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Cronache
Impunità, protezioni politiche e... I segreti del partito della polizia

“Non c’è la consapevolezza di una patologia. Qui in Italia si vogliono salvare le persone. È un sistema di potere per cui ogni uomo deve rimanere al suo posto. Chi li tocca è un eversore... anche la stampa ci mette del suo.” Enrico Zucca, pm al processo Diaz di Genova

Imputati. Condannati. Premiati. Nessun abuso può essere commesso contro cittadini inermi. Se non è così, i responsabili devono saltare. In Italia ciò non è avvenuto. E continua a non avvenire, dai tempi delle torture alle Br fino alle morti di Cucchi, Aldrovandi, Uva e molti altri: la polizia non garantisce la sicurezza, la politica non sorveglia, la stampa non sempre denuncia, la magistratura non sempre indaga. Perché questa anomalia? Come rivela Filippo Bertolami, poliziotto e sindacalista, “negli ultimi anni si è assistito al paradosso di un sistema capace da un lato di coprire e premiare i colpevoli di violenze e insabbiamenti, dall’altro di punire chi ha ‘osato’ mettersi di traverso”. Vince la paura. Il partito della polizia è troppo forte. troppe protezioni politiche a destra e a sinistra. Da Berlusconi a Prodi, Violante, Renzi. De Gennaro, ora presidente di Finmeccanica, e i suoi collaboratori non si toccano. Troppe onorificenze. Troppe amicizie. Anche tra i media. Intanto le auto rimangono senza benzina e gli agenti continuano ad avere stipendi da fame mentre vengono assegnati appalti miliardari. Il partito della polizia è anche il partito degli affari. “Se non c’è una cultura del diritto in chi orienta il pensiero collettivo – sostiene il criminologo Francesco Carrer – mi chiedo come possa nascere in un corpo di polizia i cui vertici sono più attenti ai desiderata dei politici che alle esigenze di chi è in prima linea.”

MARCO PREVE, giornalista, è nato nel 1963 a Torino. Cresciuto a Savona, vive a Genova dove è cronista di giudiziaria, ma non solo, della redazione locale de “la Repubblica”. Ha seguito le indagini sul serial killer Donato Bilancia, il giallo della contessa Agusta, le principali inchieste in tema di corruzione e soprattutto il G8 di Genova del 2001 e tutti i processi che ne sono seguiti. Collabora con “l’Espresso” e “Micro-Mega”. Ha un blog intitolato “Trenette e mattoni”, e ha scritto due libri, sempre con Chiarelettere: IL PARTITO DEL CEMENTO, nel 2008, con Ferruccio Sansa; LA COLATA, nel 2010, con Ferruccio Sansa, Andrea Garibaldi, Antonio Massari e Giuseppe Salvaggiulo.

ESTRATTO DAL LIBRO "IL PARTITO DELLA POLIZIA", di MARCO PREVE (per gentile concessione di Chiarelettere)

La fotografia

Cominciamo da una tavolata. Perché alla fine, in Italia, quello che conta è dove ti hanno messo a sedere. Il 17 dicembre 2009, sulla terrazza coperta dell’hotel Eden di Roma, un nutrito gruppo di irriducibili si riunisce per celebrare, e proseguirne la missione nel mondo, la gran sacerdotessa dei salotti della capitale, Maria Angiolillo, scomparsa due mesi prima.

A organizzare la serata è una parlamentare allora del Pdl, Giustina Destro. Uno dei re dei paparazzi, il fotografo Umberto Pizzi, immortala questa rentrée di adepti per il sito di «Dagospia». In un tripudio di abbronzature fuori stagione, décolleté generosi, cravattoni, gessati, nasi affilati e grandi labbra, Pizzi, come un novello Pellizza da Volpedo, sforna un affresco dell’«Ultra» Stato. C’è naturalmente la schiera dei politici, soprattutto di destra, e accanto a loro celebri giornalisti di destra e sinistra, della tv e della carta stampata, da Bruno Vespa a Lucia Annunziata passando per Stefano Folli e Antonio Di Bella, garanti della concorrenza, futuri sottosegretari e viceministri come Antonio Catricalà, direttori generali Rai come Mauro Masi, l’amministratore delegato delle nostre ferrovie Mario Moretti, imprenditori, finanzieri, il presidente della Lega Calcio ed ex direttore di Confindustria Maurizio Beretta, e tante belle signore, alcune importanti come la manager Eni Raffaella Leone o la produttrice Edwige Fenech, altre, accompagnatrici di uomini in vista. Durante la cena siederanno a gruppetti sapientemente miscelati. La serata sembra rispondere a una sola regola: promiscuità totale. Mondi che, per un corretto funzionamento della democrazia e del fondamentale rapporto controllori e controllati, dovrebbero forse frequentarsi solo in situazioni istituzionali o professionali, e invece qui brindano, si baciano e abbracciano, si mettono in posa per le foto e soprattutto mostrano grande intimità.

Ma, a noi, è una sola la tavolata che interessa. Ed è quella dove, forse, tutti vorrebbero stare. Lo si capisce prima di tutto dal fatto che proprio lì troviamo la «padrona di casa», l’onorevole Giustina Destro. E poi perché le mani appoggiate sulla candida tovaglia, illuminata solo da candele racchiuse in bicchierini di vetro rosso, sono quelle dei massimi simboli del potere. Ognuno è lì a rappresentare il proprio partito. Il partito della politica, prima di tutto, con la Destro in compagnia del più volte ministro Claudio Scajola; il partito del cemento con il costruttore Francesco Bellavista Caltagirone; il partito del dietro le quinte con Maddalena Letta, moglie dell’intramontabile Gianni. E poi c’è il partito della polizia, con il suo capo, il prefetto Antonio Manganelli.

Che certi «attovagliamenti», come li definisce «Dagospia», possano riservare imbarazzanti sorprese, lo scopriremo più avanti, in una delle tante vicende nebulose che racconteremo in queste pagine provando a fare chiarezza. Ma ora quel che conta è la premessa di partenza: per un lungo arco temporale della storia italiana, periodo tuttora in corso, il gruppo di vertice della nostra polizia si è comportato come se fosse un partito.IL PARTITO DELLA POLIZIA ROMA

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