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Cronache
"Io, rapinatore per gioco". La vera storia di un ludopatico
JORGE REAL nasce in Venezuela. Dopo essere stato per molti anni pilota della CIA e averne tradito la fiducia in quanto si era trasformato in un trafficante internazionale di droga, viene arrestato in Italia e poi estradato in Spagna, dove sta scontando la pena. Il suo primo grande successo letterario Il volo del silenzio tradotto in molte lingue, in Italia è stato pubblicato con un eccezionale riscontro di pubblico e di critica da Longanesi.

ANTONIO G. D’ERRICO, scrittore e sceneggiatore teatrale, televisivo e cinematografico. Autore di thriller e romanzi. Terzo classificato al Premio Scerbanenco, col voto della giuria e dei lettori, e Premio Cesare Pavese per la narrativa con il romanzo Montalto. Fino all’ultimo respiro. Nel 2011, scrive per Rizzoli la biografia di Eugenio Finardi, Spostare l’orizzonte. Con Edizioni Anordest ha pubblicato la biografia di Marco Pannella, Segnali di distensione e il volume Camorra, confessioni inedite di Mario Perrella boss pentito del rione Traiano di Napoli.

Il giocatore d’azzardo esprime un ego che non riesce a controllare. Perde l’affetto dei suoi genitori, il bene della ragazza che ama, la sincerità delle amicizie. Si circonda solo di persone interessate a procurarsi denaro da consumare nel gioco, al casinò, alle corse dei cavalli, frequentando bische clandestine. Paolo Pennacchione è il protagonista di questa storia vera. Nato a Ortona in provincia di Chieti, da una famiglia di umili origini, viene sopraffatto dal suo bisogno irrefrenabile di denaro da puntare al tavolo da gioco o su una tris di gare di cavalli. A un certo punto, il suo bisogno patologico del rischio, della scarica adrenalinica, gli impone di alzare il tiro. Iniziano i suoi rocamboleschi “prelievi illegali” come rapinatore di banche.

A poco più di trent’anni si rende artefice di quaranta rapine, per un totale di alcuni milioni di euro. Si aprono i cancelli della prigione, che lo custodiranno per qualche tempo. Chiede e ottiene misure alternative. Le sfrutta non per restare a casa e meditare sui suoi sbagli ma come occasioni per continuare a realizzare altre rapine e altre puntate al gioco di cui non può farne a meno. Ritorna in carcere. Entra e esce. Per un periodo si trasferisce in Spagna. Guadagna anche qui il “privilegio” di un posto nelle prigioni andaluse. Attualmente è recluso presso il carcere di Ancona. Ma Paolo Pennacchione è da tenere in carcere o è da curare come ludopatico grave?

LEGGI IN ANTEPRIMA UN ESTRATTO DAL LIBRO "RAPINATORE PER GIOCO" di Jorge Real e Antonio D'Orrico (per gentile concessione di EDIZIONI ANORDEST)

Dalla prefazione di don Luigi Ciotti

Un giocatore di azzardo patologico vive una vita divisa a metà: da una parte la quotidianità delle relazioni e degli affetti che scandiscono il tempo “normale”, stringono legami, consentono di dare un senso e un progetto all’esistenza. Dall’altra, l’“eccezionalità” di un’esperienza in cui il quotidiano è trasceso, si è completamente immersi e catturati da un vortice di emozioni, di eccitazione e di brivido, e il cimento con l’azzardo diventa lo strumento indispensabile per viverlo. Ma le due vite non scorrono autonome e parallele per lungo tempo, senza interferire l’una con l’altra. Presto o tardi, il vortice del gioco d’azzardo prevarrà, “vincerà” anche sull’altra vita, che pur si vorrebbe mantenere protetta e distinta. La prima interferenza è costituita dalle bugie: le tante menzogne a cui la persona ricorre per giustificare il tempo sottratto alla famiglia nel dedicarlo al gioco o per spiegare l’uso del denaro, la sua mancanza improvvisa come il suo repentino reperimento. Sono le bugie, indipendentemente dalle loro gambe più o meno corte che, nel tentativo di nascondere la parte meno presentabile di sé, cominciano a contaminare l’incontaminato, minare le relazioni a cui si tiene di più, veicolare nei rapporti cariche distruttive sempre maggiori e di cui si ha sempre meno consapevolezza, proprio perché ormai si è catturati dalla passione per un bisogno divenuto prevalente, resi prigionieri dai meccanismi della dipendenza e dagli automatismi che essa instaura.

