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di Antonio Prudenzano
su Twitter: @PrudenzanoAnton

Coraggio, dolore e passione: quella di Giovanni Tizian è una storia che merita di essere raccontata, ché ha molto da insegnare. Meticoloso giornalista 31enne, da oltre un anno Tizian è costretto a vivere sotto scorta, per le gravi minacce della 'ndrangheta, i cui traffici (che da tempo hanno raggiunto il Nord, oltre e numerosi altri paesi oltre all'Italia) continua a raccontare nei suoi articoli, nonostante non sia facile fare inchieste se si con(vive) con il programma di protezione con scorta armata.

Giovanni Tizian, di origini calabresi, da tempo con la sua famiglia si è trasferito a Modena, "nel tentativo di rimuovere, di dimenticare il passato, di trovare una normalità". Suo padre è morto quando lui era ancora bambino. Un omicidio "senza colpevoli", nelle campagne della Locride. Era il 23 ottobre 1989. Ma a un certo punto Giovanni ha deciso di dare una svolta alla sua vita, e di rompere il "muro del silenzio": ha così iniziato a cercare la verità su "quei colpi di lupara sparati contro la Panda rossa di mio padre". L'uomo lavorava per la filiale di Locri del Monte dei Paschi di Siena, e il figlio lo descrive come "un funzionario integerrimo".

Nel 2011 il giornalista  ha pubblicato il suo primo libro, "Gotica. 'Ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea", uscito per un piccolo ma combattivo editore, Round Robin. Ora Mondadori ha appena portato in libreria "La nostra guerra non è mai finita" (nella collana Strade Blu, la stessa di ‘Gomorra’ di Saviano, ndr). In una recente intervista ad Affaritaliani.itFrancesco Anzelmo, responsabile della saggistica del più grande editore italiano, si è detto "orgoglioso" di pubblicare questo libro, "in parte un’autobiografia e in parte un’inchiesta". Ne "La nostra guerra non è mai finita", infatti, l'autore ripercorre trent'anni di storia della sua famiglia e della 'ndrangheta moderna, "per scrivere di una guerra lunga tre generazioni, e mai finita". Affaritaliani.it lo ha intervistato.

GiovanniTizian

Ne "La nostra guerra non è mai finita" lei scrive che "ricordare e raccontare sono atti troppo rivoluzionari, troppo scomodi per chi ha costruito il proprio impero sulla menzogna e sull'omertà". Lei ha ricevuto minacce pesantissime: ha mai pensato che forse era meglio fermarsi? Si è mai detto "ora la smetto di scrivere di 'ndranghetisti"?
"No, mai. Mi hanno già tolto la vita una volta, non permetterò a nessuno di togliermela un'altra volta".

Lei è costretto a vivere sotto scorta: come riesce a svolgere il suo delicatissimo lavoro d'inchiesta?
"Naturalmente è più difficile, perché non si è più indipendenti, ed è necessario coordinarsi con la scorta. E' importante programmare tutto in anticipo, in modo che chi mi segue possa organizzare al meglio la mia tutela. Ma il mio lavoro è fare il giornalista d'inchiesta, non posso evitare di andare in alcuni luoghi, anche se so di correre dei rischi. Le fonti devo incontrarle... Poi è
 chiaro che ci sono anche i casi in cui mi viene fatto capire che è meglio rinunciare. Ma si tratta di eccezioni".

La sua famiglia come vive questa situazione?
"La mia famiglia mi è molto vicina. Il dolore ci ha unito. Questo libro è dedicato a mia nonna e a mia sorella, che spero possa vivere in un Paese migliore. Nel nostro piccolo cerchiamo di vivere nell'onestà. Penso a mia madre, che fa l'insegnante, e che ai suoi studenti parla dell'importanza del rispetto delle regole, di quei valori che riteniamo fondamentali...".

Le capita di parlare di 'ndrangheta nelle scuole?
"Sì, spesso. E dagli incontri con gli studenti esco ben più arricchito rispetto a quando parlo del mio lavoro e della mia storia in altri contesti. Le nuove generazioni vengono spesso criticate, ma la mia esperienza è diversa. I ragazzi che incontro sono attenti, interessati. Quando ci sono le assemblee e potrebbero fare altre scelte, sono loro a chiedere la mia presenza. Ho grande fiducia nei ragazzi, spero che facciano di più rispetto alla mia generazione, che non ha lottato abbastanza e che oggi convive con il precariato".

Quando pensa alla storia di Saviano, che su Repubblica per lei ha speso parole forti, quali punti in comune e quali differenze trova con quella che è stata finora la sua esperienza?
"Ringrazio Roberto, che ho conosciuto, per quello che ha scritto. Lui ha cominciato questa vita terribile molto prima di me. Ci unisce la voglia di raccontare i lati oscuri del nostro Paese. Ma mi vengono  in mente anche tanti altri giornalisti, noti e meno noti, che hanno subito e subiscono minacce, in particolare al Sud. Un'Italia che, nonostante tutti i colleghi morti nel passato per aver raccontato verità scomode, non riesce a garantire la democrazie, è un'Italia a pezzi. Un Paese in cui tanti giornalisti, imprenditori, commercianti, preti e politici sono costretti a convivere con la paura, è un Paese che deve ancora fare molti passi avanti".

Alla Regione Lombardia è stato eletto Maroni. Cosa si aspetta, anche in vista dell'Expo?
"Non mi attendevo la sua vittoria, speravo vincesse Ambrosoli, e mi ha colpito che i cittadini lombardi non abbiano premiato un politico nuovo che in campagna elettorale ha insistito sul rispetto delle regole e sulla legalità. Quanto a Maroni e ai risultati che ottenne da ministro degli Interni del
Governo Berlusconi in relazione alle mafie, si tratta soprattutto di risultati di ordine pubblico. La lotta alla mafia non si fa con la propaganda. E per fare una vera anti-mafia è importante tagliare tutti i legami tra mafia e politica. Tornando alla Lombardia, le mafie stanno puntando sull'Expo. Al Nord, del resto, la 'cultura' della 'ndrangheta si è sposata con la cultura del profitto. E' necessario intervenire subito".

La 'ndragheta può essere fermata, oppure ormai è troppo forte e "ramificata"?
"Nel libro racconto la crescita che negli ultimi trent'anni ha avuto la 'ndrangheta, un'ascesa
di cui ci è accorti troppo tardi. Ma dei passi avanti sono stati fatti. Forse non sarò io a vedere la fine della mafia, ma spero proprio che la vedano i miei figli e i miei nipoti".

 

Tags:
giovanni tiziangiovanni tizian intervistamondadori'ndranghetala nostra guerra non è mai finita
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