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Cronache

Salvatore Parolisi ha ucciso la moglie Melania Rea perché, anche tra mille bugie, alla fine ha preferito proseguire il rapporto allacciato con una sua ex allieva che lo pressava nella scelta. Il timore dello scandalo della separazione avrebbe poi minato il prosieguo della sua carriera miliare. E' questo, in sintesi, il quadro nel quale è maturato l'omicidio della giovane donna di Somma Vesuviana, stando a quanto ricostruito dalla Corte d'Assise d'Appello dell'Aquila nelle motivazioni della sentenza, depositata lunedì, con la quale l'ex caporlmaggiore dell'esercito era stato condannato a 30 anni di reclusione, lo scorso primo settembre, per l'omicidio della moglie Melania Rea. La giovane donna di Somma Vesuviana fu uccisa con trentacinque coltellate, il 18 aprile 2011, nel boschetto delle Casermette, a Ripe di Civitella (Teramo).

Per l'omicidio di Melania Rea "il quadro indiziario appare coeso e appagante", dicono i giudici. "Parolisi - ricostruisce la Corte - è uscito dalla casa di Folignano per recarsi (come Melania aveva poco prima riferito alla madre per telefono) sul pianoro di Colle San Marco ma in detta ultima località la famiglia, quel pomeriggio, non è mai arrivata; l'imputato ha fornito una ricostruzione falsa dei suoi movimenti e della scomparsa della moglie e le sue menzogne hanno investito proprio l'arco temporale che, in base alle informazioni medico legali, ha visto la donna aggredita da tergo, in condizioni di tranquillità e volontario denudamento, all'interno di un'area dal Parolisi profondamente conosciuta, uccisa con 35 coltellate e con il suo (e solo il suo) dna nella regione labiale; l'imputato ha abilmente costruito la 'scomparsa' della moglie, inventando una versione sconfessata dai fatti e dalla logica, e i suoi comportamenti, tutti improntati al mendacio, si sono ripetuti nei momenti e nei giorni successivi: quando, sin da subito, nei suoi primi riferimenti ha affermato che la donna poteva essere stata rapita ed uccisa, salvo poi, nei giorni immediatamente successivi, non manifestare più eccessiva preoccupazione, non partecipare alle ricerche della moglie, ha riferito indicazioni mendaci sul suo rapporto coniugale, fornendo il ritratto di un uomo fedele e innamorato, nascondendo la solida relazione extraconiugale che da anni intratteneva" con una sua ex allieva, "così cercando in maniera palese di occultare il vissuto relazionale da cui è scaturito il movente dell'omicidio".

I giudici spiegano ancora: "Quando, con analoga intenzione, solo il giorno successivo alla 'scomparsa' della moglie, ha telefonato all'amante rinnovandole i suoi sentimenti, ma chiedendole di cancellare tutti i contatti telematici, che documentavano la loro lunga storia e, soprattutto, il suo vissuto degli ultimi giorni; quando, subito dopo il ritrovamento del cadavere della moglie nei pressi del 'chiosco della pineta', ha fornito falsi riferimenti sia sulla modalità di conoscenza del luogo che sulle ragioni di tale conoscenza, con l'evidente ed unico scopo di giustificare la presenza di eventuali tracce lasciate sul posto ed allontanare da sé possibili responsabilità. Ma gli atti processuali - osserva la Corte nelle motivazioni - hanno efficacemente ed incontestabilmente provato il vissuto degli ultimi giorni del Parolisi: le promesse" all'amante "sulla imminente separazione, le umiliazioni e la incalzante fermezza di quest'ultima nel pretendere da lui una scelta definitiva e la stringente urgenza di tale scelta per l'avvicinarsi dei giorni in cui avrebbe dovuto concretizzarla, ma anche la consapevolezza della falsità delle sue promesse, la difficoltà di fronteggiare le legittime aspettative della moglie, guardinga ma innamorata e non disposta a cedere, la documentata paura delle conseguenze di una separazione, i documentati timori della prevedibile reazione della moglie e delle ripercussioni devastanti sulla sua carriera militare se fosse stata rilevata la sua relazione con una ex allieva".Per i giudici d'appello "In tale accertato contesto, nella insostenibilità della situazione determinatasi e nella convinzione che una soluzione dovesse essere approntata e perseguita, si colloca il grave fatto omicidiario".

 

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