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Cronache

Di Antonino D'Anna

Il Papa richiama con forza la dottrina sociale nella sua visita a Cagliari e rende il grido “lavoro!” lanciato dalla folla appello e preghiera. Per Jorge Mario Bergoglio se non c'è lavoro – dice oggi a Cagliari, in visita alla Madonna di Bonaria da cui trae nome la città di Buenos Aires – non c'è nulla: “Lavoro vuol dire dignità, lavoro vuol dire portare il pane a casa, lavoro vuol dire amare!”. Lavoro vuol dire, appunto, amare. E cioè la possibilità di costruire una famiglia.

LA DIGNITA' DEL LAVORO- L'omelia di Francesco è – come sempre – di tono alto. Con parole semplici riafferma la dignità dell'uomo che lavora: perché è nel lavoro, dice, che sta la dignità di ogni uomo. E non è né demagogico né facile andare a Cagliari, in una parte d'Italia in cui il lavoro manca e le generazioni più giovani emigrano o restano disoccupate, a riaffermare questo principio. Le parole commosse di Bergoglio si fanno preghiera quando conclude dicendo: “Signore Dio guardaci! Guarda questa città, questa isola. Guarda le nostre famiglie. Signore, a Te, non è mancato il lavoro, hai fatto il falegname… Eri felice. Signore, ci manca il lavoro. Gli idoli vogliono rubarci la dignità. I sistemi ingiusti vogliono rubarci la speranza. Signore, non ci lasciare soli. Aiutaci ad aiutarci fra noi, facendoci dimenticare un po’ l’egoismo per sentire nel cuore il 'noi', noi, popolo, che vuole andare avanti. Signore Gesù, a Te non mancò il lavoro, dacci lavoro e insegnaci a lottare per il lavoro e benedici tutti noi. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Grazie tante e pregate per me!”.

LOTTA E GLOBALIZZAZIONE- Lottare per il lavoro. Un concetto che dovrebbe scuotere le coscienze di politici più o meno cattolici, e più in generale di un'intera classe politica. Il Papa osserva drammaticamente: “Ma pensa, in un mondo dove i giovani - due generazioni di giovani - non hanno lavoro. Non ha futuro questo mondo. Perché? Perché loro non hanno dignità! E’ difficile avere dignità senza lavorare. Questa è la vostra sofferenza qui”.
Poi il Papa risponde a una domanda che Karol Wojtyla si era posto nel '91 nell'enciclica “Centesimus Annus”. Il Papa polacco aveva correttamente osservato che se il capitalismo così com'è non funziona, allora dobbiamo riformarlo. La risposta arriva 22 anni dopo con una risposta – paradossalmente – no global. O meglio: una globalizzazione che non sia basata sul denaro ma sull'umanità: “Dobbiamo dire: 'Vogliamo un sistema giusto! un sistema che ci faccia andare avanti tutti'. Dobbiamo dire: 'Noi non vogliamo questo sistema economico globalizzato, che ci fa tanto male!'. Al centro devono esserci l’uomo e la donna come Dio vuole, e non il denaro!”.

CONTINUITA'- C'è qui una genuina continuità con l'insegnamento della Chiesa e col predecessore, Benedetto XVI. Quando il Papa dice no alla globalizzazione economica ha ben presente la “Caritas in Veritate” di Joseph Ratzinger, quando dice: “Se si legge deterministicamente la globalizzazione, si perdono i criteri per valutarla ed orientarla. Essa è una realtà umana e può avere a monte vari orientamenti culturali sui quali occorre esercitare il discernimento. La verità della globalizzazione come processo e il suo criterio etico fondamentale sono dati dall'unità della famiglia umana e dal suo sviluppo nel bene. Occorre quindi impegnarsi incessantemente per favorire un orientamento culturale personalista e comunitario, aperto alla trascendenza, del processo di integrazione planetaria”. Che è il principio espresso quando chiede un sistema “giusto, che ci faccia andare avanti tutti”.

LA SPERANZA- Resta poi di quest'omelia un accenno al valore della speranza: “La speranza la facciamo tutti! La speranza dobbiamo sostenerla tutti, tutti voi e tutti noi che siamo lontani. La speranza è una cosa vostra e nostra. E’ cosa di tutti! Per questo vi dico: 'Non lasciatevi rubare la speranza!'”. E ancora: “In questo momento, nel nostro sistema economico, nel nostro sistema globalizzato di vita, al centro c’è un idolo e questo non si può fare! Lottiamo tutti insieme perché al centro, almeno della nostra vita, ci siano l’uomo e la donna, la famiglia, tutti noi, perché la speranza possa andare avanti”.
Insomma, un discorso alto che sembra quasi un'enciclica sul lavoro. È questo uno dei tasti su cui Bergoglio si prepara a battere di più, il lato sociale del cattolicesimo. È uno dei modi per uscire dall'angolo del continuo riferimento all'etica che ha lamentato nell'intervista a “La Civiltà cattolica” e che permette alla Chiesa di spendersi con maggiore forza e presenza come interlocutore globale. Può farlo: il Papa venuto dalla fine del mondo ha visto la fame e i tumulti nell'Argentina della crisi economica di un decennio fa. Si mette in sintonia con i parroci che in Italia cercano di spremere risparmi e tasche ogni giorno per rispondere a richieste di denaro da parte delle famiglie. E porta una parola di speranza: merce rara, di questi tempi.

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