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Cronache
2006  ToninoSaladinoAntonio Saladino

di Lorenzo Lamperti

twitter@LorenzoLamperti

Per 7 anni è stato il centro dell'inchiesta 'Why Not'. Si era detto fosse il burattinaio di un potere occulto che comprendeva politici come Prodi e Mastella. Ora la Cassazione ha smontato le accuse. E Antonio Saladino racconta tutto in una lunga intervista ad Affaritaliani.it: "Hanno distrutto me e la mia azienda. Stavo rivoluzionando il mondo del lavoro nel Sud. Davo fastidio a politica e criminalità organizzata perché avevo rotto il sistema del consenso". Sull'inchiesta di De Magistris: "E' stata un gioco di potere. Si sono inventati il mostro e tutto quello che toccavo diventava mostruoso. Prodi, Mastella e Mancino sono stati tirati dentro e il governo è caduto. Conoscevo anche Di Pietro, ma quello è stato omesso... così come le mie commesse per il ministero dell'Interno".

LA VICENDA

Il filone principale del processo 'Why Not' è stato istruito nel 2006 dall'allora pm della procura di Catanzaro Luigi De Magistris, ora sindaco di Napoli. L'indagine era incentrata su presunte irregolarità nella gestione dei fondi pubblici della Regione Calabria. Venne ipotizzata l'esistenza di una loggia massonica coperta, nota come la "Loggia di San Marino". Nell'inchiesta entrarono anche i nomi di Romano Prodi, Clemente Mastella e Nicola Mancino. La vicenda fu tra le cause della caduta del governo Prodi nel 2008. Dopo le condanne in Appello, il 2 ottobre la Corte di Cassazione ha assolto definitivamente perché il fatto non sussiste (in merito al concorso in abuso d'ufficio) Antonio Saladino. Ha assolto anche per non aver commesso il fatto l'ex presidente della Regione Calabria Agazio Loiero e Nicola Durante. Per l'accusa di associazione per delinquere è stato disposto l'annullamento con rinvio della condanna. Annullata senza rinvio "per non aver commesso il fatto" anche una parte della condanna a un anno e 9 mesi per Antonio La Chinia che dovrà essere rideterminata. Nel resto il suo ricorso è stato rigettato. Confermata la condanna a un anno di reclusione per Rinaldo Scopelliti, al quale è stata comunque riconosciuto il diritto a escludere dalla sentenza la contestazione di peculato. L'indagine provocò un feroce scontro tra le procure di Catanzaro e di Salerno. De Magistris e il consulente Gioacchino Genchi sono attualmente sotto processo a Roma per l'acquisizione dei tabulati di Prodi, Mastella, Rutelli e altri politici. 

Antonio Saladino, come si sente a essere assolti dopo più di sette anni di accuse?

Ancora la notte non riesco a dormire. Sono stato male, non solo io ma anche mia moglie e figlia. Abbiamo vissuto male per 7 anni e in particolare gli ultimi mesi prima della sentenza sono stati difficili. E' difficile uscire dal tritacarne giudiziario se non sei un uomo dei poteri forti e non hai santi in paradiso.

Lei è stato però a lungo dipinto come un uomo di potere, addirittura un "burattinaio".

Ero un uomo che aveva potere con la 'p' minuscola. Potevo fare tanto nella mia vita professionale perché per fortuna avevo intuito le potenzialità della legge Biagi. Ho capito che poteva essere una rivoluzione quella degli interinali in Italia, specialmente al Sud e per i ragazzi. Il vero problema per i ragazzi è entrare nel mondo del lavoro, farsi conoscere. Io davo la possibilità di entrare e se poi vali un'azienda farà di tutto per tenerti. Per una realtà come il Sud, scolarizzata ma con poca occupazione, questa era un'opportunità enorme. Io l'ho intuita e l'ho portata al massimo. Avendo esperienza nella pubblica amministrazione e conoscendone le lacune ho iniziato a sviluppare un sistema che mi ha portato a far diventare Obiettivo Lavoro una società unica sotto alcuni aspetti come quello del project management. Proponevo agli enti o alle aziende delle soluzioni a problemi concreti. Le multinazionali questo lavoro non lo fanno. Io invece davo risposte progettuali al problema lavoro. In Calabria immagina che cosa viene fuori, arrivavo ad avviare 7-8mila persone in un anno. Questo tipo di approccio, che io ingenuamente ritenevo tranquillo, ha portato a una reazione terribile da parte del vero potere. Stavo rompendo il sistema del consenso, rompevo una catena che nel Mezzogiorno è lunga un secolo, quella del bisogno. E l'ho rotta senza nemmeno rendermene conto. Me ne sono reso conto troppo tardi. La politica, quella più becera, mi odiava.

Ha dato fastidio anche alla criminalità organizzata?

Molto fastidio. Uno degli attacchi più feroci che ho avuto è stato quello di un falso pentito che, ripetendo quello che leggeva in carcere sui giornali, ha fatto dichiarazioni su di me ai magistrati. Ed è pure uscito dal carcere. La criminalità che pensa, non la manovalanza, aveva visto in me un pericolo.

Crede che l'inchiesta sia stata mossa da motivi politici?

Sicuramente. In questa inchieste ci sono tante questioni che tutte insieme fanno un mostro. Ci sono la vanità, l'ambizione e le guerre tra magistrati. Ha ragione la Boccassini, un magistrato non può usare un'inchiesta per entrare in politica. Poi ci sono le guerre tra politici e anche quelle tra servizi. Perché in questa inchiesta ci sono cose stranissime: nomi che vengono salvati e altri che vengono messi dentro.

Quali nomi sono stati omessi?

