Quasi un secolo dopo la fondazione da parte di san Josemaría Escrivá, l’Opus Dei continua a dividere: movimento spirituale o rete di influenza nella società? Nel libro Opus Dei. Una storia, José Luis González Gullón, docente alla Pontificia Università della Santa Croce, prova a rispondere ricostruendo documenti e polemiche. «Il messaggio dell’Opus Dei è spirituale e non ha mai avuto un programma politico», spiega lo storico, che in questa intervista ripercorre miti, controversie e prospettive future dell’Opera.
L’Opus Dei nasce nel 1928 con san Josemaría Escrivá. Quasi un secolo dopo, qual è la sua vera eredità: un movimento spirituale o un modello organizzativo di presenza dei cattolici nella società?
L’Opus Dei è un cammino cristiano, un carisma che Dio dona al mondo. L’Opera proclama che ogni persona è chiamata a essere unita a Gesù dove vive, dove lavora, dove si trova. Se mi chiede quale sia la sua eredità, direi che è la vita di tutti gli uomini e le donne che hanno vissuto questo spirito fino alla fine dei loro giorni (più di 30.000), tra cui san Josemaría, il beato Álvaro del Portillo e la beata Guadalupe Ortiz de Landázuri, oltre a tante decine di migliaia di persone che lo vivono ancora oggi.
Uno dei punti più discussi riguarda il rapporto tra Opus Dei e potere politico. Quanto hanno pesato, storicamente, i rapporti con il regime di Francisco Franco e quanto invece sono stati ingigantiti dalla narrazione pubblica?
Per oltre cento anni, l’Opus Dei ha portato il suo messaggio spirituale a paesi e culture di vario tipo, in conformità con le linee guida della gerarchia ecclesiastica. Nella storiografia del XX secolo, l’Opera è talvolta presentata come un braccio politico del regime franchista, forse perché il generale Franco organizzava i suoi governi con famiglie politiche e perché, dei 119 ministri che ebbe nel corso della sua vita, 8 provenivano dall’Opus Dei. Il professor John Coverdale e io abbiamo esaminato tutta la documentazione su questo argomento conservata nell’Archivio della Prelatura dell’Opus Dei.
Ciò che abbiamo scoperto è che san Josemaría ripeté che il messaggio dell’Opus Dei è spirituale, che la gente dell’Opera già a quell’epoca aveva affiliazioni politiche diverse e che l’Opera non aveva un programma politico per la Spagna franchista, così come non ne aveva uno per altri paesi. Il suo obiettivo era l’evangelizzazione attraverso la vita personale di ciascun membro e attraverso attività nel campo educativo e assistenziale. In questo senso, si può notare il continuo richiamo di san Josemaría alla libertà personale: ciascuno era incoraggiato ad agire e a esprimersi politicamente secondo la propria coscienza, senza alcuna direttiva di carattere politico. All’epoca, questo costituiva un vero e proprio unicum nella Chiesa.
Una delle accuse ricorrenti è la segretezza interna: elenchi dei membri non pubblici, riservatezza sulle attività, discrezione sulle strutture. Perché un’organizzazione religiosa dovrebbe avere bisogno di questo livello di riservatezza?
San Josemaría spiegava che, secondo lo spirito dell’Opus Dei, la prima e più importante evangelizzazione viene svolta da ogni persona nel luogo in cui vive e lavora, in particolare nell’ambito familiare e professionale. In questi contesti quotidiani, ognuno parla di Dio con naturalezza, poiché deve scaturire spontaneamente dal profondo.
Per quanto riguarda l’istituzione, il fondatore creò una struttura di direzione, coordinamento e finanziamento, che abbiamo spiegato nel libro. Abbiamo visto richieste di discrezione riguardo allo status canonico dell’Opera durante alcuni anni della sua storia, quando è stato necessario un cambiamento giuridico. Una volta eretta in prelatura personale, direi che la trasparenza delle informazioni è notevole. Il sito web dell’Opus Dei contiene un elenco delle autorità centrali e di quelle presenti nei vari Paesi nonché delle sue principali attività.
In Italia nel 1986 si arrivò addirittura a un’interrogazione parlamentare sull’Opus Dei. Cosa stava accadendo in quegli anni perché un’organizzazione cattolica diventasse materia di dibattito politico?
In qualità di storico, ritengo che l’interrogazione parlamentare del 1986 riguardasse più il ruolo della Chiesa cattolica nella società civile e nella proiezione dell’Italia nel contesto geopolitico dell’epoca, piuttosto che l’Opus Dei nello specifico. In quegli anni, caratterizzati da grandi polarizzazioni internazionali e dalla contrapposizione tra blocchi, come noto, la figura di Giovanni Paolo II era sotto attacco da oltrecortina, e questo si rifletteva anche nel clima politico italiano.
L’Opus Dei è spesso associata a élite professionali, università e grandi città. È davvero un movimento delle classi dirigenti o questa è una caricatura?
Le attività di evangelizzazione dell’Opus Dei hanno raggiunto tutti gli strati sociali. Nel libro abbiamo studiato un fenomeno unico: trent’anni dopo la sua fondazione, quando c’era già un numero considerevole di membri disponibili, san Josemaría promosse la creazione di decine di scuole professionali, agricole, di segreteria e alberghiere, alcune delle quali sono ancora attive oggi.
Potrei anche dare una testimonianza personale perché mio padre era impiegato di banca e mia madre lavorava da casa per prendersi cura dei suoi otto figli e ora si prende cura di mio padre malato. Entrambi sono membri dell’Opus Dei e da loro ho imparato lo spirito di san Josemaría. Io stesso ho ricevuto una borsa di studio per coprire le spese universitarie e ho sempre vissuto una vita senza lussi.
Il libro promette di raccontare la storia dell’Opus Dei “senza filtri”. Qual è l’episodio più controverso o meno conosciuto che emerge dalla documentazione storica?
Direi che è stata la beatificazione di san Josemaría nel 1992, un’epoca in cui il fondatore fu criticato con vere e proprie campagne mediatiche che svanirono, come una bolla di sapone, il giorno in cui san Giovanni Paolo II lo proclamò beato. Il professor Coverdale, che ha scritto il capitolo sulla beatificazione, ha svolto una fine analisi delle controversie del momento con un metodo storico impeccabile.
L’Opus Dei è stata spesso raccontata attraverso romanzi, film e teorie complottiste. Quanto queste narrazioni – da Il Codice Da Vinci in poi – hanno deformato la percezione pubblica dell’Opera?
Le istituzioni della Chiesa a volte compaiono nella letteratura e nella narrativa, in modo accurato o in forme distorte. È una cosa che vediamo pure nel caso di Gesù Cristo. Mi sembra che, se parliamo sull’Opus Dei, oggi si possano trovare molte informazioni affidabili sul suo carisma, sulla sua storia e sul suo status canonico. Non sono a conoscenza di studi che abbiano analizzato l’attuale percezione pubblica dell’Opera. Direi che ciò che è essenziale è la capacità critica di ogni persona di scoprire la verità su individui e istituzioni.
Guardando ai prossimi cento anni: quale sarà il ruolo dell’Opus Dei in una società sempre più secolarizzata e distante dalla Chiesa?
Aiutare ogni persona a prendere coscienza di avere una vocazione divina, che da un senso pieno alla sua vita. La gioia del Vangelo si vive e si condivide soprattutto in famiglia, nel rapporto tra coniugi, con i figli e tra fratelli. Scoprire che Dio mi chiama ora a essere unito a Gesù dove mi trovo mi riempie di gioia, di sicurezza e di speranza.

