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Renzi e l’arte di sminuire… Il commento di Ernesto Vergani

di Ernesto Vergani

Come sa bene chi frequenta la disciplina manageriale, c’è una regola che vale più di altre di fronte a un attacco (o al merito) del prossimo: sminuire. Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, in questo è esemplare. In risposta al fondo di Ferruccio de Bortoli che lo attaccava, ha replicato dagli Stati Uniti: “Il Corriere della Sera? Non lo leggo”. Il giornalismo in democrazia dovrebbe essere il quarto potere ed è quindi bizzarro che un premier snobbi il primo quotidiano del suo Paese.

Criticato da Massimo D’Alema circa la riforma dell’articolo 18, Renzi ha affermato all’inviato di Ballarò: “D’Alema? Se non ci fosse dovrebbero inventarlo. Ogni volta che parla guadagno un punto nei sondaggi”. Tutto regolare. I politici fanno corsi di media training e come sa ogni spin doctor che si rispetti, quando attaccati, la via di fuga più facile, semplice e veloce è appunto minimizzare. Che poi è la variante di sminuire.
Sminuire, direbbero gli psicanalisti, è, come diceva Carl Gustav Jung ma riguardo al fanatismo, l’ipercompensazione di un dubbio. Alla fine sminuire è un attacco. Attacco come difesa. Funzionale alla frenesia delle relazioni con i media. Certamente la prova che Matteo Renzi non è super partes.

Come lo è Papa Francesco (altro grande comunicatore) che, vista anche la funzione intrinseca del suo ruolo, evita la tecnica di sminuire. Ma denota una certa debolezza utilizzare un certo linguaggio violento (“i bastonati nel confessionale”, “la case per anziani prigioni”), al pari del resto di Renzi (“usare la ruspa nella pubblica amministrazione”, “in direzione li ho spianati”).
Tuttavia ci sono altre regole. Il confronto democratico prevede di accogliere le critiche dell’avversario. Se possibile di analizzarle, per poi eventualmente respingerle.  Sempre in tema di disciplina manageriale, come sanno tutti i grandi professionisti, dire (cercare) la verità alla fine conviene sempre.