Omicidio a Budrio, il presunto assassino avrebbe dovuto essere rimpatriato
“Il sistema delle espulsioni di chi non deve stare in Italia funziona davvero? Gli strumenti che abbiamo per fronteggiare e reagire all’illegalità connessa all’immigrazione clandestina sono sufficienti ed efficaci? Non sono domande da poco e pretendono risposte, specialmente di fronte a fatti di cronaca che testimoniano prepotentemente la fondatezza di un allarme che lanciamo da tempo rispetto a un’assoluta inadeguatezza della risposta alle problematiche legate ad un fenomeno epocale. Il presunto assassino di Davide Fabbri avrebbe dovuto essere rimpatriato ma, tragicamente, si trovava ancora in Italia. Esattamente come l’assassino di David Raggi, tanto per citare un esempio che non potremo mai dimenticare. La storia si ripete, anche se sfortunatamente nessuno si sofferma a sottolineare questo aspetto decisamente importante”.
Così Franco Maccari, Segretario Generale del Coisp, Sindacato Indipendente di Polizia, a poche ore dalla notizia diffusa dai media che Igor Vaclavic, “il russo” indiziato dell’omicidio di Davide Fabbri, assassinato a Budrio, non avrebbe dovuto neppure trovarsi sul suolo italiano poiché doveva essere rimpatriato. I mezzi d’informazione hanno dettagliatamente riportato che un primo decreto di espulsione nei confronti di Vaclavic porta la data del 13 settembre 2010 e la firma del questore di Rovigo. A maggio 2011 Vaclavic è stato condannato a 5 anni e 8 mesi di reclusione in abbreviato per una serie di rapine compiute nel ferrarese, e nella sentenza si legge che oltre alla pena detentiva il rapinatore seriale è condannato all’espulsione ad espiazione della pena avvenuta. Espulsione che, al pari della precedente, non è mai stata eseguita.
Allo stesso modo non avrebbe dovuto trovarsi in Italia anche il marocchino Amine Aassoul, che il 12 marzo del 2015, in pieno centro a Terni, uccise il 27enne David Raggi sgozzandolo con una bottiglia, ed al quale era stato revocato il permesso di soggiorno dopo la condanna per alcuni furti (l’uomo aveva raggiunto un cumulo di pene per un totale di 6 anni), nonché era stata rifiutata la successiva domanda di asilo politico.
“Entrambi questi uomini erano assolutamente liberi – insiste Maccari -, liberi di aggirarsi sul suolo italiano dove non avrebbero dovuto stare. Ed il loro non è certamente un caso eccezionale. Sarebbe davvero importante sapere quanti altri casi simili esistono a tutt’oggi, di gente che dovrebbe essere espulsa ma si trova ancora qui e di cui, il più delle volte, non si hanno neppure tracce. E’ appena il caso di ricordare che quando alcuni appartenenti alle Forze dell’Ordine hanno trattenuto qualcuno che doveva essere espulso sono stati accusati di sequestro di persona! Ma anche prima di arrivare a questioni così gravi è fin troppo evidente quanto il sistema sia lasco al solo notare tutti gli assurdi stratagemmi e cavilli che impediscono di fare presto e bene ciò che andrebbe fatto, e cioè allontanare chi delinque senza se e senza ma. Fino a ieri abbiamo letto di notizie come l’annullamento del foglio di via emesso dal Questore di Vicenza nei confronti di un immigrato marocchino condannato ripetutamente per furti nonché per aver fratturato una mano ad un poliziotto che aveva tentato di identificarlo, perché il galantuomo ha pensato bene di prendere moglie in Italia così acquisendo un prioritario interesse a curare i suoi rapporti affettivi! Le notizie del genere non fanno che rincorrersi… bisognerebbe solo che interessassero a chi ha l’autorità di intervenire. Il che ci riporta alla nostra domanda iniziale: il sistema delle espulsioni di chi non deve stare in Italia funziona davvero?”.
