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Culture

 

Oltre il self-publishing/ Rizzoli punta sul "co-publishing" e lancia un talent digitale per aspiranti giallisti... Intervista a Marcello Vena

 Mentre anche in Italia si assiste all'ascesa del discusso fenomeno dell'auto-pubblicazione, un grande marchio tradizionale come Rizzoli, che sul versante digitale sta sperimentando molto, cerca una via alternativa, e punta sul "co-publishing". Affaritaliani.it ha parlato con il responsabile del business digitale trade di Rcs Libri Marcello Vena dei dettagli (e dei rischi) relativi al "primo contest di co-publishing digitale al mondo", in cui i partecipanti si sfidano sul piano delle proprie capacità narrative, di autopromozione e influenza sui social media, affidando esclusivamente ai lettori il ruolo di arbitro, senza alcuna influenza di commissioni giudicanti... L'INTERVISTA

 

LO SPECIALE

 

Scrittori, editori, editor, interviste, recensioni, librerie, e-book, curiosità, retroscena, numeri, anticipazioni... Su Affaritaliani.it tutto (e prima) sull'editoria libraria

 

YouCrime

“Sono vegetariano e antispecista. Per questo ogni tanto il tema animalista ritorna nella mia produzione, ed è tornato in questo Dogs che posso definire un noir atipico. Atipico perché più che raccontare un crimine mi interessava raccontare come un poveraccio che esce dal manicomio criminale vede il mondo, come cerca il suo posto in esso e come riscopre, o scopre, i sentimenti attraverso il legame con un Jack Russell. Ho voluto, anche costruire un racconto che fosse come una valanga, con il protagonista che corre, incapace di fermarsi, verso la violenza. Per il contorno criminale mi sono ispirato alla cronaca: anche se la banda criminale che descrivo non esiste, il metodo che racconto per il trasporto di droga è reale”. Sandrone Dazieri, autore di Dogs, il racconto che dà il titolo al primo dei 4 e-book di You Crime.

A dieci giorni dalla partenza del contest di co-publishing (nel box a destra i dettagli, ndr),  Affaritaliani.it propone gli estratti dei quattro racconti scritti dai giallisti Dazieri,  Simone Sarasso, Enrico Pandiani e Paolo Roversi.

youcrime

 

 

GLI ESTRATTI DAI RACCONTI D'AUTORE YOU CRIME...

 

DOGS
di SANDRONE DAZIERI

 

Leonardo voleva comprarsi un cappello. Uno a tesa larga e con la fascia di stoffa, come si vedono nei vecchi film, come quelli di Alain Delon e Belmondo che piacevano a sua madre. Ci aveva pensato spesso durante la prigionia, ogni volta che si preparava una barchetta di carta di giornale per proteggersi dal sole del cortile, con le dita goffe che faticavano a fare le pieghe giuste. Qualche volta, uno degli altri detenuti lo aiutava. Stava simpatico Leonardo, perché non alzava mai la voce, perché non se la prendeva mai per nulla, nemmeno per il cibo schifoso e i soprusi delle guardie che reagivano con nervosismo alla sua stazza. Perché Leonardo era molto grosso, il più grosso di tutti. Era sempre stato così.

Già a cinque anni era più alto dei suoi compagni e, in prima media, più della maggior parte dei professori. Non riusciva a far entrare le ginocchia sotto il banco e rimaneva appollaiato sulla sedia, con i muscoli che gli facevano male, aspettando che la tortura finisse. Anche per questo, forse, non aveva imparato niente. Adesso che di anni ne aveva trenta si muoveva come se tutto intorno a lui fosse di vetro. Scivolava nel mondo senza fare rumore, attento a dove metteva i piedi taglia 47.

Una volta fuori, aveva dovuto rimandare il suo sogno. Borsalini adatti a quel testone non ne esistevano, e farsene fare uno su misura costava troppo. Per fortuna poteva mettere via qualche euro con il lavoro che gli avevano trovato gli assistenti sociali: spingere la falciatrice a motore nei giardini di quelli che non avevano voglia di farlo da soli. E ce n’erano tanti a Milano, così tanti che Leonardo non si era mai immaginato. Rinchiusi dietro alte mura nel centro, nascosti dietro file di alberi e recinzioni in periferia. Una volta era addirittura salito sul tetto di un palazzo di venti piani scoprendo una piccola foresta sotto vetro. Lui che prima dei suoi guai non aveva coltivato nemmeno una piantina in vaso, si immergeva ogni giorno nel verde imparando a pareggiarlo, raddrizzarlo e appiattirlo secondo logiche che non comprendeva.

