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"Patrizia De Blanck incapace di fingere in un mondo di maschere”. Il ricordo di Igor Righetti
Il funerale si svolgerà domani alle 11, a Roma, nella chiesa di Ponte Milvio “Gran Madre di Dio”



Il ritratto, senza filtri, del giornalista e conduttore radiotelevisivo Rai, suo grande amico dagli Anni ‘80
In queste ore successive alla scomparsa di Patrizia de Blanck, che io chiamavo “Pat”, colpisce osservare come, attorno al suo nome, si stia componendo un coro di omaggi provenienti anche da ambienti che, in vita, non erano sempre stati teneri con lei. Personaggi dello spettacolo, conduttori e opinionisti che nei talk show avevano preso le distanze da lei – quando non l’avevano apertamente criticata – oggi ne celebrano la figura con parole cariche di stima.
La morte, si sa, ammorbidisce gli spigoli e riscrive i rapporti. Assistiamo così a una pioggia di ricordi e dichiarazioni che, in alcuni casi, contrastano con le dinamiche del passato. Più che commozione spontanea, talvolta sembra emergere un riflesso mediatico: esserci comunque, partecipare al racconto del momento, non restarne fuori. Arrivano elogi solenni – “personaggio unico”, “icona”, “donna straordinaria” – pronunciati quando Patrizia non è più qui per sorriderne con la sua ironia tagliente o replicare a modo suo.
È questa l’ipocrisia che Patrizia non ha mai tollerato. Lei che detestava il buonismo di facciata, il politicamente corretto, le lacrime di circostanza, le riabilitazioni postume. Preferiva uno scontro vero a un abbraccio falso, una verità scomoda a una carezza opportunista. E, conoscendola molto bene, non avrebbe avuto esitazioni: a molti di questi professionisti del cordoglio tardivo avrebbe riservato uno dei suoi commenti più diretti, senza filtri, perfettamente in linea con il suo stile ruvido ma autentico. Il celeberrimo quanto temuto “Vaffa”. Perché Patrizia era così: incapace di fingere in vita, figuriamoci di perdonare le finzioni altrui dopo la morte.
A questo si aggiunge, invece, il silenzio di tanti ex compagni di avventura nei reality a cui Patrizia ha partecipato: dall’ Isola dei Famosi al Grande Fratello Vip fino ad altre esperienze televisive condivise. Davanti alle telecamere sembrava esistere complicità, intesa, perfino affetto. Poi, spenti i riflettori, il nulla. Telefonate mai fatte, messaggi mai arrivati, neppure un augurio nelle ricorrenze. Rapporti evaporati con la stessa velocità con cui erano nati sotto i riflettori.
Ed è anche per questo che oggi, nel rumore di tanti ricordi improvvisati, risalta ancora di più il valore di chi le ha voluto bene davvero – lontano dalle telecamere e dalla convenienza – semplicemente per ciò che era: autentica, scomoda, indomabile, irriducibilmente libera.
Lei, incapace di fingere in un mondo di maschere, metteva a disagio il perbenismo televisivo (e non solo quello televisivo) perché era arguta e dalla mente vivace (“Ho un cervello ipertrofico”, amava ripetere), molto preparata, conosceva diverse lingue, non era costruita o addomesticabile né diplomatica per convenienza. Viveva e si mostrava senza filtri, libera da strategie d’immagine. È proprio questa sua natura ribelle che oggi manca di più.
La conobbi nei primi Anni ’80 grazie a mio padre Alessandro, scultore, amico di suo fratello Dario, pittore allievo di Marc Chagall. Da allora nacque un’amicizia vera, intensa, fatta di complicità. Un rapporto autentico nutrito da stima, affetto, una profonda sintonia caratteriale che si è trasformato, col tempo, in un legame familiare.
