Quanti colleghi hanno la chat aziendale su WhatsApp? Moltissimi. Anche una piccola camera virtuale fra lavoratori della stessa stanza d’ufficio. Basta fare il gruppo e… Oplà la chat è fatta e subito operativa. Spesso per organizzare serate post lavoro o per comunicazioni di servizio senza ricorrere alla lentissima mail. Ma occhio agli sfoghi contro il capo, perché questi possono essere motivi di licenziamento. Tutto da dimostrare, certo, perchè le maglie larghe della legge permettono sfumature che ora il giudice sarà chiamato a delineare con più precisione.
E’ quanto è successo, secondo quanto racconta il Corriere della Sera, a due lavoratrici di una piccola azienda che si occupa di confezionamento di prodotti alimentari e ortofrutta nel Parmense. Le due sventurate colleghe si erano sfogate come succede dopo un’arrabbiatura su WhatsApp. Chat di cui ovviamente il datore di lavoro non faceva parte.
L’incazzatura di una delle due ventinovenni, però, è stato l’assist offerto al principale per stracciare uno dei due contratti a tempo indeterminato e mettere una delle due dipendenti alla porta. Una collega, infatti, ha stampato tutti gli scambi della chat facendoli leggere al titolare dell’impresa, che a gennaio ha inviato prima alle operaie una lettera di contestazione disciplinare e subito dopo la lettera di licenziamento per una delle due.
Ora è partito l’iter giudiziario, con l’operaia messa alla porta che contesta la sproporzione tra la sanzione e il comportamento, in cui, da parte dell’azienda, sono completamenti saltati i criteri di gradualità della sanzione (richiamo verbale, rimprovero scritto, multa e sospensione dal lavoro e della retribuzione per unmassimo di tre giorni). In più, c’è anche un fattore di cui tener conto: il datore di lavoro vessava spesso le dipendenti anche con minacce, offese e maleparole.
Cosa farà il giudice? Varrà l’articolo 15 della Costituzione, secondo cui “la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili“? Secondo gli esperti pare di no, perché lo scambio (nella chat incriminata) è fra più persone e in questo caso scatta la diffamazione.