I primi giorni alla ditta erano stati difficili. La motofalciatrice si rifiutava di seguire le linee rette mentre i frammenti d’erba gli schizzavano addosso accecandolo e irritandogli la pelle. Poi aveva imparato a prendere un punto di riferimento – un albero o un vaso – e a tenerlo sempre nel suo campo visivo, per evitare di sbandare. Anche il corpo si era adattato alla vita in quella strana natura da tenere sotto controllo: vesciche e orticaria erano scomparsi, sostituiti da un piacevole senso di frescura quando lavorava la mattina presto, con la camicia arrotolata sui fianchi; la pelle sembrava assorbire il verde dell’erba, restituendolo di notte su lenzuola e vestiti e lasciando nell’aria profumo di selvatico.

Leonardo viveva nell’appartamento che era stato dei suoi genitori, alla periferia nord, un bilocale in un vecchio palazzo abitato da arabi e vecchi. La sera si metteva sul piccolo balcone e beveva una birra, guardando le luci delle auto sulla tangenziale che scorrevano in lontananza. Pensava che gli sarebbe piaciuto essere a bordo di una di quelle macchine e viaggiare nel buio. Per dove non lo sapeva. Era il viaggio che lo attirava, vedere il panorama cambiare intorno a lui, l’idea di poter essere finalmente libero. 
 

SORRIDI, BELLEZZA!
di SIMONE SARASSO

 

Con Roy dentro e pochi soldi in tasca, mi rimisi a bere. Smettetela di fissarmi in quel modo, vorrei vedere voi al posto mio…

Bevevo e guardavo film tristi, tipo A Night of Love, con Ronald Coleman e Vilma Comesichiama.

L’avrò visto un milione di volte.

Birra, vinaccio col tappo a vite, quello che capitava. Il 1928 fu un anno pessimo.

La notte di Capodanno presi armi e bagagli e feci quello che dovevo: tornai a casa, i soldi erano finiti.

Mammina – Gesù sa perché – aveva di nuovo cambiato quartiere.

South Dallas, questa volta. Dalle parti di Cockrell. Mi rimboccai le maniche, trovai lavoro in una tavola calda pidocchiosa. Non avete idea di quanti bifolchi possono piazzarvi una mano sul culo in una sola giornata.

«È per come ti vesti, tesoro» diceva Mammina.

Non gliene importava nulla se dovevo indossare la divisa – cioè, non avevo scelta, capite? – secondo Mammina solo le poco di buono portano la gonna sopra il ginocchio. Per non parlare di quella crestina rosa che mandava in fregola tutti i colli rossi sopra il quintale.

Non era un granché, il Marco’s Café di Main Street. Ma era pur sempre un lavoro, nel bel mezzo della più stupefacente crisi economica che avesse mai investito gli Stati Uniti d’America da quando quel tizio, Giorgio Washington, se li era inventati.

Lavorai in quella topaia fino al 1930 o giù di lì.

Poi successe qualcosa di magico. Sapete quegli incontri che vi cambiano la vita, la faccenda delle farfalle nello stomaco e tutto il resto?

Ok, taglio corto, capito. Tanto sapete già che sto per dire, non è così?

Nel 1930 conobbi Clyde.

Clyde Chestnut Barrow, che il diavolo lo benedica.

Successe per caso, come tutte e grandi scoperte della storia dell’umanità.

Io ero da Edith, perché Edith era scivolata sul ghiaccio e si era rotta un polso. Edith è sempre stata distratta, la conosco fin da quando non aveva neppure il ciclo e, lasciate che ve lo dica: se c’è anche la più infinitesima possibilità di ferirsi, inciampare, cadere o semplicemente farsi male con qualcosa, Edith ce la farà, garantito al limone.

