di Guido Camera, avvocato
Lo stop and go del Governo sull’abolizione del tetto salariale alle forze dell’ordine è indicativo del fatto che – a prescindere dagli accattivanti proclami – chi è al timone dell’Italia naviga decisamente a vista.
Riavvolgiamo un attimo il film: dopo che, la scorsa settimana, il ministro Madia ha annunciato il rinnovo del blocco dello stipendio dei dipendenti pubblici anche per il 2015, tra i quali rientrano i rappresentanti delle forze dell’ordine, è scaturita una reazione senza precedenti da parte di queste ultime che, con un documento congiunto durissimo, hanno minacciato lo sciopero, e chiesto le dimissioni di ministri e vertici militari e civili.
L’asprezza di tale iniziativa, da quanto emerge dai media, trova (anche) origine nelle concrete aspettative che, fino a poco prima dell’estate, aveva suscitato il Governo: è infatti evidente che le forze dell’ordine hanno subito una doccia tanto gelata quanto inaspettata dalla dichiarazioni del Ministro Madia, posto che, fino a pochi giorni fa, avevano una ragionevole convinzione di avere ottenuto l’abolizione del tetto salariale per il 2015, ovvero, come spiegano i sindacati di polizia e carabinieri, un “infernale meccanismo per cui ciascuno non può guadagnare più di quanto guadagnava nel 2010”. Una distorsione che “penalizza i più meritevoli e quelli che lavorano di più”, visto che il salario rimane quello del 2010 anche per chi viene promosso di grado, oppure svolge ore di lavoro straordinario.
Visti i frequenti, eterogenei e gravosi problemi di ordine pubblico che attanagliano la nostra società, non credo che si possa liquidare a cuor leggero l’attuale scoramento di chi, in strada, in mare e nelle carceri, lavora e rischia la vita per garantire la serenità e l’incolumità di tutti noi. Certamente chi ha scelto di servire la Patria per professione deve essere consapevole dei sacrifici, anche economici, che ciò può comportare. Ma – almeno con loro – ci si aspetta che le istituzioni parlino chiaro e non creino false e pericolose illusioni.
Del tutto fuori luogo, in questo contesto, mi è apparsa la reazione del premier che, nell’immediatezza della protesta, ha professato irritato stupore di fronte alla minaccia dello sciopero delle forze dell’ordine – posto che, a suo dire, “il blocco dello stipendio degli statali era previsto nel Documento di economia e finanzia, il Def, quindi non era una novità” – e poi addirittura ha polemizzato, in occasione del vertice Nato di Newport, stigmatizzando il fatto che l’Italia è “l’unico paese che ha cinque forze di polizia”.
C’è da chiedersi dove era il premier – che oggi cade dal pero di fronte all’esasperazione delle forze dell’ordine, e arriva a parlare di “ricatti” – quando, sino a poco più di un mese fa, i capi di gabinetto dei ministeri interessati – con l’evidente sostegno dei Ministri di Interni e Difesa – si incontravano con i vertici delle forze di polizia, quelli dello Stato Maggiore della Difesa e il ragioniere generale dello Stato, per stanziare fondi e concordare lo sblocco anticipato degli stipendi all’autunno di quest’anno.
Ma quello che veramente sorprende, e ancor più inquieta, è la leggerezza con cui il premier, per di più in un frangente quale l’attuale – dove le uniche cose che non mancano sono fretta, ansia ed esasperazione – tira negativamente in ballo il tema del numero delle forze dell’ordine, e, quindi, introduce il delicato argomento del loro accorpamento, come ha colto Stefano Folli sul Sole 24 Ore di sabato scorso: un argomento ben diverso, e che deve essere affrontato solo sotto il profilo politico, oltre che in un contesto di reale azione riformatrice sul lungo periodo, e non certo per esigenze economiche contingenti. Che, per quanto gravi, non possono essere confuse con tematiche strutturali e, men che meno, usate come merce di scambio al tavolo della trattativa per scongiurare un clamoroso sciopero.
Peraltro, ai più non sfuggirà che, proprio nell’attuale contesto di incertezza sociale e legislativa – non certo agevolata dai provvedimenti a macchia di leopardo che sta emanando il Governo, resi ancor più incerti dall’alea del procedimento di conversione in legge, nonché dalla mole di provvedimenti che deve esaminare il Parlamento – sarebbe doveroso investire, quantomeno in termini di relazioni politiche e istituzionali, sui soggetti che, come le forze dell’ordine, sono i primi a dover fare rispettare la legge e sono la quotidiana faccia dello Stato nel rapporto con la gente comune. E devono, perciò, essere messi nelle condizioni di garantire risposte tempestive, certe e rassicuranti. Senza le quali potrà anche continuare a crescere il consenso personale, ma crollerà la fiducia nello Stato.

