“Su via D’Amelio non sapevo nulla. Erano i poliziotti a spiegarmi tutto, a prepararmi bene per rispondere agli interrogatori“. “Altro che trattativa, mafia e politici erano soci. Il capo della mobile e i servizi mi chiesero aiuto per cacciare Falcone”. Mentre dal carcere Riina minaccia nuove stragi arrivano due frasi “bomba”. La prima è di Vincenzo Scarantino, il pentito ritenuto prima affidabile e poi inattendibile dai pm siciliani. La seconda è dell’altro pentito Franco Di Carlo. Scarantino afferma che su Borsellino fu l’ex questore di Palermo La Barbera a dirgli di mentire. La Barbera coinvolto anche da Di Carlo nelle sue rivelazioni: “Vennero a chiedermi di trovare un modo per costringere Falcone ad andar via da Palermo. Creai un contatto tra mafia e servizi”.
SCARANTINO: “FU LA BARBERA A DIRMI DI MENTIRE” – “Le sere prima degli interrogatori mi leggevano tutto e io dovevo memorizzare tutto quello che sentivo”. Lo dice l’ex collaboratore di giustizia Vincenzo Scarantino in un’intervista esclusiva a Servizio Pubblico che andrà in onda giovedì prossimo. Scarantino si era accusato, per poi ritrattare tutto, di aver procurato la Fiat 126 servita per la strage di via d’Amelio a Palermo i cui furono uccisi il procuratore aggiunto Paolo Borsellino e cinque poliziotti. Scarantino – nell’intervista di Dina Lauricella – racconta in video per la prima volta come un gruppo di poliziotti lo facesse studiare, lo preparasse agli interrogatori. “Quindi i suoi continui ripensamenti, e le varie ritrattazioni avvengono sempre sotto minaccia?”, chiede la giornalista. E Scarantino risponde: “Sì”. “La mafia arriva, spara in faccia, spara in testa – aggiunge il picciotto della Guadagna – Subito uno si accascia, e muore. Lo Stato, invece, ti fa morire giorno dopo giorno”.
IL PENTITO DI CARLO: “STATO E MAFIA ERANO SOCI, MI CHIESERO AIUTO PER CACCIARE FALCONE” – ‘Non ho preso parte alle stragi e non le avrei condivise, ma ero in carcere e ho ricevuto visite da esponenti di servizi che mi hanno proposto un accordo per fermare Falcone”. Lo afferma a Repubblica il pentito Franco Di Carlo. “Accadde prima dell’attentato all’Addaura dell’89, venne a trovarmi un emissario di un ufficiale dei servizi che era stato il mio tramite con il generale Santovito per tanti anni. Con lui c’era il capo della Mobile Arnaldo La Barbera, quest’ultimo non si presentò, ma assistette. Non lo conoscevo, lo riconobbi in fotografia in seguito”, racconta Di Carlo. ”Vennero a chiedermi di trovare un modo per costringere Falcone ad andar via da Palermo, a cambiare mestiere. Mi spiego così l’attentato dell’Addaura. Cercai un contatto, credo che abbiano trovato un’intesa”. ”Cosa nostra non prende ordini da nessuno, ma le stragi hanno messo d’accordo più soggetti. Falcone e Borsellino erano un pericolo anche per chi nello Stato temeva la propria fine. L’idea di costituire Dia e Dna, di abbattere il segreto bancario, rappresentavano una minaccia per chi, politici compresi, aveva condotto una lotta di facciata, accordandosi sempre con noi”, dichiara Di Carlo. In merito al processo sulla trattativa Stato-Mafia, ”risponderò come sempre, ma è riduttivo chiamarla trattativa: non c’è stato un accordo soltanto sul 41 bis. Cosa nostra e politica – sottolinea il pentito – hanno avuto un dialogo continuo, erano soci”. Sulle intercettazioni di Riina, ”era certo di essere ascoltato, voleva far sapere che lui è il capo di Cosa nostra e che lo stragismo non è finito: è alla ricerca di chi continui la sua linea suicida”, dice Di Carlo. ”Ma Cosa nostra oggi è stanca della sua megalomania”.
