Signora, io non ci sarò più». Né crede di poter far nulla dall’aldilà per confortare i suoi quattro figli: «Mio nonno Gino era un gigante, un patriarca, un grande uomo. E mi amava, l’unica volta che ha pianto è stata quando sono nato io, il nuovo Gino Paoli. Se ci fosse davvero un modo per comunicare dall’aldilà, stai sicuro che lui l’avrebbe trovato».
Eppure Gino si definisce cristiano: «Non possiamo non dirci cristiani, noi nati qui in Italia». Una volta ha detto: «Dio per me è un signore anziano, con la faccia di mio padre. Ci parlo a telefono. Lo chiamo, incazzato, ogni volta che fa morire persone che stimo, che amo, mentre lascia in giro i cialtroni, gli impuniti… Mi risponde: ho i miei disegni, un giorno capirai. Ma ormai ho capito, è un egoista, vuole vicine le persone interessanti. Allora chiedo: “E io che cazzo ci faccio ancora qui?”».
Un cristiano che non crede nella resurrezione. «Alle elementari la suora mi mise in punizione dietro la lavagna perché mentre ce la spiegava io le chiesi se sarei risorto con il mio corpo di bambino, con quello adulto di mio padre o con quello vecchio di mio nonno. Mi convince di più l’idea induista: rinasci in una nuova forma di vita, ma non ricordi nulla della precedente. È più poetico». Gli chiedo in chi o in che cosa immagina di reincarnarsi. Indovinate un po’? «In una gatta».
«Quella della canzone era veramente un personaggio. Mi aspettava sul terrazzo della soffitta di Boccadasse dove vivevamo, e si sporgeva quando mi vedeva arrivare. Una volta cadde e si fece male a una zampa. Da allora ogni volta che la rimproveravo me la mostrava e mugolava lamentandosi. Se un giorno mi deciderò finalmente ad andare da uno psichiatra, dovrò chiedergli di spiegarmi due cose di me: il mio sconfinato amore per i gatti, ma anche in genere per gli animali, tranne le scimmie che assomigliano troppo agli uomini; e il mio bisogno di mare. Quando vivevo a Milano tutte le sere prendevo un taxi e andavo all’Idroscalo a guardare l’acqua. Non posso starne lontano. Penso che per me abbia un po’ la funzione di quell’ “energia orgonica”, da orgasmo, che si era inventato Wilhelm Reich. Il movimento del mare mi investe, e mi dà vita. In Sapore di sale usammo il basso-chitarra del fratello di Little Tony, appena tornato dall’America, proprio per mimare il rumore ritmato delle onde. Ennio Morricone, che ne fece l’arrangiamento, andava pazzo per questo tipo di suoni. Pensa che aveva una sua fischiatrice professionista, perché fischiare intonati è molto difficile, non è roba da dilettanti». (E a me torna in mente “Sean Sean”, la colonna sonora di Giù la testa …). “Per registrare quel brano volli anche Gato Barbieri. Bernardo Bertolucci mi aveva detto che c’era a Roma questo sassofonista argentino che se la passava male, aveva bisogno di lavorare. Dovetti litigare con quelli che facevano le “chiamate” degli strumentisti per farlo entrare nel gruppo. Il sax che si sente dopo il ritornello è il suo».
Per la festa dei novanta Paola ha preparato a Gino una sorpresa: una non-festa. Come in molte coppie, a lei piace circondarsi di amici, e a lui pure ma è pigro, e se ne starebbe sempre accoccolato sul divano in famiglia (dove pare che passi le dodici ore residue dopo le dodici di sonno notturno). In occasione degli ottanta la moglie radunò a sorpresa in Toscana più di quattrocento persone che lui aveva incontrato, conosciuto o amato nella sua vita. Stavolta ha deciso di lasciarlo in pace: parenti stretti, qualche amico e basta. Gino non ha ancora deciso se andrà a immergersi nelle acque di San Fruttuoso «per stringere la mano al Cristo sommerso», come ha fatto per decenni fino a due anni fa. Il Covid, come per tanti anziani, è stato un po’ uno spartiacque nella sua vita. Per esempio: dopo la pandemia non gli è ancora tornata la voglia di riprendere a fare concerti. Gli manca quella sensazione che ha descritto nel suo libro, Cosa farò grande : «Quando la musica finisce, l’applauso del pubblico si smorza e le luci si spengono, per un attimo tu rimani da solo con te stesso. E sorridi. Nessuno può vederlo, ma sorridi».
