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Cronache

Il procuratore aggiunto Piero Forno ha chiesto la condanna a 7 anni di carcere per Emilio Fede, Lele Mora e Nicole Minetti. Nel processo 'Ruby bis' il pm ha chiesto inoltre una multa di 35mila euro per ciascuno degli imputati.

Oltre a 7 anni di carcere e 35 mila euro di multa per ciascuno, il procuratore aggiunto Piero Forno e il pm Antonio Sangermano hanno chiesto l'interdizione perpetua dai pubblici uffici, dalle scuole e dai servizi che hanno a che fare coi minori per Mora, Minetti e Fede.

BERLUSCONI: "DA PM PATOLOGIA CHE INDIGNA E PREOCCUPA" - "Le argomentazioni utilizzate dai Pubblici Ministeri Milanesi nel processo Minetti, Mora, Fede, in relazione a quanto sarebbe accaduto nella mia casa, sono quanto di piu' lontano dalla realta' sia possibile immaginare". Lo afferma in una nota Silvio Berlusconi. "Decine e decine di testimonianze hanno asseverato la assoluta normalita' delle cene presso la mia residenza e la totale assenza di qualsiasi connotazione men che corretta. La fantasia dell'accusa - sottolinea l'ex premier - appare davvero senza confini e si spinge ad una patologia giuridica che non puo' che destare indignazione e preoccupazione. Sono certo che la forza della verita' dimostrera' la totale infondatezza di tali incredibili ed inaccettabili ricostruzioni", conclude Berlusconi.

GHEDINI: "LASCIA STUPITI LA REQUISITORIA DEI PM" - La requisitoria di quest'oggi pronunciata nel processo Fede, Minetti, Mora non puo' che lasciare stupiti per la mancanza di correlazione fra la realta' processuale e le tesi accusatorie. A casa del Presidente Berlusconi mai si sono verificati accadimenti quali quelli narrati". Lo afferma in una nota Niccolo' Ghedini, legale di Silvio Berlusconi. "Tutti i testimoni non solo hanno escluso qualsiasi attivita' prostituiva ma anche che si siano verificate situazioni volgari o illecite. Ancora una volta a Milano - sottolinea Ghedini - assistiamo ad una aggressione totalmente sganciata dalle risultanze processuali alla vita privata e all'onorabilita' del Presidente Berlusconi che non puo' non destare sconcerto".

MORA: "NON SONO LA PERSONA DESCRITTA DA PM" - "Non mi riconosco nella persona che e' stata descritta dai pm, non sono quella persona e non ho altro da dire". Cosi', parlando coi cronisti al termine dell'udienza, Lele Mora ha commentato la richiesta di condanna a 7 anni formulata dai pm di Milano a suo carico e nei confronti di Emilio Fede e Nicole Minetti per il caso Ruby. "Oggi sono venuto per rispetto del tribunale e della corte, perche' e' giusto esserci", ha aggiunto l'ex guru dei vip.

PM: "RUBY HA PAURA DI DIRE LA VERITA'" - Non e' una simulatrice, ma una dissimulatrice che ha paura di dire la verita' perche' e' troppo brutta". Cosi' il procuratore aggiunto Piero Forno descrive l'atteggiamento ambivalente che Ruby ha avuto nel corso delle indagini e del processo che prende il suo nome: prima, durante le indagini preliminari, ha raccontato di serate hot ad Arcore, poi, in aula, ha fatto retromarcia. Forno si e' soffermato a lungo sulla giovane marocchina che preferisce chiamare Karima "e non Ruby che mi sembra un nome evocativo dell'attivita' prostitutiva a cui la povera ragazza e' stata destinata". "Le sue dichiarazioni sono state un torrente in piena che ha trasportato di tutto, anche materiale prezioso, e anche affermazioni assolutamente infondate".

