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Cronache
Svolta Yara, Bossetti fa due nomi. Ma le telecamere lo incastrano
Da Facebook

Era stato detto che avrebbe fatto un nome e alla fine, a quanto si apprende, Massimo Bossetti, in carcere con l'accusa di avere assassinato Yara Gambirasio, ne ha fatti due. Parlando con il pm Letizia Ruggeri sembra che il muratore abbia indicato due colleghi che avevano lavorato con lui al cantiere di Palazzago nei giorni della scomparsa della tredicenne di Brembate Sopra. Bossetti non avrebbe indicato i due colleghi come possibili autori del delitto ma solo perche' ritiene che essi possano fornire elementi utili alle indagini. Ma le telecamere di sorveglianza lo incastrerebbero.

I COLLEGHI DI BOSSETTI AI TEMPI DEL CANTIERE DI PALAZZAGO - Nel periodo del delitto, prima e dopo quel maledetto 26 novembre 2010, lo frequentava ogni giorno. Ci andava (e tornava) passando da Brembate Sopra, davanti al centro sportivo dove la tredicenne faceva i suoi allenamenti di ginnastica ritmica, l’ultimo luogo dove è stata vista viva. Bossetti non ne ha mai fatto mistero. Anche al gip, durante l’interrogatorio di garanzia, lo aveva confermato, finendo per contraddirsi quando aveva ricostruito i suoi spostamenti la sera del delitto. "Tornando dal cantiere, avevo notato alcuni furgoni bianchi con le antenne", aveva spiegato, forse confondendosi con un’altra giornata. Era venerdì: telecamere e giornalisti arrivarono in paese solo all’inizio della settimana successiva.
 
A Palazzago, Bossetti lavorava per conto del cognato Osvaldo Mazzoleni alla costruzione di alcune villette, consegnate ad agosto 2011. È il cantiere dove il carpentiere incrociò Fulvio Gambirasio, il papà di Yara, geometra per la Gamba coperture di Brembate. "Gambirasio - è il racconto di Massimo Maggioni, impresario edile e socio di Mazzoleni in quell’operazione - era passato a fare le sue misurazioni anche da noi. Credo prima che gli capitasse quella tragedia. Poi era ritornato altre volte, più avanti: a volte c’è da lavorare sulle finiture. E Massimo Bossetti era sempre lì. Mi ricordo che quando Gambirasio arrivava io ero a disagio, cioè mi piangeva il cuore per lui. Ma mi viene anche in mente che Bossetti non batteva ciglio. Non una parola, mai un segnale: era davvero impassibile". Bossetti ha raccontato di un solo incontro con il padre di Yara, avvenuto dopo la scomparsa. Lo aveva riconosciuto dopo avere visto la sua fotografia sui giornali e si chiedeva come facesse a trovare la forza per continuare a lavorare. "Se fosse capitato a uno dei miei figli - ha detto al giudice Maccora - non ce l’avrei mai fatta". Dunque, se il suo sangue è finito sul cadavere perché trasportato da un’altra persona, sempre che questa verità di Bossetti stia in piedi, Palazzago diventerebbe cruciale.

L'INTERROGATORIO E LA VERSIONE DI BOSSETTI SUL DNA - Non una, ma due spiegazioni. La possibilità che il suo sangue sia finito su un attrezzo o un mezzo da cantiere per via delle emorragie dal naso di cui soffre. Oppure a causa di una ferita che si sarebbe provocato durante l’orario di lavoro. Massimo Bossetti risponde a tutto e, sulla base delle sue indicazioni, gli investigatori sono pronti a pianificare nuovi accertamenti, spinti, sembra, più che altro dalla volontà di escludere anche la più inverosimile delle alternative. Finito l’interrogatorio con il pubblico ministero Letizia Ruggeri, gli avvocati Silvia Gazzetti e Claudio Salvagni riemergono dalla cancellata del carcere di via Gleno e davanti a telecamere e microfoni, sotto la pioggia, chiariscono: il carpentiere, 43 anni, moglie, tre figli e villetta a Mapello, non vacilla. È determinato a provare la sua innocenza. Tanto da avere già scoperto le carte su quello che è poi il nodo cruciale dell’enigma: come c’è finito il suo Dna sui vestiti di Yara? Tra l’altro: non su un punto qualsiasi, ma là dove gli slip della ragazzina sono stati tagliati dalla lama di chi l’ha seviziata e uccisa.

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