A- A+
Cronache

di Sergio Luciano

Il vergognoso salmo dell’Ilva di Taranto finisce – vien da dire: finalmente – nel modo che meritava da un anno: con un intervento di natura commissariale da parte della magistratura. Non osino gridare allo scandalo i fautori della libera iniziativa, l’aver “scudato” un miliardo e duecento milioni di euro che erano stati illecitamente accumulati all’estero nelle Jersey Islan, tra il 1996 e il 2006, riportandolo poi in Italia dal 2009 in poi in regime di esenzione fiscale, è l’impronta digitale della profonda scorrettezza della famiglia Riva su una gestione che definire scellerata è ormai lecito.

Il fatto che la magistratura, ponendo sotto sequestro beni per ulteriori 8 miliardi, abbia di fatto sequestrato l’intero impianto – decisione che ha indotto il consiglio d’amministrazione a dimettersi – è dunque sacrosanto. E non significa fermare l’impianto, mettere tutti in mezzo a una strada, pregiudicare la continuità aziendale: al contrario, significa “mettere in sicurezza” l’azienda rispetto ai voleri di una famiglia che è ormai al di sotto di ogni sospetto e va messa in condizioni di non nuocere oltre: ha già nuociuto fin troppo. Andrà meglio chiarita la natura delle dimissioni preannunciate per la prossima assemblea del 5 giugno da parte del presidente Bruno ferrante, dell'amministratore delegato Enrico Bondi, del consigliere De Iure: sembrerebbero un atto dovuto, visto che se l’asset è sequestrato alla finanziaria della famiglia, la Riva Fire, azionista di controllo dello stabilimento, è evidente che le scelte effettuate da questa famiglia, comprese le ultime nomine, non hanno più corso legale.

Ma sarà importante capire quale ruolo abbia svolto in particolare Ferrante, in questi lunghi e inutili dodici mesi comunque recuperati alla causa della famiglia che fino a ieri era comunque “padrona” dell’impianto, senza interferenze dirette della giustizia su questa titolarità: se il ruolo di garante “super partes” che auspichiamo si confermi dall’esame che la magistratura farà delle sue scelte. E’ evidente che toccherà ora ad un custode giudiziario nominare dei nuovi vertici che gestiscano il tutto sotto l’esclusivo controllo della magistratura la quale, vivaddio, agisce pur sempre “nel nome del popolo italiano”, e può ben dirlo questo giornale che non risparmia critiche alle toghe, quando sono inefficienti o forcaiole.

I conti in tasca ai Riva sono ormai noti, a fronte degli investimenti nella salvaguardia ambientale, circa un miliardo e 100 milioni di euro in 17 anni, qualcosa in più era stato trasferito all’estero, nei paradisi fiscali. Chiaro? Chiaro e inquietante, perche davvero in ultima istanza viene da chiedersi cosa mai sarebbe cambiato, a una famiglia infinitamente ricca, tenerseli con trasparenza in Italia, quegli utili, e pagarci le tasse. Cosa se ne sono fatti dei soldi evasi? Cosa gli è cambiato? Non sarebbe stato infinitamente meglio investire anche quelli, e pagare le tasse su ciò che residuava rendendoli comunque tra gli imprenditori europei più ricchi di sempre? “Arrestateli” si intitola l’ultimo e-book di Affari Italiani Editore sul caso Ilva, un titolo inequivocabile. Come inequivocabile è il giudizio che va pur tratto su una classe dirigente meridionale, in questo caso pugliese.

E’ stata, e in parte è ancora, una classe dirigente – politica ed economica - che non ha saputo minimamente impostare una politica economica territoriale sensata per aree come la Puglia, la provincia di Taranto e tante altre; aree che sono state stuprate dall’industria pesante negli anni del Dopoguerra – quando però, almeno, ciò creava lavoro e tutti immaginavano che fosse l’unica strada per la crescita – e non sono mai più state riconvertite, neanche in parte, a quella o quelle che sarebbero e ancora sono le vocazioni naturali migliori, dal turismo all’agricoltura avanzata alle energie rinnovabili. Queste strade in Puglia sono state tentate solo ultimamente, e per fortuna con qualche successo, dalla giunta Vendola in Puglia; e senza alcun successo in Campania dal governatorato di Bassolino, che ha anzi vergognosamente lasciato sciupare, fino all’ultimo rogo alla Città della scienza di Bagnoli, la chanche straordinaria della demolizione dell’ex siderurgico e della riconversione dell’area, un impianto oggi spettrale, figlio della stessa, vecchia Ilva spremuta come un limone, a Taranto, da uno stormo di imprenditori rapaci.

Tags:
ilvatarantofine
in evidenza
Casaleggio-Sabatini, che coppia Mano nella mano in dolce attesa

Paparazzati in un hotel di lusso

Casaleggio-Sabatini, che coppia
Mano nella mano in dolce attesa

i più visti
in vetrina
Meteo, il maltempo spacca l’Italia tra temporali e super caldo

Meteo, il maltempo spacca l’Italia tra temporali e super caldo





casa, immobiliare
motori
DS 7 CROSSBACK: viaggiare in un comfort premium

DS 7 CROSSBACK: viaggiare in un comfort premium


Testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Angelo Maria Perrino - Reg. Trib. di Milano n° 210 dell'11 aprile 1996 - P.I. 11321290154

© 1996 - 2021 Uomini & Affari S.r.l. Tutti i diritti sono riservati

Per la tua pubblicità sul sito: Clicca qui

Contatti

Cookie Policy Privacy Policy

Cambia il consenso

Affaritaliani, prima di pubblicare foto, video o testi da internet, compie tutte le opportune verifiche al fine di accertarne il libero regime di circolazione e non violare i diritti di autore o altri diritti esclusivi di terzi. Per segnalare alla redazione eventuali errori nell'uso del materiale riservato, scriveteci a segnalafoto@affaritaliani.it: provvederemo prontamente alla rimozione del materiale lesivo di diritti di terzi.