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Cronache

"Sono sicuro che quando alle 16 di quel 19 luglio arrivammo nell'abitazione estiva di Borsellino, aveva in mano qualcosa di simile ad un'agenda, di colore scuro. Anche quando siamo arrivati in via d'Amelio, aveva qualcosa sottobraccio. L'ho visto uscire da casa con una borsa". Lo ha detto oggi al processo "Borsellino quater" davanti alla Corte d'Assise di Caltanissetta Antonio Vullo, poliziotto in pensione dal 2007 a causa dei trami fisici e psicologici riportati nella strage di via D'Amelio, della quale e' l'unico superstite, rispondendo sull'agenda rossa del magistrato, mai ritrovata.

ANONIMO SEGNALO' UOMINI DEI MADONIA A VIA D'AMELIO - Una telefonata anonima ricevuita dalla quiestura di Palermo il 20 luglio del 1992, all'indomani della strage in cui furono uccisi il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta, segnalo' "che in via D'Amelio c'era un palazzo in costruzione appartenente ai Graziano, considerati vicini al clan Madonia". Lo ha detto deponendo oggi nel processo "Borsellino quater" in Corte d'Assie a Caltanissetta un poliziotto che all'epoca svolgeva servizio alla Questura di Palermo, Pietro Pipitone, e che rispose alla telefonata in sala operativa. Dall'altro capo del telefono c'era una donna. La circostanza e' stata confermata anche da un altro testimone, il sostituto commissario Mario Rapida', il quale ha riferito che all'indomani della strage, la polizia effettuo' un sopralluogo. "Per le scale -ha detto Rapida'- incontrammo uno dei fratelli Graziano. Mi colpi' un vetro che era scudato, molto robusto, collocato sul tetto del palazzo, un tetto che in realta' era una terrazza. A terra c'erano molte cicche di sigarette. Da quel palazzo -ha affermato il funzionario di polizia- si vedeva tutta via d'Amelio. Ho fatto una regolare relazione di servizio che ho consegnato al dirigente della Criminalpol di Palermo". Ma di quella relazione, ha evidenziato il Pm Domenico Gozzo, agli atti "non c'e' nessuna traccia".

TUTELA BORSELLINO RAFFORZATA MA NON IN VIA D'AMELIO - "A meta' giugno la scorta del giudice Borsellino venne potenziata. Venne aggiunta un'auto di scorta in piu' e la vigilanza sotto la sua abitazione, ma non sotto quella di sua madre, in via D'Amelio". Lo ha affermato Antonio Vullo, l'unico poliziotto sopravvissuto alla strage di via d'Amelio, sentito oggi come teste dalla Corte di Assise di Caltanissetta nell'ambito del processo "Borsellino quater". "Quel pomeriggio, intorno alle 16 -ha ricostruito Vullo- ci recammo nell'abitazione estiva del giudice, a Villa Grazia di Carini. Arriviamo in via d'Amelio e c'erano molte auto parcheggiate, a destra, a sinistra e al centro della carreggiata. Mi e' sembrato strano che ci fossero tutte quelle auto. Borsellino ci supera con la sua macchina e si parcheggia al centro della carreggiata. Con l'auto di scorta ho superato il giudice, ho fatto scendere i componenti della mia auto e mi sono posizionato alla fine di via d'Amelio, vicino un muretto. Ho visto il giudice scendere dall'auto e i miei colleghi davanti al cancelletto dello stabile di via d'Amelio. Mentre spostavo l'auto per ripartire, ho visto i colleghi davanti al cancello e il giudice che stava per suonare". Poi la violenta esplosione. Vullo l'ha raccontata cosi' ai giudici: "Ho visto una nube, sono stato sballottato. Sono sceso dall'auto, cercavo aiuto, cercavo di dare aiuto. Era tutto buio, ho visto il corpo di un collega a terra. Mentre un collega delle volanti mi bloccava, mi sono ritrovato sopra il piede di un collega per poi ritrovarmi in ospedale. Le auto erano distrutte. In quel momento mi interessava trovare i colleghi, non potevo immaginare che i loro corpi fossero sparsi dappertutto".

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