“I gesti parlano più delle parole”: la visita di Papa Leone a Lampedusa nel segno di Francesco e dei migranti
Papa Leone è arrivato a Lampedusa in una visita pastorale dal forte valore simbolico, con cui il Pontefice rilancia uno dei cardini del magistero del suo predecessore Francesco, riportando il Mediterraneo e il dramma delle migrazioni forzate al centro dell’attenzione della Chiesa e della comunità internazionale. Ad accoglierlo all’aeroporto dell’isola sono stati l’arcivescovo metropolita di Agrigento, monsignor Alessandro Damiano, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, il presidente della Regione Sicilia Renato Schifani, il prefetto di Agrigento Salvatore Caccamo, il sindaco di Lampedusa Filippo Mannino e il presidente del Libero Consorzio Comunale di Agrigento Giuseppe Pendolino.
Leone è il primo leader mondiale a recarsi al cimitero di Lampedusa, dove è riservato uno spazio ai migranti: una quindicina di croci senza nome né numero. Tra queste spicca quella del piccolo Youssef Ali Kanneh, originario della Guinea, morto in mare ad appena sei mesi di vita. Accanto a un disegno con l’arcobaleno e una fotografia senza cornice, una dedica recita: “Perché così presto figlio mio? Mamma e papà ti ameranno per sempre”. Il Papa ha deposto un omaggio floreale, si è inginocchiato per poggiarlo a terra e si è raccolto in silenzio in preghiera.
Il momento alla Porta d’Europa
Il Pontefice ha poi raggiunto la Porta di Europa, il monumento alto circa cinque metri che sorge sul promontorio sud-orientale dell’isola, in località Cavallo Bianco. L’opera, realizzata in ceramica e ferro battuto e rivolta verso la Libia, è dedicata alla memoria dei migranti dispersi in mare. Qui Leone ha incontrato brevemente una famiglia di migranti e una famiglia che ha adottato un ragazzo migrante, per poi attraversare la Porta tenendo per mano i due figli della prima famiglia e varcarla infine da solo, in un momento di forte valore simbolico. In un fuoriprogramma non previsto dal cerimoniale, dopo aver poggiato la mano sul monumento e essersi soffermato a guardare il mare, il Papa si è inerpicato a piedi su un tratto di scogliera fino a raggiungere la costa. Una raffica di vento gli ha fatto volare via la papalina, poi recuperata.
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Il Molo intitolato a Papa Francesco
Tappa successiva al Molo Favaloro, dove Leone ha benedetto la targa che intitola il molo a Papa Francesco — oggi divenuto simbolo di tutte le vite salvate a Lampedusa negli anni. La targa recita: “Molo Papa Francesco, luogo di approdo, speranza, umanità”. Qui il Pontefice ha salutato anche un gruppo di migranti accompagnati dalla Croce Rossa. Rivolgendosi al sindaco Filippo Mannino, Leone ha sottolineato la vicinanza della Chiesa all’isola: “Il fatto che abbiate voluto intitolare il Molo Favaloro a Papa Francesco è segno del legame che il mio predecessore ha stabilito con la vostra comunità e con i fratelli e le sorelle migranti: il Papa vi è stato vicino in questo tempo per voi molto impegnativo. E oggi sono qui per dirvi che il Papa continua ad accompagnarvi, vi sostiene e vi incoraggia”.
“Questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti”, ha detto ancora il Pontefice. “Non sono venuto a fare discorsi, ma a celebrare l’Eucaristia, segno supremo della presenza di Cristo in mezzo a noi. Il gesto di Gesù che spezza il pane per donare Sé stesso dà senso e forza ai nostri gesti quotidiani di assistenza e di condivisione”. E ha concluso: “Ma i gesti, per essere umani, hanno bisogno di un cuore. Per questo ci siamo radunati qui: per attingere da Cristo l’amore che solo Lui può darci, perché il mondo di oggi e di domani sia più umano, per tutti”.