Natale, neve, ghiaccio, “Fai attenzione, mi raccomando”, “Sì, certo, come no! Per chi mi hai presa?!?”, SBAM!

Ed ecco Edith lunga e tirata sul vialetto di casa, a frignare come quando aveva sei anni.

E la sottoscritta che la rappezza, la porta in ospedale, la riporta a casa e praticamente si trasferisce da lei per evitare che si uccida preparando del brodo di pollo.

Edith era la ragazza di mio fratello Buster, e io le volevo bene più che a lui.

Insomma, un pomeriggio di quell’inverno maledetto suonarono alla porta, Edith andò ad aprire e io sentii una voce che non avevo mai sentito prima. Mi affacciai e vidi questo fico da paura, mento minuscolo e orecchie a sventola, occhi azzurro matto e capelli che sapevano il fatto loro.

«Ciao» gli dissi.

«Tu chi sei?» fece lui.

Edith rise.

Allora io risposi: «Sono Bonnie Parker, l’amica di Edith».

Quindi lui disse: «Ciao, Bonnie Parker, amica di Edith!».

Io ingoiai saliva e diventai più rossa della croce sulle autoambulanze.

«Sono Clyde, ma tutti mi chiamano Champion.»

«Wow» gli risposi io come una scema.

Lui scoppiò a ridere e io seppi per certo di essere fritta.

 

 

KARIMA
di ENRICO PANDIANI

 

 

Il calore dell’aria ha riempito la stanza di una sostanza densa, irrespirabile. È passato attraverso la porta e si è diffuso attorno a noi come una nuvola di gas bollente. Arrivava a ondate che lo sgangherato impianto per l’aria condizionata di Lepève non riusciva a combattere, se non con una flebile corrente di aria tiepida. L’ho sentito attraversare i miei vestiti, scivolare sulla pelle sudata. Ha diminuito la scarsa propensione al lavoro che avevo quella mattina.

Il negozio di Franck Lepève, puttaniere, mezzano, rigattiere, con una fedina lunga come un rotolo di carta igienica, era soffocante, piccolo, claustrofobico. Fuori, per strada, un sole rovente colava sulle facciate delle brutte case di Villejuif. Già dall’altra parte della strada, tremolavano dando l’impressione di volersi fondere.

Ho guardato l’ora passandomi la manica della giacca sulla fronte per detergere il sudore. L’umidità aveva creato una specie di nuvola opaca sotto il vetro dell’orologio, per cui le tredici e trenta non sono state che un’informazione imprecisa. Mi sono chiesto dove fosse finito Alain, doveva soltanto trovare un posto per l’automobile.

Lepève ha sollevato lo sguardo dal bancone di legno sdrucito che aveva davanti. Era uno sguardo sfuggente. Il rossore sul viso e il fremito leggero di un muscolo della mandibola rivelavano l’ipocrisia dell’individuo, la reticenza con la quale stava rispondendo alle mie domande.

«Karima Bedreddine e Hortense Béwouda» ho detto con tono stanco. «Sono due prostitute, Franck, le stiamo cercando.»

I suoi occhi parevano due uova al burro dimenticate per giorni in cucina. Le iridi marroni e la sclera giallastra la dicevano lunga sullo stato del suo fegato malandato. Aveva una riga profonda tra la fronte e l’attaccatura del naso, come se si fosse staccato e qualcuno l’avesse incollato male al suo posto.

«Non le conosco, tenente» ha bofonchiato, «mai sentite nominare.»

Indossava una camicia di nylon azzurro, lisa, con due enormi aloni puzzolenti sotto le ascelle, e un paio di calzoni grigi spiegazzati di tessuto leggero. Se ne stava appoggiato al bancone con l’aria scocciata, come se avermi lì davanti rappresentasse per lui il massimo della noia. Accanto al muro, una bottiglia mezza vuota di Pastis e tre bicchieri sporchi brulicavano di mosche.

Ho preso dal taschino della giacca la fotocopia di uno stralcio di rapporto e gliel’ho posata davanti. «Prima di passare alla scuderia di Bokassa, Hortense Béwouda correva per te, Franck. È scritto qui sopra, nero su bianco, quindi non mi raccontare balle.»

