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Cronache
Caso Biagi, il braccio destro di Scajola: sapeva del pericolo

"Il 15 marzo 2002, quattro giorni prima dellomicidio di Marco Biagi, consegnai due lettere al ministro dell'Interno Claudio Scajola con le richieste dell'onorevole Maurizio Sacconi e del direttore generale di Confindustria Stefano Parisi perché fosse data la scorta al giuslavorista bolognese". A dirlo, 13 anni dopo l'attentato con il professore, è Luciano Zocchi, che di Scajola era il capo delle segreteria, in un'intervista con Fiorenza Sarzanini al Corriere della Sera. Lui conserva ancora quelle carte: "Ho sempre fotocopiato tutto".

"Era la mattina del 15 marzo 2002. Mi chiamò Enrica Giorgetti, la moglie dell’onorevole Sacconi che lavorava in Confindustria. Mi segnalò la pubblicazione della relazione semestrale dei servizi segreti con le minacce brigatiste. E mi disse: “Non chiedo di dare la scorta a mio marito, ma convinci il ministro a darla a Biagi”". Scajola "in quel momento lui stava presiedendo il comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza", prosegue Zocchi. "Mentre scrivevo la lettera mi telefonò il direttore generale di Confindustria Stefano Parisi e mi chiese un appuntamento con il ministro segnalandomi lo stesso problema. A quel punto scrissi i due appunti e li portai alla sua segretaria affinché glieli consegnassero subito".

"Nel primo - dichiara sempre Zocchi - scrissi: L’onorevole Sacconi ti chiede di dare la tutela al professor Marco Biagi, erede di D’Antona e Tarantelli”. Nella seconda annotai: "Stefano Parisi (essendo all’estero il presidente di Confindustria Antonio D’Amato) ti chiede un appuntamento urgente per lo stesso motivo". 

"La sua segretaria (di Scajola, ndr) Fabiana Santini mi disse che glieli aveva dati e lui li aveva letti. ma poi ne ebbi anche conferma diretta. Quella sera Scajola mi chiamò per chiedermi come mai conoscevo Parisi. In quel momento capii che aveva visto tutto".

Omicidio per omissione: e' l'ipotesi di reato nell'inchiesta della Procura di Bologna sulla mancata scorta a Marco Biagi, il giuslavorista ucciso il 19 marzo 2002 da un commando delle Nuove Brigate Rosse, sotto la sua abitazione di via Valdonica, nel centro del capoluogo emiliano. L'inchiesta dei magistrati felsinei avrebbe preso corpo anche in seguito ad alcuni documenti sequestrati dalla Procura di Roma dall'archivio dell'ex ministro dell'Interno Claudio Scajola nell'ambito di un'altra indagine. Gli inquirenti ipotizzano il reato al momento contro ignoti. Non solo: nelle mani dei pm ci sarebbero due lettere che avvisavano Scajola del pericolo corso da Biagi e "vistate" dall'ex ministro, sconfessando così la sua versione che è sempre stata quella che non era al correnti dei rischi corsi dal giuslavorista.

Si e' partiti da una lettera di un politico vicino a Marco Biagi in cui si metteva in guardia sul pericolo in cui si trovava il giuslavorista poi assassinato, e su cui ci sarebbe il 'visto' dall'ex ministro Claudio Scajola. Il documento sarebbe stato trovato dalla guardia di finanza nell'archivio di Scajola affidato al suo ex segretario Luciano Zocchi e a un funzionario del servizio segreto militare. Un'attivita' investigativa svolta nell'ambito di un'inchiesta della procura di Roma sull'eredita' dei Salesiani. Il nuovo fascicolo dei magistrati felsinei e' stato aperto dal pm Antonello Gustapane, lo stesso che indago' sulla revoca alla scorta per Marco Biagi chiedendo, nel 2003, l'archiviazione dall'accusa di cooperazione colposa in omicidio per l'allora direttore dell'Ucigos, Carlo De Stefano, il suo vice Stefano Berrettoni, il questore Romano Argenio e il prefetto Sergio Iovino. Nei giorni scorsi, nell'ambito dell'inchiesta sarebbero stati sentiti dagli inquirenti lo stesso Zocchi e la moglie dell'ex ministro del Lavoro Maurizio Sacconi.

La vedova Biagi, Marina Orlandi, non ha ricevuto al momento alcuna convocazione da parte dei pm. Massimo riserbo sulla nuova inchiesta e' tenuto dalla Procura di Bologna che non ha commentato i recenti sviluppi. Intanto l'ex ministro Claudio Scajola ricorre al tribunale del riesame contro l'applicazione della misura cautelare della custodia in carcere. Questa mattina l'istanza di riesame della custodia cautelare e' stata depositata a firma dell'avvocato Giorgio Perroni, legale di fiducia insieme all'avvocato Nico D'Ascola dell'ex ministro arrestato con l'accusa di procurata inosservanza di pena, a favore dell'ex deputato Amedeo Matacena, nell'ambito dell'inchiesta Breakfast. Si muovono anche le difese degli altri indagati: gli avvocati Giuseppe Verdirame e Corrado Politi, legali della madre dell'ex armatore, Raffaella De Carolis, e il solo avvocato Politi per Martino Politi, il factotum di Matacena, hanno gia' depositato istanza di riesame della custodia cautelare. Ancora non e' stata fissata l'udienza. Probabilmente il tribunale del riesame discutera' nella stessa occasione anche l'appello presentato invece dalla Procura, contro il mancato accoglimento dell'aggravante mafiosa.

Nel frattempo e' stato fissato per venerdi' alle 11,30 l'interrogatorio di garanzia di Chiara Rizzo, la moglie dell'ex deputato Amedeo Matacena, giunta nella tarda serata di ieri all'aeroporto di Reggio Calabria, dopo il via libera all'estradizione da Nizza dove era stata arrestata due domeniche fa dalla polizia francese. Sulla donna era pendente un mandato di cattura europeo in quanto destinataria di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere per intestazione fittizia di beni e procurata inosservanza di pena. Da fonti di procura si apprende che anche i pm titolari dell'indagine, Giuseppe Lombardo della Dda di Reggio Calabria e Francesco Curcio della Dna, assisteranno all'interrogatorio di garanzia della donna.

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