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Culture
A difesa dei capolavori musicali europei. Il manifesto di Lidia Sella

Di Lidia Sella

Una volta potevamo decidere se, dove, quando, a che volume e, soprattutto, quale musica ascoltare. Oggi abbiamo perso anche questo diritto. Nei decenni passati, chi aveva nostalgia di abbandonarsi all'abbraccio polifonico di Euterpe accendeva l'impianto stereo di casa oppure si recava a un concerto, in discoteca, al piano bar.

Adesso la moderna tecnologia consente oltretutto di ritagliarsi un privatissimo mondo punk, rap, gospel, hip-hop o di canzonette da Festival, senza importunare il prossimo. Ciononostante, da qualche anno, una nuova dissennata moda planetaria - nei ristoranti, negozi, supermercati, per strada, al telefono, dal parrucchiere, in ascensore, autogrill, libreria, piscina, palestra, spiaggia - ci rifila gracchianti moleste colonne sonore non richieste. Radiazione cosmica di fondo che, a seconda delle circostanze, ostacola la sacra genesi del pensiero, annacqua la concentrazione di chi studia e lavora, assassina la lettura, interferisce nella conversazione, rende più irritanti le attese, boicotta il riposo. La musica, paradossalmente, veste ora i panni di un'ospite invadente e non gradita, sorda al limpido scorrere della parola, indifferente al mormorio delle onde, alla voce del vento. Arrangiamenti primordiali, accordi degenerati e decibel eccessivi intontiscono l'involontario fruitore, strozzano sul nascere ogni forma di contemplazione, misticismo, trascendenza. E intanto spengono la memoria del nostro glorioso passato musicale.

Perché allora gli Stati non ne approfittano per aumentare le tasse sul rumore? Sortirebbero un duplice effetto: rimpinguare le casse dell'erario; e restituire ai cittadini un po' di salutare, agognato silenzio, necessario a salvaguardare fecondi territori interiori. Ma se instupidire i sudditi, distrarre insomma le plebi da temibili istinti di rivolta, fosse proprio lo scopo che le oligarchie occidentali si prefiggono? Un piano diabolico, ben congegnato: la popolazione ridotta allo stremo mediante ritmi di lavoro estenuanti; poi, nel tempo libero, imbesuita dietro a internet e social; fiaccata dalla febbre del consumismo e da continui pellegrinaggi ai centri commerciali; stordita da alcool, droghe e psicofarmaci; rintronata, infine, con dosi massicce di dissonanze tribali.

Il percorso di progressiva alienazione cui siamo destinati contempla forse anche questo degradante passaggio. Prevede cioè che persino i popoli che hanno toccato i massimi vertici dell'espressione musicale siano avviati a un'umiliante rieducazione cacofonica di massa e sottoposti a un martellante ossessivo tormento acustico, povero di significato, privo di spiritualità. Un sospetto affiora spontaneo: se invece di avallare il monotono frastuono disarmonico che ci perseguita, i furfanti della politica fossero stati in buona fede, motivati a promuovere davvero il prezioso patrimonio della grande musica europea, e ad alimentarne lo straordinario potenziale formativo, allora per quale assurda ragione avrebbero via via eliminato tale materia di studio dalle scuole?

In guardia! Questa dittatura è astuta, le sue scelte celano sovente un doppio fine. Le mode che vengono diffuse si propongono obiettivi precisi e letali, moderni cavalli di Troia brevettati dalla cupola mondialista, con l'intento di colpire l'ingenuo nemico. Il tiranno europeo tende a illuderti di essere padrone di te stesso. In realtà ti rosicchia ogni giorno un pezzetto di libertà in più. Ti permette, sì, di ascoltare la musica in qualunque momento. Ma se, per caso, ti procura disturbo, non potrai opporti, dovrai sopportarla comunque. Sei indotto così a chinare il capo davanti a ingiuste risoluzioni prese da altri. Abdicare alla logica, soffocare lo spirito critico, subire senza obiezioni, considerare ineluttabile il livellamento verso il basso: esercizi propedeutici a trasformarti in un suddito obbediente.

Il lassismo e la latitanza da parte delle autorità preposte a garantire il rispetto della quiete pubblica contribuiscono a spianare la strada ai prepotenti. Prevale inoltre l'opinione che, se la maggioranza ha adottato determinati costumi, occorra adeguarsi, piegarsi di buon grado all'imbarbarimento. Nell'era oscura del "post-umano", a comandare è l'irrazionale. Chi ancora osa pensare, sì sente dunque emarginato, incompreso, turlupinato, sperimenta un frustrante senso di impotenza. Col tempo, rinuncia a reagire, poiché la protesta si dimostra vana. Lavaggio del cervello e iniezioni di incertezza: un'ottima ricetta per spingere le persone a rinchiudersi in uno spazio sempre più angusto. Anziché assecondare i capricci dei singoli o soccombere alle pressioni delle lobby, uno Stato saggio dovrebbe preoccuparsi di assicurare le condizioni più favorevoli a realizzare il bene dei suoi cittadini. Oggi viceversa sono i despoti dell'euro a dettare legge, apicultori esperti nel raccogliere il miele del lucro. Conducono affari loschi, dietro un paravento di legalità. Le istituzioni che ci dominano sono una loro emanazione. Organismi transnazionali che, sotto la maschera benevola della democrazia, nascondono un animo parassitario, incline a speculazioni commerciali banditesche, sulla pelle delle genti europee. Se le grandi banche e le multinazionali puntano al massimo del profitto, a loro che cosa importa di inquinare, disperdere, deprimere, umiliare e imbastardire? Il denaro è assunto a misura di tutte le cose. Ne consegue che la bellezza, l'arte, la poesia, la musica, il sapere, la giustizia, la verità, la compattezza etnica, la coesione famigliare e sentimenti obsoleti quali il rispetto, l'onore, l'onestà o la gentilezza (dal latino gens) non rivestono più alcun valore. E non è casuale. Certe categorie mentali, e i comportamenti a esse correlati, rappresenterebbe un fastidioso ostacolo ai piani di disintegrazione orditi dai potenti.