Sospirando ha dato un’occhiata al pezzo di carta. Ha tirato fuori dalla tasca dei pantaloni un fazzoletto che non avrei toccato nemmeno con una pinza, e si è pulito gli angoli della bocca. Poi ha di nuovo guardato me. Era il genere di persona per la quale la polizia è solo una di quelle scocciature inevitabili con le quali ogni tanto bisogna avere a che fare, come la diarrea o una fistola sul culo.

«Adesso non mi occupo più di queste cose» ha detto con il tono con cui ci si rivolge al cameriere quando ti porta il piatto sbagliato, «ho il mio negozio e rigo dritto. Non ne so nulla delle puttane che cercate.»

«Sappiamo che stai ancora dietro a Hortense, che ti piace andarci a letto e che la rifornisci.»

«È successo qualche volta, tempo fa. Perché le state cercando?»

«Perché sono sparite, amico mio. E se quando le troviamo non saranno in ottima salute, ti troverai a nuotare in un mare di merda.»

«Che c’entro io con questa storia?»

Ho fatto per avvicinare il mio viso al suo, ma la puzza mi ha fermato a metà strada.

«Sappiamo che la roba la passi tu a quelle due, Franck. E sappiamo che la settimana scorsa un’altra ragazza ci ha lasciato le penne dopo essersi fatta con l’eroina che gli avevi venduto. È stata la sorella di Hortense a dirci che lei e Karima non si vedono in giro da qualche giorno. Ha fatto pure il tuo nome.»

Ha sollevato il busto e, facendo un passo indietro, ha poggiato la schiena contro uno scaffale pieno zeppo di cianfrusaglie.

«Lei è della Mondaine, non dell’antidroga» ha detto reprimendo uno sbadiglio.

«Appunto» ho puntualizzato, «è proprio la Buoncostume che si occupa delle prostitute . Forza, dimmi che fine hanno fatto quelle due.»

Si è di nuovo asciugato la bocca, questa volta con la manica della camicia. Doveva avere degli anticorpi con i contro cazzi, quel tipo.

«Stavano male» ha detto guardando per terra, «così le abbiamo portate da me.»

«Sono ancora vive?» l’ho incalzato.

Ha fatto spallucce. Ho sentito dei passi dietro di me. Mi sono girato pensando di trovarmi davanti Servandoni, invece il tizio era magro, con indosso una maglietta a righe orizzontali blu e rosse e un paio di jeans a zampa d’elefante. Portava in testa un casco integrale. Ha sollevato un grosso revolver a canna corta e ha sparato due volte a Lepève. Poi si è voltato verso di me scrutandomi con occhi gelidi.

Ho pensato che il tempo di estrarre la pistola non me l’avrebbe lasciato di certo, quindi mi sono visto una cassa da morto, un po’ di gente affranta che la seguiva, una lapide con il mio nome, qualche donna in lacrime per la prematura scomparsa e un vaso pieno di crisantemi appassiti.

Ha puntato l’arma verso di me e il tuono di uno sparo ha saturato l’ambiente. Sono sobbalzato mentre un proiettile gli trapassava il casco fuoriuscendo attraverso la visiera in una nube di vapore scarlatto. È crollato sul pavimento sporco del negozio senza dire bah.

Incapace di respirare ho voltato il capo verso l’ingresso. Immobile sulla porta, Alain Servandoni pareva pietrificato nella posizione di tiro: gambe piegate, braccia distese e pistola impugnata con entrambe le mani. Si è scosso, poi è entrato avvicinandosi al cadavere del killer. Con un calcio ha allontanato il revolver che quello stringeva ancora tra le dita. Mi sono sporto sopra il bancone. Il corpo di Lepève era rannicchiato di traverso nello spazio esiguo tra il banco e lo scaffale. Il suo sangue si stava allargando sulle vecchie plance di legno del pavimento.

Ho guardato Alain chino sul cadavere del tizio con il casco. Si è alzato dopo averne constatato il decesso. Era bianco come uno straccio e io mi sentivo addosso la stessa tinta.

«Cazzo, amico» m’è riuscito di balbettare. «Grazie, c’è mancato un pelo.»