Prodi, Mancino e Mastella sono stati messi dentro. Invece per esempio quello di Di Pietro è stato tenuto fuori. Io l'ho detto in faccia allo stesso Genchi (il consulente tecnico della procura, ndr) durante un'udienza del processo. I magistrati gli hanno chiesto se aveva il contenuto delle telefonate o solo il flusso telefonico e lui ha risposto che aveva una capacità investigativa tale che non aveva bisogno di avere il contenuto. Secondo loro la prova che chiamavo Mancino è che nella mia rubrica avevo il numero di casa di Mancino ad Avellino. Ma in realtà quel numero era del segretario di Mancino, amico mio da una vita. Però mi chiedo come mai quando il segretario di Mancino è passato con Di Pietro le sue telefonate sono sparite. E poi guarda caso De Magistris si è candidato con Di Pietro... Ci sarebbe anche da capire perché nell'inchiesta non è entrato nessuno del ministero degli Interni quando io la commessa più grossa che gestivo era quella di dare 1400 persone a tutte prefetture e questure d'Italia. Quelli che mi chiamavano da Finanza e Carabinieri sono stati tutti indagati, prefetti e questori invece no.

Secondo lei qual era l'obiettivo di questa inchiesta?

Creare problemi alle istituzioni. Istituzioni molto in alto, come poi in effetti è successo.

Nel 2008 il governo Prodi è caduto anche dopo l'inchiesta Why Not...

L'inchiesta ha dato una spallata notevole al governo Prodi. Usavano questi pentiti mettendo il gettone: "Sì, conosce Prodi. Sì, conosce Mastella". E il gioco è fatto.

E' stato anche detto che lei era faceva parte di una loggia massonica.

Una cosa assurda. Per tutta la vita sono io sono stato di Cl, non posso essere un massone. Su quella fantomatica loggia hanno indagato per anni 20 procure, concludendone ovviamente che non esisteva. Il tutto con uno spreco enorme di tempo e denaro. Hanno messo insieme cose che non c'entravano niente. Dicevano che io ero in rapporto con Bisignani e Papa per fare la P4. Ma io Bisignani e Papa non li conoscevo nemmeno. Hanno fatto pagine di giornali su questo, ma un giudice ha deciso che non era una calunnia. Ma per me ricevere quelle accuse, in quel clima e in quel momento, è stato devastante. Volevano condannami per concorso in abuso d'ufficio. Con la mia personalità forte avrei condizionato i dirigenti pubblici che hanno fatto l'abuso. Un reato psicologico e indimostrabile. E dai reati indimostrabili non ti puoi difendere.

Quali conseguenze ci sono state sulla sua vita professionale e privata?

Ci sono state conseguenze mostruose. Per 7 anni sono stato libero ma in galera. Hanno distrutto il mio lavoro. Ho avuto un danno di immagine enorme, non ho più potuto andare da nessuna parte. Proprio quando avrei dovuto raccogliere i frutti di una vita di lavoro ho perso tutto. Quando ci sono queste accuse tutto il resto diventa secondario, la potenza dei mezzi di comunicazioni è devastante. Si sono inventati un conto segreto sul quale io avrei fatto confluire dei soldi. Dicevano che il nome in codice era Bellachioma. Ecco, peccato che Bellachioma è il cognome di mia moglie e il conto era intestato a noi due. Ho dovuto licenziare tutti, la mia azienda è stata distrutta. In questi anni ho campato con un negozietto di caramelle e cioccolato che ho preso in gestione e che per fortuna sta andando anche bene. Hanno fatto un danno sociale, la mia azienda era una possibilità per la gente soprattutto in un momento di crisi come questo.

Qualcuno le è stato vicino per tutto questo tempo?

No. Mi viene in mente la parabola del Vangelo, quella dei dieci lebbrosi. Solo uno torna indietro per ringraziare Gesù, gli altri nove non si sa dove sono andati a finire. Quando fai del bene devi poi aspettarti un sacco di ingratitudine.

In questi anni ha più sentito Prodi o Mastella?

No, ho evitato di avere a che fare con tutto il mondo politico. Mi sono estraniato da tutto.

Ma quali erano i vostri rapporti?

Con Mastella c'era un rapporto un po' più affettuoso, ci sentivamo spesso. Con Prodi ho avuto incontri tecnici sulla legge Biagi, niente di più. Tutto il resto è stato inventato.

E con Di Pietro?

L'ho incontrato tre volte. Una volta a Lamezia, le altre volte a Roma. Poi mi voleva rincontrare attraverso l'ex segretario di Mancino ma io ho deciso di evitare perché in quel momento l'inchiesta stava cominciando a montare. Sicuramente ero già intercettato e non volevo metterlo in imbarazzo.

Dal suo racconto sembra che questa inchiesta sia stata un gioco di potere...

Lo è stata. I magistrati non sono una razza superiore, sono italiani hanno i pregi e i difetti di tutti gli italiani. Una volta il giornalista Andrea Monti mi ha detto: "Sa perché lei è finito in questa storia? Perché lei aveva l'agenda giusta". Credo stessero cercando il personaggio per montare il film. Quando poi si individua il mostro tutto quello che ha toccato diventa mostruoso.

Tra i politici di oggi c'è qualcuno che le piace?

Non sono berlusconiano ma nemmeno comunista. Io sono un riformatore. Il problema è che in Italia i riformatori sono sempre finiti male, basta guardare D'Antona, Biagi, Spinelli. A tutti quelli che hanno cercato di aprire il mercato del lavoro, come ci ho provato io, l'hanno fatta pagare. Hanno scelto la via giudiziaria e non quella fisica perché servivo come untore. Hanno costruito un teatrino e se non hai la potenza economica per tirartene fuori ci rimani dentro.

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