Il magistrato ha ricordato di quando la giovane, sentita dai pm nell'estate del 2010, scoppio' in un pianto disperato davanti agli inquirenti, esclamando 'che vergogna...' questa, per Forno, e' la Ruby 'vera', una ragazzina che "dimostrava piu' anni fisicamente, ma con un'eta' mentale inferiore alla sua" e che aveva creato "un'empatia" con i pubblici ministeri. "Basta sentirla parlare due minuti e ti accorgi che e' una ragazzina sofferente e si spiega perche' nelle sue audizioni non abbia potuto raccontare tutto quello che le era successo. E' una ragazza intelligente che in qualche modo ha cercato di portare a casa risultati concreti dalla sua triste esperienza". Forno concede a Karima di avere dato, nella sua testimonianza in aula, una versione "meno smaccatamente falsa" rispetto a quella di alcune altre ragazze ospiti ad Arcore. "Dai suoi racconti stereotipati in cui continua a ripetere che diceva delle cavolate vengono pero' fuori ragazze sensuali e che restano nude, che non hanno nulla a che fare con le cene eleganti. Con questa piccola concessione Karima ha cercato di salvare la sua dignita'".

Ruby

"Non diciamo compari, perché è un termine dispregiativo, ma definiamoli sodali e complici". Così il pm Antonio Sangermano definisce, nella requisitoria al processo "Ruby bis", il legame tra i due imputati Emilio Fede e Lele Mora. Secondo il pm, i due seguivano sempre lo stesso schema nell'individuare le ragazze da portare ad Arcore e nell'inserirle all'interno del circuito. Si comportavano "come assaggiatori di vini pregiati" che valutavano la gradevolezza estetica delle giovani, poi le facevano "un minimo esamino di presentabilità socio-relazionale" e le immettevano nel circuito.

"Questi signori - afferma il pm - hanno condiviso l'organizzazione del sistema che ha dato frutti e vantaggi a tutti". Prima di una pausa, il pm ha spiegato ai giudici di aver depositato una memoria che in 55 capitoli ricostruisce il sistema delle cene". Secondo il pm, "è Emilio Fede che porta Ruby ad Arcore, da quel momento in poi Mora si prende cura della minore". Sangermano definisce "un apparato militare quello che si scatena per salvare e accudire il soldato Ryan che è Ruby". In questo contesto, sottolinea il ruolo dell'avvocato Luca Giuliante, "tesoriere del Pdl che si scatena per salvare la minore".

"Non è credibile - è la tesi dell'accusa - ritenere che la persona che presenta la minore al Presidente del Consiglio e la mette nelle mani di Mora taccia la minore età". Spetta poi, in questa ricostruzione, a Lele Mora essere "come un segugio che segue e protegge" la giovane marocchina. "Ad altre sedi democratiche spettano i giudizi su Silvio Berlusconi, la vicenda di quest'uomo la giudicheranno le urne e la storia, qua si tratteranno i profili comportamentali in relazione alla valenza probatoria in questo processo", ha affermato il pm. La "madre di questo processo", secondo Sangermano, è la legge Merlin, che, "a distanza di 55 anni, resiste intatta e ha mediato tra la libertà individuale di disporre del proprio corpo e il divieto assoluto di vendere la propria sessualità. L'interposizione di un terzo che istighi e sfrutti l'altrui sessualità non è lecita". Il pm Sangermano in apertura di requisitoria ha rivendicato la necessità delle indagini sulla vicenda, nate da una "macroscopica notizia di reato".

"Secondo la difesa - ha affermato il pm - queste indagini sono state un espediente per spiare una persona dal buco della serratura. Chi sostiene questi argomenti è in malafede ed è mosso da una tesi precostituita. Noi magistrati abbiamo adempiuto con onore al nostro dovere istituzionale. I pm di Milano hanno ricevuto una macroscopica notizia di reato". Questa "notizia di reato" è per il pm quella relativa a "una ragazzina che girava per la città con pacchi di denaro in tasca e viveva come una prostituta soggiornando in alberghi di lusso e andava in giro a raccontare che frequentava un uomo ricco e potente. Questa stessa ragazzina risultava essere fuggita da diverse comunità per minori". Il rappresentante dell'accusa ha spiegato che nel nostro ordinamento sono in vigore i principi dell'obbligatorietà dell'azione penale e dell'uguaglianza di tutti davanti alla legge, ai quali le indagini si sono ispirati. "Nella vicenda Ruby - sono le sue parole - la legge è stata violata e la dignità di una minorenne è stata violentata".

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