Per strada una moto è partita sgommando con un rombo amplificato dalle facciate delle case. Siamo corsi fuori giusto in tempo per vedere un motociclista che filava come un razzo in fondo a rue Jean Jaurès. Attirata dagli spari, un sacco di gente si stava avvicinando, occhi avidi che assediavano il negozio per poter vedere i morti da vicino. Ho tirato fuori la tessera e ho respinto l’assalto sollevandola alta sopra la testa.

 

GIRLS
di PAOLO ROVERSI

 

A Milano si scompare. Ogni giorno. Basta un treno, un bus, un passaggio in auto. È il posto ideale se non vuoi essere visto: imbocchi la strada giusta, quella che non ti riporta più indietro, e svanisci ai confini della metropoli.

“Ai confini della metropoli si sta male”: ecco cosa pensa Enrico Radeschi quando gli succede di spingersi troppo in là col Giallone, la sua vespa gialla classe 1974 ridipinta a bomboletta. Si sente perso. Viene colto da un senso di disorientamento.

La prima emozione che lo assale è l’insicurezza. L’assenza di negozi, i pochi passanti, la scarsità di mezzi pubblici. Solo bar oscuri, popolati da uomini soli, senza voglia di sorridere, come nei peggiori cliché.

Sotto al palazzo dove aveva fermato la vespa quel mattino piovoso di novembre, c’era un bar proprio di quel genere. Sull’insegna avevano riportato solo la marca del caffè. Inutile sforzarsi di trovare un nome per il locale quando a nessuno sarebbe importato.

Del resto, dove finisce Milano i nomi contano poco, tanto non sei nessuno. Anche se a essere precisi quella non era nemmeno più Milano, ma Lambrate. Non un quartiere qualsiasi ma una vera e propria città nella città dove gli abitanti sono fieri di dirsi lambratesi, e magari anche di aver dato i natali al bandito Vallanzasca.

Oltre quel palazzo c’erano solo il cimitero e la tangenziale col suo moto perpetuo.

Radeschi scese dalla vespa e la legò con la catena a un palo della luce. Gesti lenti che metteva in scena soprattutto per studiare la zona. E per farsi studiare a sua volta. Una tronchesina per far saltare il lucchetto dovevano averla a ogni portone, da quelle parti. Se solo il Giallone fosse stato uno scooter moderno con tutti gli optional, e non un’anticaglia motoristica che per accenderla dovevi sudare quattro camicie, avrebbe rischiato grosso a starsene parcheggiato su quel marciapiede pieno di buche.

Certo, le due auto della polizia ferme davanti al condominio con la facciata piastrellata in klinker verde avrebbero dovuto scoraggiare i malintenzionati, ma non si è mai certi di nulla in una terra di confine.

Enrico si avvicinò all’ingresso. Niente portineria, solo un agente con l’ordine tassativo di non far salire nessuno.

Specialmente i giornalisti.

Specialmente quelli ficcanaso.

«Specialmente Radeschi» era stato il diktat del sovrintendente Mascaranti incaricato delle indagini. Tra lui e il cronista esisteva un antico odio viscerale, assolutamente reciproco. Enrico si rassegnò quindi ad aspettare. Per entrare gli rimaneva un’unica possibilità: sperare nell’arrivo di Loris Sebastiani, il suo amico vicequestore con cui aveva già collaborato in mille occasioni. Dopo mezz’ora d’attesa, tuttavia, capì che non sarebbe arrivato, e là fuori si moriva di freddo. Spense l’arrotolata gitana sotto la suola delle Clarks e s’infilò nel bar di frontiera. Salutò gli astanti e ordinò un caffè. Il sapore non era male ma l’accoglienza non fu delle più calorose.

Radeschi, con la sua giacca di fustagno e gli occhiali alla giovane Kennedy, sembrava un intellettuale sessantottino in mezzo ai naziskin. Gente, comunque, che ne sapeva di gran lunga più di lui su quello che era accaduto  quattro piani sopra le loro teste.

Lo capì appena iniziarono a parlare. A introdurre l’argomento fu addirittura il barista, un piccoletto pelato con i denti neri e gli occhietti da topo. La prese alla larga.

«Sei della stampa?» chiese con lo stesso tono che avrebbe usato per informarti che avevi le scarpe sporche di merda di cane.

