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Culture
El Clan, violento viaggio nella coscienza nera dell'Argentina

di Francesco Riccardi

Una famiglia normale. Padre, madre e figli uniti nell'affetto e negli impegni di tutti i giorni: un negozio, una squadra di rugby, i compiti della scuola. Una facciata, in realtà. Una normalità borghese che cela in casa l'orrore senza fine di rapimenti e assassini. Con le peggiori implicazioni politiche possibili. Il lato oscuro della famiglia Puccio, al centro di "Il Clan" di Pablo Trapero (Leone d'argento a Venezia 2015), corrisponde alla coscienza nera di un intero Paese: l'Argentina della dittatura militare tra gli anni Settanta e Ottanta. 

I Puccio gestiscono un negozietto in un sobborgo di Buenos Aires. Il capofamiglia Arquimedes è però legato ai servizi segreti del regime. La sua specialità è far sparire gli oppositori politici. Con la caduta dei militari, cambia bersaglio e organizza rapimenti di persone ricche, sperando in lauti riscatti. Attività che fruttano bene e consentono alla famiglia di vivere con agiatezza. Tutti, in vario grado, sono coinvolti nei crimini. Arquimedes è la mente e il capo indiscusso; il figlio maggiore Alejandro, astro nascente del rugby locale, lo segue nei colpi, con incredibile acquiescenza; un altro figlio, Maguila, una volta tornato dalla Nuova Zelanda prende subito parte alle azioni di sequestro; le sorelle Silvia e Adriana fanno finta di non vedere né sentire ciò che accade nello scantinato di casa, e la madre Epifania, insegnante, fa passare tutto sotto silenzio. Il figlio più piccolo, Guillermo, approfitta di un viaggio all'estero per non tornare mai più. A metà degli anni Ottanta, quando l'Argentina è in piena transizione verso la democrazia, le coperture politiche vengono meno, il clan Puccio viene sgominato. Ma oltre la soluzione giuridica, resta il mistero di tanta crudeltà umana, con tutti i suoi risvolti tragici - evidenti, in particolare, nelle successive vicende di Alejandro, il campione di rugby benvoluto e innamorato, che non riuscirà mai più ad accettare il suo passato.
 
La storia vera dei Puccio è narrata da Trapero come il più serrato dei thriller. Sì, abbiamo già visto mille volte l'alternanza tra vita criminale e tranquilla esistenza borghese, ma questa è stata la realtà dei Puccio ed è la vita vera ad essere strutturata come un poliziesco. E la violenza della vicenda è, purtroppo, tutta reale. Trapero è abilissimo nei piani sequenza e nelle scene d'azione, ma non solo: con filmati d'archivio e spezzoni radio e tv, il film rende bene il contesto storico della transizione dalla dittatura alla democrazia. Al resto pensano gli attori, capitanati da Guillermo Francella (Arquimedes). Noto in patria soprattutto per ruoli di commedia, nel Clan è diventato, definizione sua, il diavolo: "il regista l'ha pensato così, e non come un patriarca", ha spiegato in un'intervista. Freddo, intimidatorio, mai lo sbattere di una palpebra durante una conversazione. A calcare sullo straniamento provvede poi la musica, con una colonna sonora zeppa di classici rock e pop - dai Kinks (la scanzonata "Sunny Afternoon") ai Creedence Clearwater Revival, per arrivare fino a "Just a gigolo" - che aiutano a disegnare la ricostruzione d'epoca e, allo stesso tempo, rendono più evidente la follia quotidiana dei Puccio e della tirannia politica. E probabilmente è proprio questa formula - affidarsi a canoni pop del thriller e della canzone, ma senza rinunciare a uno sguardo profondo sulla psicologia dei protagonisti e sulla società argentina - che ha reso il film campione d'incassi in patria e un successo a Venezia. 
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