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Nuovo farmaco contro il fumo, Bassetti: “Ecco come funziona, ma da solo non basta”. E sulle sigarette elettroniche le notizie non sono delle migliori

Il virologo Matteo Bassetti, ad Affari, sulla citisina, farmaco recentemente reso rimborsabile dal Servizio sanitario nazionale

Nuovo farmaco contro il fumo, Bassetti: “Ecco come funziona, ma da solo non basta”. E sulle sigarette elettroniche le notizie non sono delle migliori

Citisina per smettere di fumare, il virologo Matteo Bassetti: “Il farmaco da solo non basta, serve la buona volontà. Ai giovani dobbiamo dire che il fumo è da sfigati. La sigaretta elettronica? Tutt’altro che innocua”

Un nuovo alleato per smettere di fumare è ora più accessibile: si tratta della citisina, un farmaco recentemente reso rimborsabile dal Servizio sanitario nazionale, a patto che venga utilizzato all’interno di un percorso strutturato presso i centri antifumo, che affianca al trattamento farmacologico anche un supporto psicologico e una terapia comportamentale, elementi fondamentali per aumentare le probabilità di successo.

“Si tratta certamente di una buona notizia. Ma per smettere di fumare i farmaci da soli non bastano. Serve innanzitutto la volontà, la voglia di voler smettere. Il trattamento farmacologico può essere un valido aiuto, ma non funziona in modo automatico. A fare la differenza è sempre la motivazione personale”, commenta ad Affaritaliani il virologo Matteo Bassetti.

La citisina è un principio attivo di origine naturale, estratto dal Cytisus laburnum (maggiociondolo), una pianta appartenente alla famiglia delle Leguminose. Già raccomandata dall’Organizzazione mondiale della sanità e inserita tra i farmaci essenziali, oggi è disponibile anche in Italia come terapia riconosciuta.

“Si tratta di una sostanza vegetale, già utilizzata e altamente raccomandata, che inganna il cervello e gli fa sembrare che tu stia fumando. Un simulatore che agisce sui recettori della nicotina”, spiega l’esperto. L’effetto, però, è diverso. La citisina riduce il piacere associato al fumo e attenua i sintomi dell’astinenza, come irritabilità, ansia e insonnia. In questo modo aiuta a interrompere il meccanismo di dipendenza sia sul piano biologico che comportamentale. Il trattamento dura 25 giorni e prevede una somministrazione orale con dosaggio progressivamente decrescente. L’obiettivo è arrivare a smettere completamente di fumare già entro i primi cinque giorni.

“Ma smettere non è così semplice – sottolinea Bassetti – C’è sempre bisogno della buona volontà del singolo. Già in passato sono stati introdotti altri strumenti, ma resta fondamentale una forte determinazione individuale per uscire dalla dipendenza. Bisogna spiegare alle persone che è importante smettere”.

Ad incidere sull’aumento della dipendenza da tabacco sono anche i modelli veicolati dal sistema sociale. “Nella lotta al tabagismo siamo tornati indietro. Il fumo è tornato a essere percepito come ai tempi di James Dean, qualcosa di ‘bello e impossibile’, associato a un’immagine positiva. Lo vediamo nel cinema, nella televisione e nel mondo dei personaggi pubblici. Non bisogna far passare l’idea che chi fuma sia ‘figo’: dobbiamo dire chiaramente, soprattutto ai più giovani, che fumare non rende affatto interessante e anzi è una scelta dannosa. È importante far arrivare questo messaggio alle generazioni più giovani, che poi sono anche quelle più fragili”, dice l’esperto.

Gli effetti del farmaco

Secondo studi clinici, circa il 40% dei pazienti che assume la citisina riesce a mantenere l’astinenza a un anno, un risultato nettamente superiore rispetto a chi prova a smettere senza supporto. Gli eventuali effetti collaterali sono generalmente lievi e temporanei, e non risultano interazioni farmacologiche rilevanti. Questo la rende adatta anche a pazienti con patologie croniche o che assumono più farmaci. “Ben vengano farmaci come questo, e speriamo ne arrivino altri. Ma resta fondamentale la volontà personale: il farmaco può essere un supporto, un incentivo, ma da solo non basta. Se non c’è una reale convinzione, il rischio di ricaduta è alto”, sottolinea Bassetti.

Il trattamento è gratuito se intrapreso nei centri antifumo, mentre al di fuori ha un costo che resta a carico del paziente, e si aggira intorno ai 90 euro per ciclo. “La gratuità del trattamento è fondamentale, ma anche 90 euro non è una cifra eccessiva. Pensiamo che un fumatore spenderebbe una cifra simile per 15-20 giorni di sigarette. Si tratta comunque di un investimento da parte del Sistema sanitario nazionale. Chi fuma ha problemi cardiovascolari, respiratori, rischi oncologici e, pertanto, anche se smettesse solo una persona, si tratterebbe di un carico in meno per il SSN”, dice il medico.

Le sigarette elettroniche

Del resto il fumo di tabacco continua a rappresentare una delle principali cause prevenibili di morte. In Italia provoca oltre 90mila decessi all’anno e ha un impatto economico enorme sul sistema sanitario e sulla produttività. Inoltre, ogni sigaretta può ridurre l’aspettativa di vita di circa 20 minuti, con una perdita complessiva fino a 10 anni per chi fuma abitualmente. Per questo motivo, ampliare l’accesso a terapie efficaci come la citisina è considerato un passo importante nella lotta al tabagismo, sia in termini di prevenzione che di sostenibilità del sistema sanitario.

Occhio poi alle sigarette elettroniche, che non sono “passeggiate di salute”. Eppure, negli ultimi anni, è passato un altro messaggio fuorviante, quello secondo cui conviene passare dalla sigaretta tradizionale a quella elettronica, che non fa male. “Non è così. È vero che nella transizione può esserci una riduzione del danno, ma la sigaretta elettronica non è affatto innocua. Diversi studi evidenziano possibili effetti negativi, sia dal punto di vista oncologico sia respiratorio. Oggi, tra l’altro, molti giovani non passano nemmeno dalla sigaretta tradizionale: iniziano direttamente con lo svapo. Ed è proprio su di loro che dobbiamo concentrare l’attenzione. Vediamo ragazzi che utilizzano quantità molto elevate di questi prodotti, spesso acquistati anche sul mercato nero, senza alcun controllo su ciò che contengono. Le nuove generazioni restano quelle più fragili, e anche quelle da monitorare di più”, conclude l’esperto.

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