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Cronache
VajontLa diga del Vajont

di Antonino D'Anna

Sono passati ormai cinquant'anni da quella sera del 9 ottobre 1963, quando alle 22.39 parte del monte Toc franò nel lago artificiale del Vajont e rase al suolo Longarone (BL), danneggiando seriamente Erto e Casso. La diga voluta dalla Sade sin dalla fine degli anni '20, al momento un gioiello dell'ingegneria italiana e la diga a doppio arco più alta al mondo, resse all'urto: ma l'onda d'acqua distrusse tutto quello che incontrò lungo la sua strada. Tra i sopravvissuti c'era un longaronese che per tutta la vita, sia pure con discrezione ma con la caparbietà dei veneti, si batté perché la memoria e l'insegnamento di tutto questo non andassero perduti.

Si chiamava Giuseppe Capraro, era sacerdote e sociologo e insegnava all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. L'ho conosciuto da studente, proprio negli ultimi anni della sua vita. Così raccontò al Corriere delle Alpi, nel 2001, che cosa accadde quella notte e perché si salvò casualmente: “Quella notte mi trovavo in seminario a Belluno. Eravamo in ritiro spirituale d'inizio anno. Eravamo 6 seminaristi di Longarone. Ci avvertirono la mattina dopo. Ci accompagnarono in macchina fino a Faè. Da lì proseguimmo a piedi. Quando raggiungemmo Pirago, il seminarista di lì, cadde in ginocchio, disperato: non era rimasto più nulla. lo proseguii. La mia famiglia abitava in via Roma. Trovai la casa fortunatamente ancora in piedi, ma piena di acqua, melma, suppellettili arrivate da chissà dove. Abbracciai mio padre e piangemmo insieme”.

In università don Capraro era conosciuto come Padre Longarone o Padre Vajont. Quando l'ho incontrato la prima volta era ormai alla fine della sua vita, malato di tumore. Era capace di ridere del suo dramma: “Siamo tumorati di Dio”, diceva, e mai che abbia detto una parola di odio o disprezzo verso la Sade o i tecnici che costruirono la bomba d'acqua, la tragedia “pulita”, come la descrisse l'indomani Giorgio Bocca. È andato avanti, come sono andati avanti a Erto, Casso, Longarone e tutti i paesi colpiti dall'inondazione. Sono andati avanti malgrado le condanne lievi a chi volle quella diga e la costruì, o i risarcimenti, con mariti valutati 300.000 lire in più delle mogli, e giù a scalare. Padre Vajont è morto nel 2002. Per quarant'anni della sua vita ha continuato a dare voce ai morti di quel 9 ottobre '63: perché, diceva Pier Paolo Pasolini, si muore davvero quando non si ha più voce per parlare. Credo sarebbe stato d'accordo. E con lui le altre 1910 vittime del Vajont.


Napolitano: "Vajont non tragica fatalita' ma colpe umane"

"La memoria del disastro che il 9 ottobre 1963 sconvolse l'area del Vajont suscita sempre una profonda emozione per l'immane tragedia che segno' le popolazioni con inconsolabili lutti e dure sofferenze. Il ricordo delle quasi duemila vittime e della devastazione di un territorio stravolto nel suo assetto naturale e sociale induce, a cinquant'anni di distanza, a ribadire che quell'evento non fu una tragica, inevitabile fatalita', ma drammatica conseguenza di precise colpe umane, che vanno denunciate e di cui non possono sottacersi le responsabilita'". E' quanto afferma il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel messaggio inviato in occasione del 50esimo anniversario del disastro del Vajont.

"E' con questo spirito - riprende Napolitano - che il Parlamento italiano ha scelto la data del 9 ottobre quale 'Giornata nazionale in memoria delle vittime dei disastri ambientali e industriali causati dall'incuria dell'uomo', riaffermando cosi' che e' dovere fondamentale delle istituzioni pubbliche operare, con l'attivo coinvolgimento della comunita' scientifica e degli operatori privati, per la tutela, la cura e la valorizzazione del territorio, cui va affiancata una costante e puntuale azione di vigilanza e di controllo". "Nella ricorrenza del 50esimo anniversario del disastro, desidero rendere omaggio alla memoria di quanti hanno perso la vita, alla tenacia di coloro che ne hanno mantenuto fermo il ricordo e che si sono impegnati nella ricostruzione delle comunita' cosi' terribilmente ferite e rinnovare, a nome dell'intera nazione, sentimenti di partecipe vicinanza a chi ancora soffre", scrive ancora il capo dello Stato. "Desidero, inoltre, esprimere - conclude - profonda riconoscenza a quanti, in condizioni di grave rischio personale, si sono prodigati, con abnegazione, nell'assicurare tempestivi soccorsi ed assistenza, valido esempio per coloro che, nelle circostanze piu' dolorose, rappresentano tuttora un'insostituibile risorsa di solidarieta' per il paese".

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tragediavajont
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