Il protagonista della biografia, Paolo Pennacchione, racconta lucidamente e impietosamente, senza sconti e senza alcun sottile compiacimento, la continua altalena tra le due vite, tra le due parti di sé che, pur reclamando entrambe la propria verità, non riuscirà a tenere separate, facendo pagare alla prima il prezzo della seconda. Paolo non diventa giocatore per caso. Prima fa esperienza di guadagno facile come imprenditore improvvisato di eventi estivi, grazie alle proprie capacità di comunicazione e di organizzazione. Un’esperienza precoce, che lo distrae dal terminare gli studi della scuola superiore, pur essendo uno studente dotato. Guadagnare in pochi giorni e ripetutamente più di quanto in genere si guadagna in un anno, non solo distorce il valore dei soldi e abitua a un tenore di vita conseguente, ma apre le porte alla convinzione che esistono modi facili e veloci per arricchirsi senza passare attraverso le fatiche del lavoro. Il gioco d’azzardo, ma anche il gioco in borsa, o altri investimenti speculativi in cui il “rischio” prende il posto dello sforzo e della fatica, quando non addirittura l’impresa criminale, costituiscono gli strumenti più comuni. Per Paolo il gioco d’azzardo si presenta dapprima sotto la veste delle scommesse per i cavalli; solo successivamente approderà ai casinò e alle scommesse clandestine. Come in ogni “carriera” di giocatore patologico sono le prime vincite a rafforzare l’illusione di essere “tagliati” per l’azzardo e a consolidare l’idea che scommettere non sia solo questione di fortuna ma anche di abilità: informarsi, sapere dove trovare le notizie utili, calcolare le probabilità, tenere conto dei possibili imprevisti, saper cogliere il momento e l’occasione, sondare l’impalpabile, mantenere il sangue freddo… Il dato di realtà delle perdite successive non scalfirà queste certezze, per cui la soluzione al problema della perdita al gioco non sarà quella di smettere di giocare, ma di reperire in continuazione il denaro necessario per potere continuare a giocare.

A differenza della maggioranza degli altri giocatori patologici, Paolo non s’infilerà in una lunga sequenza di indebitamenti con banche e agenzie finanziarie, per finire, in ultimo, tra le mani degli usurai e delle loro organizzazioni. Paolo sceglie la via dei “prelievi illegali”, iniziando una terza vita come rapinatore di banche. Ogniqualvolta va “sotto” nel gioco e ha bisogno di nuovo denaro, non esita a ideare un nuovo “colpo” in banca. In questo modo non solo si allargano e dilagano le conseguenze della dipendenza, rendendola molto simile a quella delle persone eroinomani che, in crisi di astinenza, devono recuperare il denaro necessario per la dose; ma è lo stesso meccanismo della dipendenza che si replica all’ennesima potenza, perché ogni nuova rapina rappresenta in realtà un’ulteriore scommessa che impone un altro e più alto confronto col rischio. Si viene posseduti da una carica di adrenalina e da un tale livello di tensione che, se il “colpo” ha buon esito – racconta Paolo – si manifestano le stesse espressioni di esultanza che accompagnano la grande vincita al gioco. Il “colpo” in banca e il “colpo” al casinò, sia sotto il profilo della dinamica della motivazione che dei meccanismi di gratificazione, presentano molte affinità. Chi ritiene il gioco d’azzardo solo un vizio e non ne riconosce gli aspetti di malattia, non può non rimanere colpito da come, ogni volta che il protagonista si riprende dalla batosta appena subita (il carcere, la sofferenza e la delusione inferta ai genitori, la vergogna della situazione, la perdita della fidanzata…), non molto tempo dopo ricominci a giocare, prima con piccole scommesse e in momenti limitati, poi sempre più frequentemente e con cifre sempre più alte.

È la logica della “ricaduta”, che secondo un’ormai famosa definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, costituisce la caratteristica principale di ogni dipendenza. La vera difficoltà non è tanto “staccare” quanto “non ricadere”, riuscire a non farsi risucchiare dai meccanismi, spesso impercettibili, che riportano all’abitudine. Come se l’esperienza non insegnasse nulla, la persona non avesse memoria, non potesse imparare dagli errori, perché il meccanismo è più forte, spazza via ogni dubbio e remora, tacita i sensi di colpa, supera ogni vergogna. È a questo punto che la vita del giocatore mette in palio l’altra sua vita, quella sentimentale e relazionale, spesso giocandosi non solo ciò che garantisce sicurezza economica per sé e per gli altri, ma gli affetti più importanti: il rapporto coi figli, i partners, i genitori, gli amici più significativi...

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gioco d'azzardo
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