Le parole del Sindaco
Il sindaco di Lampedusa, nel suo discorso di saluto al Pontefice ha citato le parole di Claudio Baglioni, cittadino onorario dell’isola, della canzone “Avrai” per sottolineare che Lampedusa sente il “bisogno di accendere una luce” per non arrendersi all’indifferenza, la luce “di chi si aggrappa ancora ad ‘una radio per sentire che la guerra è finita’”.
Il “Mediterraneo non è soltanto orizzonte, bellezza e vita. È anche attesa, approdo, dolore e memoria. È il luogo in cui tante persone hanno cercato salvezza, dignità, futuro. Alcuni hanno trovato una nuova prospettiva, altri non sono mai arrivati: tutti li portiamo nel cuore. La nostra comunità conosce il valore e il peso di questa storia”, ha aggiunto. “In un tempo in cui il mondo è ancora dilaniato da guerre, violenze, divisioni e paure, Lampedusa sente più forte il bisogno di accendere una luce. Una luce fragile, forse piccola, ma ostinata. La luce di chi non si arrende all’indifferenza. La luce di chi continua a credere che ogni vita umana sia sacra. La luce di chi si aggrappa ancora a ‘una radio per sentire che la guerra è finita’, per usare le parole di una meravigliosa canzone sul miracolo della vita del Maestro Claudio Baglioni, nostro concittadino”.
L’omelia
“Il Vangelo risuona dove i popoli si incontrano, le persone si accolgono, le loro vicende si intrecciano, le diverse culture si pongono in dialogo. Diventa muto, invece, dove ognuno fa di sé stesso un’isola, dove il contatto è evitato, lo scambio è interrotto”. Così Papa Leone nell’omelia della messa presieduta al campo sportivo Arena di Lampedusa. “Dio ci ama sempre per primo. La bellezza del mare, di quest’isola e dei vostri volti è un riflesso della sua iniziativa gratuita: l’amore ci precede, ci circonda e ci raduna”, ha detto il Pontefice che si è detto “grato al Signore” per questa visita “sulle orme di Papa Francesco, che l’8 luglio 2013 volle venire a Lampedusa nel suo primo viaggio da Successore di Pietro”. “Gli Apostoli, come sapete, hanno navigato nel Mediterraneo e sperimentato l’ospitalità degli abitanti delle sue isole e delle sue coste, da millenni crocevia di civiltà”, ha aggiunto.
“Oggi Lampedusa e Linosa si trovano su una strada pericolosa come quella che scendeva da Gerusalemme a Gerico. Qui avete visto non solo uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che portano loro via tutto, li percuotono a sangue e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti”, le parole di Papa Leone. “Il mare ha accolto gli altri, quelli che non ce l’hanno fatta a giungere dove speravano. Avvertiamo però la loro presenza, che ci interpella non meno di quanti sono sbarcati, bisognosi di attenzione e di soccorso. Prima di qualunque considerazione intellettuale e convinzione ideologica, infatti, l’impatto con chi giace davanti a noi, spogliato di tutto, chiama alla prossimità”.
“Purtroppo, in ogni tempo non manca chi ha paura di contaminarsi nel contatto con gli altri, negando così – persino davanti alla sofferenza e alla morte – la comune origine in Dio, l’infinita dignità di ogni essere umano e la chiamata all’amore senza limiti”, ha sottolineato Papa Leone nell’omelia della messa presieduta al campo sportivo Arena di Lampedusa. “È tempo di riconoscere e affermare che l’appartenenza religiosa non deve mai diventare motivo di discriminazione, quasi che la fede abbia confini e non sia invece chiamata universale alla salvezza”, ha scandito il Pontefice. “Dove c’erano muri di separazione, Cristo li ha abbattuti. Non c’è amore di Dio senza amore del prossimo, e non c’è prossimo se io non mi avvicino. Fermarsi, commuoversi, abbassarsi, piangere davanti al dolore altrui – come ha fatto Gesù – significa entrare nel movimento dell’amore, quello in cui Dio si è rivelato”.