Patrizia è stata al mio fianco in molti progetti: dalla rubrica radiofonica su Rai Radio1 “La classe non è acqua, trasgredire con bon ton” – all’interno del mio programma “Il ComuniCattivo” – alle mostre e agli spettacoli nei teatri italiani per ricordare mio cugino Alberto Sordi, dalle presentazioni dei miei libri a quelle dei giornali che ho diretto fino ai programmi tv, dalle sue partecipazioni alle mie lezioni universitarie alla Sapienza sul ruolo dell’opinionista televisivo fino alla canzone “VaffanVip” dedicata ai morti di fama dove in sala di incisione e sul set del videoclip si divertì moltissimo. La sua ultima apparizione televisiva e cinematografica è stata nel mio docufilm “Alberto Sordi secret” dove racconta anche la sua storia d’amore vissuta nel 1971 con l’Alberto nazionale: un legame intenso, trasformato poi in un’amicizia rimasta viva fino all’ultimo. Patrizia c’era sempre: con entusiasmo, generosità e partecipazione sincera.
Dietro l’immagine ribelle viveva una donna colta, profonda conoscitrice del galateo. Poteva essere aristocratica o popolare nello stesso momento, per scelta, non per limite. Era generosa, istintiva, capace di grandi slanci. Condividevamo anche l’amore per gli animali, tema su cui era inflessibile. Come Alberto Sordi, diffidava di chi non li amava: per lei era una misura dell’umanità delle persone. Insieme siamo stati testimonial alla “Strabassotti” di Concorezzo e abbiamo partecipato a campagne contro l’abbandono e a favore delle adozioni.
Negli anni coniai per lei una definizione che la divertiva molto: la chiamavo “il Viagra del tubo catodico” perché ogni sua apparizione nei talk show produceva un’immediata impennata degli ascolti. Un’espressione che le piacque al punto da continuare a citarla lei stessa, anche quando il tubo catodico era ormai superato dalle nuove tecnologie.
Tra i ricordi più leggeri restano i nostri viaggi in giro per l’Italia e le notti romane: feste come Muccassassina e i Flower Party Anni ’60-’70, preparativi surreali tra abiti d’epoca pescati dai suoi armadi sterminati. Più volte è capitato di fare le ore piccole tra discoteche e risate per poi finire davanti a cappuccini e brioche. Andava a dormire all’alba e guai a chiamarla prima delle 14: per lei era ancora tempo di sogni. Del resto Patrizia aveva vissuto la notte per gran parte della sua vita. Non a caso rifiutava sempre gli inviti nei programmi tv mattutini. Solo dopo i 75 anni cominciò a svegliarsi al mattino, pur restando irrimediabilmente nottambula. Detestava persino i compleanni: sosteneva che ogni anno fosse solo un passo verso la morte. Io continuavo a farle gli auguri, presentandomi con i suoi adorati Mont Blanc mignon.
In queste ore l’affetto popolare è travolgente. La gente comune l’ha sempre amata, più di certi salotti radical chic che la giudicavano “troppo”. Troppo libera, troppo vera, troppo poco diplomatica per essere rassicurante. Patrizia divideva, sì. Ma le personalità autentiche fanno questo: non lasciano indifferenti. Ed è proprio per questo che oggi il vuoto che lascia è così evidente. Perché con lei non se ne va soltanto una contessa o un personaggio televisivo, ma una donna irriducibilmente libera, incapace di fingere, allergica all’ipocrisia e al buonismo imperante. Si è spenta una voce fuori dal coro, ma resta accesa la sua luce: quella di una donna che ha vissuto senza chiedere permesso e che, proprio per questo, non smetterà di brillare. Patrizia se n’è andata in punta di piedi, ma il suo passo – fiero, libero, inconfondibile – continuerà a riecheggiare nei salotti della memoria e nei cuori di chi, come me, ha avuto il privilegio di viverla da vicino. Il funerale si svolgerà domani, giovedì 12 febbraio, alle 11, a Roma, nella chiesa di Ponte Milvio “Gran Madre di Dio”.
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