Eppure, se volesse potrebbe. È in condizioni fisiche splendide per un novantenne. Ed è un manifesto vivente del politicamente scorretto in materia di stili di vita. «Un mio parente medico mi ha portato come testimonial a un convegno di geriatri. Mi hanno chiesto di dire qualcosa. E io ho raccontato che nella vita ho fatto tutto quello che non si deve fare. Per vent’anni ho scolato una bottiglia di whiskey al giorno, ho assunto droghe di ogni genere, tutte quelle del momento, ho fumato due pacchetti di sigarette fino a due anni fa (ora gira con la sigaretta elettronica sempre in mano, ndr ). Dunque, ho detto ai geriatri, se adesso sono qui in buona salute vuol dire che è solo una questione di culo. Cinque minuti di applausi».
Essere vecchio gli piace, gli si addice. «Questa età è speciale. Ti accorgi molto di più di tutto, noti cose che non avevi notato prima, stronzate eh, tipo la bellezza di un fiore, la luce di un giorno… Perfino la musica ti entra dentro in un modo nuovo, come se fosse un’iniziazione. Non direi che è più acuta la visione delle cose, ma è più completa la percezione. È come quando una volta si stampavano le foto: da una serie di macchie un po’ alla volta veniva fuori un’immagine sempre più nitida. Diciamo che frequenti di più la vita». Gino compone ancora. «Anche se mi vengono testi un po’ ingarbugliati. Di contenuto onirico, direi. Sogno moltissimo; anche perché dormo moltissimo. L’unico guaio di questa età è che non ci sono più gli amici. Se ne sono andati quasi tutti».
E i giovani, Gino? Che pensi di loro? «I giovani di oggi sono condizionati. Io mi sono potuto liberare di tutti i condizionamenti del mio tempo perché erano negativi: il fascismo, la guerra… Loro invece sono come imprigionati dalla Rete, dalla tv, dai social, da tutti gli imbonitori che parlano tanto senza dire niente. Per questo non sono liberi. La libertà è un lavoro, una fatica, ci vuole la mente lucida. La libertà non è fare il cavolo che vuoi senza pagare mai pegno: questa non è libertà, è stupidità. La libertà è il diritto di scegliere, ma per poter scegliere devi conoscere. L’unico compromesso con la libertà che accetto è con Paola, perché il compromesso è la base dell’amore». È per parlar male dei giovani musicisti che hai avuto uno scontro con Elodie? «Non lo definirei uno scontro. Avevo detto ad Aldo Cazzullo sul Corriere che oggi ci sono cantanti che mettono in mostra più il culo che la voce. Ma non mi riferivo a lei, non avevo mai nemmeno visto un suo concerto. Volevo dire che l’apparenza è diventata più importante della realtà. Ma se la sommi alla stupidità, allora anche la democrazia si corrompe, perché maggioranze stupide possono eleggere leader pericolosi. Oggi ci sono capi politici manipolatori oltre il limite del ridicolo, che si spiegano solo così. Quando vedo Trump mi viene da ridere…».
E in Italia? Gino ha percorso un quasi-secolo di storia del nostro Paese. Ha visto gli amici della famiglia di sua madre, di Monfalcone, finire nelle foibe titine. Ha avuto un nonno operaio dell’acciaieria di Piombino, che quando qualcuno diceva «andiamo a dare l’olio di ricino al Paoli» gli squadristi rispondevano, «vacci tu, se ne hai il coraggio». Ha avuto un padre ufficiale di Marina sulla Littorio e poi membro del Cln a Genova. Lui, Gino, era tra i ragazzi con le magliette a strisce che nell’estate del 1960 fecero a botte con la polizia a Genova, mentre manifestavano contro il congresso del Msi e il governo Tambroni che l’aveva autorizzato. E ha un passato da parlamentare, indipendente di sinistra, eletto nelle liste del Pci nel collegio di Napoli, poco prima che cadesse il Muro di Berlino. Ora è molto più disincantato: «Non vedo più grande differenza tra i programmi e i discorsi politici, strizzano tutti l’occhio alla gente per prendere voti.
Giorgia Meloni è stata per me una speranza. Mi pare che abbia la praticità delle donne, qualcosa che si avvicina alla mia mentalità. Le consiglierei soltanto di conservare la testa di una donna, e di non trasformarsi in un uomo di potere». E della sua sinistra, quella di un tempo, quella del popolo e dei lavoratori, che ne è stato? Può farla rivivere Elly Schlein? «Non lo so. Mi sembra ancora troppo occupata a criticare la Meloni per trovare il tempo di presentare un suo programma originale e autonomo. Per me essere di sinistra è credere che i beni della terra e dell’intelletto non devono essere un privilegio di pochi ma bene comune». Detta così, sembra la frase di un illuminista. E forse Gino lo è”.

