Dire “Stato di m….” è vilipendio. Lo ha stabilito la suprema Corte di Cassazione che ha confermato la condanna di un tenente di vascello pilota della Marina Militare italiana perché su facebook si era espresso così contro lo Stato italiano.
Quante volte avremmo sentito questa frase, apostrofata con gli accenti più improbabili e per i motivi più disparati. Ma è un reato e l’uomo che ha riportato la frase, manifestando così il suo disappunto in merito alla controversia internazionale tra Italia e India, sorta per arresto da parte della polizia indiana dei due fucilieri di marina italiani (i Marò) imbarcati sulla petroliera italiana Enrica Lexie e la collaborazione dell’Italia con gli indiani, è stato condannato ad 1 anno e quattro mesi di carcere, 3000 euro di multa e al pagamento delle spese processuali.
Il militare aveva postato sul proprio profilo Facebook la foto di una nave da guerra accompagnata dalla frase offensiva per l’Italia. Il commento ricadeva su un “articolo” che spiegava “i rapporti commerciali tra l’Italia e l’India”.
Le conclusioni della sentenza n. 35988/2019 della Cassazione ha respinto il ricorso presentato dall’uomo che era già stato condannato in precedenza. Dalla Corte militare di appello di Roma e dal Tribunale militare di Napoli che aveva dichiarato l’uomo colpevole del reato di vilipendio della Repubblica, aggravato ai sensi degli artt. 81 e 47, primo comma n. 2, cod. pen. mil. pace, condannandolo alla pena di anni un anno e mesi quattro di reclusione militare. Il caso, accaduto a dicembre del 2015, si era manifestato nelle aule di giustizia con i difensori dell’uomo che avevano provato in ogni sede a spiegare l’innocenza dell’assistito. Sia per l’assenza dell’elemento psicologico del reato, cioè l’uomo non sarebbe stato consapevole di commetterlo, sia per la mancata dimostrazione dell’identità e paternità della frase dietro il profilo, cioè che a scrivere la frase fosse stato davvero l’uomo. Ma non c’è stato verso.
La Corte di Cassazione, con sentenza n. 35988/2019 dichiara il ricorso inammissibile, ritenendo infondati i motivi sollevati in difesa dell’imputato. Gli Ermellini dicono che: “Il reato di vilipendio della Repubblica, delle istituzioni costituzionali e delle forze armate consiste nel disprezzare, tenere a vile, ricusare qualsiasi valore etico, sociale o politico alle istituzioni predette, considerate nella loro entità astratta ovvero concreta, ossia nella loro essenza ideale oppure quali enti concretamente operanti. L’elemento soggettivo del delitto di vilipendio della Repubblica, delle istituzioni costituzionali e delle forze armate consiste nel dolo generico, con conseguente irrilevanza dei motivi particolari che possano aver indotto l’autore a commettere consapevolmente il fatto vilipendioso addebitato”.
Il diritto di esprimere liberamente il proprio pensiero (art. 21 Cost.) trova un limite non superabile nella esigenza di tutela del decoro e del prestigio delle istituzioni. L’offesa e il disprezzo gratuito non coincidono col diritto di critica e libera manifestazione del pensiero ma superano il limite giuridico costituito dal rispetto del prestigio delle istituzioni repubblicane. Il fatto che incastra l’uomo è proprio l’utilizzo nello specifico del termine “Stato”, quindi non può essere riferito alla Nazione, ossia alla generica comunità di individui, ma allo Stato, in quanto organismi specifici che rappresentano la Nazione.
La condotta è anche aggravata perché bacheca Facebook integra un’ipotesi di amplificazione del fatto, vista la ampia diffusione che permette il social network.