In fondo, se consideri la situazione in cui ti trovi, non c'è quasi più nulla che dipenda da te, dal tuo parere. Sì, puoi camminare avanti e indietro all'interno di un vagone. O guardare fuori dal finestrino. Ma nessuno ti chiede mai se ti aggrada la direzione del treno su quale vieni trasportato insieme ai tuoi connazionali. Le svolte epocali sono imposte dall'alto. I politici, al soldo dei poteri forti, non si azzardano ad adottare misure atte a difendere i nostri confini, il mercato del lavoro, l'ambiente, la ricerca scientifica. Istruzione, sanità, tutela della maternità, edilizia popolare: demenziali politiche suicide, nel privilegiare gli immigrati, penalizzano noi italiani. Ai nostri giovani hanno rubato le speranze; agli adulti la sicurezza; ai vecchi indigenti la dignità.

Eppure, per risanare i conti, sarebbe sufficiente uscire dalla NATO, ridurre la spesa pubblica, regolamentare con rigore i flussi migratori e contrastare il business dell'accoglienza, smascherare i falsi invalidi, abolire enti inutili, combattere corruzione e delinquenza. Prima di tutto, però, bisognerebbe stroncare in radice il legame cancerogeno tra mafia e politica. E lottare contro le clientele elettorali, velenosa linfa che tiene in vita l'albero marcio di un consenso truccato. Ma solo chi avesse a cuore il nostro futuro potrebbe cimentarsi in una simile impresa.

Di fatto, noi cittadini siamo trattati da utili idioti, buoni solo a sfamare un fisco sempre più ingordo, e a mantenere schiere di fannulloni e incompetenti, ingaggiati per mandare in rovina il Paese, così da offrirlo poi sui mercati a prezzi di saldo. In definitiva non siamo che mere pedine di un gioco al massacro. La posta in palio, molto elevata, è la nostra identità di popoli, costruita in millenni di civiltà. Per minarla alle basi, è stato concepito un progetto assai articolato. Il "laboratorio per la distruzione", come con tragica precisione lo definì l'antropologa Ida Magli, procede in maniera sistematica, opera a ritmi serrati. Le direttive tese a perfezionare omologazione e sradicamento sono chiare. A livello di paesaggio, una cementificazione selvaggia e ambientazioni d'interni ispirate alla "cultura del non luogo". Sul piano culturale e linguistico, culto dell'ignoranza, supremazia dell'inglese, genocidio dei dialetti. Sul versante sessuale, sdoganamento della maternità surrogata; santificazione dell'omosessualità; propaganda gender. In termini etici, un delirio collettivo che deriva dal sovvertimento dei valori bello/brutto, buono/cattivo, giusto/sbagliato, vero/falso, logico/illogico, necessario/superfluo, sano/malato. E, ciliegina sulla torta, un pervasivo stravolgimento dei nostri gusti musicali troppo raffinati. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Ci troviamo di fronte a una società sedata, inebetita, senza più anticorpi, ormai incapace di intendere e di volere. Per le élites mondialiste, un'autentica pacchia. Gli sciacalli della finanza internazionale, che si spartiscono impunemente il pianeta, guardano infatti all'Italia come a una preda ideale. Una nazione distratta ad arte da sé stessa, e sviata dalla difesa di interessi nevralgici per la propria sopravvivenza, è divenuta innocua, non oppone più alcuna resistenza, non si accorge nemmeno che una belva feroce è intenta a sbranarla. Senza un sussulto di ribellione, a poco a poco, ci siamo lasciati spogliare della sovranità politica e mutilare della moneta. Abbiamo svenduto ricchezze in cambio di quattro soldi. Consegnato il nostro incantevole territorio agli invasori. Prendiamo ordini dai colonizzatori americani. Immoliamo i nostri soldati sull'altare di guerre rapaci e scellerate. E, con la benedizione della Chiesa, abbiamo imboccato la via della sottomissione all'Islam.

Davanti al Tribunale della Storia, dovremo infine rispondere di un altro grave crimine, in quanto complici sciagurati di coloro che hanno sancito che le nostre magnifiche cattedrali musicali, inestimabile dono scaturito come per miracolo dal grembo misterioso di Madre Natura, debbano sgretolarsi, e crollare, sotto il peso dell'oblio. Sublimi creazioni musicali affiorate dalle menti geniali di pallidi animali in via di estinzione, commoventi architetture costruite con eterei mattoni di note dai più evoluti abitanti del pianeta azzurro: quando un giorno smetteranno di risuonare per l'Universo, il cosmo intero ne avrà nostalgia.

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