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Cronache
Trieste, attenuanti al medico killer. Rabbia dei famigliari delle vittime

La figlia di una delle vittime del medico-giustiziere: "15 anni di condanna sono pochi"

Nei giorni scorsi la Corte d'Assise di Trieste ha condannato Vincenzo Campanile, a 15 anni e 7 mesi di reclusione l’ex medico monfalconese anestesista del 118 a Trieste accusato di aver ucciso nove anziani con iniezioni di potenti sedativi (tra cui il Propofol) durante interventi di soccorso domiciliare. Campanile è stato ritenuto colpevole di omicidio volontario. Inoltre è stato condannato per falso in atto pubblico per non aver riportato nei verbali l’utilizzo dei medicinali. Campanile e l'Azienda sanitaria universitaria giuliano isontina (Asugi) sono stati condannati in solido al risarcimento dei danni in favore dei congiunti delle vittime che si sono costituiti parte civile, con causa da promuovere davanti al giudice civile per la liquidazione.

Gli anziani avevano tra i 75 e i 90 anni, tutti con patologie (quattro erano pazienti oncologici) e colti da improvviso peggioramento prima di richiedere l’intervento del 118. I decessi risalgono al periodo tra il novembre 2014 e il gennaio 2018. Campanile è stato anche interdetto in perpetuo dai pubblici uffici e interdetto dall'esercizio di professione medica per cinque anni, ma la condanna è stata più bassa del previsto a causa del riconoscimento di un'attenuante. 

Gabriella Orazi, 56 anni, ha perso la madre, l’ottantunenne Maria Kupfersin, deceduta dieci minuti prima che la figlia arrivasse a casa. In un'intervista a Repubblica, la donna dice: "Quindici anni sono pochi perché nessuno si può arrogare il diritto di vita o di morte sugli altri. Ma comunque non sarà il carcere, o i risarcimenti eventuali che noi parenti potremo avere, a riportare in vita i nostri cari".

La donna racconta poi a Repubblica il giorno della morte della madre e il suo colloquio col medico, al quale disse "che mia madre forse aveva avuto un ictus e che non era il caso di portarla in ospedale, perché forse non ci sarebbe mai arrivata. E nel caso fosse sopravvissuta nel tragitto, non sapeva in quali condizioni. A un certo punto mi chiese se mia mamma avesse mai parlato di cure palliative. Risposi di no, quindi gli dissi che stavo per arrivare a casa, pregandolo di tenerla in vita ancora un po’ per stare con lei".

Secondo quanto dice la donna a Repubblica, il medico rispose così: "La sua frase mi rimarrà sempre scolpita: “Non posso”. A posteriori, quando il giornale ha parlato delle indagini e quando il corpo di mia mamma è stato riesumato per l’autopsia, credo di aver capito cosa significava quel “non posso” dell’anestesista. Forse significava che le aveva già iniettato quel farmaco. Che l’aveva già uccisa. Ma fino a quando non erano uscite le notizie sul giornale, io non avevo sospettato nulla su quanto era successo a mia madre. Perché mi sono sempre fidata dei medici".

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