Gli altri due avventori, uno spilungone in tuta da ginnastica color antracite e un tizio con il codino e il tatuaggio di un serpente sulla mano destra, si voltarono verso Enrico. Lui, sulle prime, tentò di negare.

«Macché, passavo di qui per caso e mi è venuta voglia di un caffè…»

«Nessuno passa di qui» tagliò corto lo spilungone.

«Sei venuto per la donna morta» decretò quello col codino.

«C’è una donna morta?»

«Smettila di fare il pirla» lo riprese il barista. «Lo dico per il tuo bene.»

Quello col codino si stava frugando in tasca e un brivido freddo corse sulla schiena di Enrico.

«Ok, sono un giornalista. Sono qui per la morta. Solo che non mi fanno salire.»

«Per chi scrivi?»

«Per il “Corriere”.»

«Ah, il Corrierone» commentò lo spilungone con enfasi. «Una volta hanno pubblicato anche una mia foto, sai?»

Radeschi cercò di sorridere. Non voleva nemmeno sapere perché un tizio del genere fosse finito sul giornale.

Il barista ritirò la tazzina e la sciacquò sotto il rubinetto.

«Te lo diciamo noi quello che è successo.»

Aveva parlato senza alzare gli occhi dalla sua occupazione.

Enrico osservò gli altri due. Quello col codino annuì, mentre lo spilungone si era infilato un dito nel naso e non ascoltava più. Troppo indaffarato.

«Sono tutto orecchi.»

Il barista ficcò i suoi occhietti neri in quelli del cronista.

«Ti diremo tutto. Ma ti costerà.»

«Nessuno fa niente per niente» rincarò il suo compare.

Radeschi non era sicuro che la qualità delle informazioni che avrebbe ottenuto da quei due avrebbe soddisfatto Beppe Calzolari, il suo caporedattore, che a quella faccenda aveva già riservato una pagina intera in cronaca. D’altro canto, era anche l’unica fonte di cui disponesse al momento. Cosa aveva dunque da perdere se non i cinquanta euro che fece scivolare sul bancone lurido?

Il barista li fece sparire alla velocità della luce, regalando poi a Enrico un disgustoso sorriso cariato.

Radeschi prese dalla tasca un taccuino e si segnò le informazioni che il tatuato gli snocciolò senza tante cerimonie.

«Hanno ammazzato una donna, al quarto piano. Si chiamava Gisella Casamassima. L’ha ritrovata una vicina che ora, per lo shock, è ricoverata al Niguarda. La porta era socchiusa e lei è entrata.»

«Che tipo era questa Gisella? La conoscevate?»

«Una allegra» rispose il barista. «Se capisci quello che voglio dire.»

«Giovane?»

Gli altri due si scambiarono un’occhiata.

«Be’ proprio in fiore non era, ma se ti piace il genere…»

«Quale genere?»

«Sopra i sessanta. E anche di parecchio.»

Radeschi si grattò la testa, confuso.

«Mi state dicendo che faceva la prostituta?»

«Noi non stiamo dicendo un bel niente, ragazzo. Sei tu che tiri le tue conclusioni, ok? E ora che sai tutto puoi anche levare le tende.»

«Un’ultima cosa: com’è stata uccisa? La vicina ha visto del sangue?»

«Sangue? A secchiate. E poi aveva la faccia blu e gli occhi fuori dalle orbite.»

«Prego?»

«Accoltellata e strangolata, genio» tagliò corto il tatuato. «Vuoi che ti faccia vedere come si fa?»

Lo spilungone e il barista scoppiarono a ridere mentre Radeschi se la batteva. Aveva abbastanza elementi per cominciare a imbastire il pezzo. Inoltre, se la donna assassinata faceva davvero la prostituta, c’era soltanto una persona informata di tutto quello che accadeva di losco in quel quartiere, e lui sapeva anche dove trovarla.

 

Lambrate è un piccolo mondo a sé stante. Un quartiere che una volta era periferia ma che oggi è considerato semicentrale, dove convivono, gomito a gomito, vecchi milanesi e nuovi immigrati. Nei palazzi signorili abitano politici, magistrati e giornalisti; in quelli  popolari si ammassano gli altri.

Radeschi conosceva bene la zona. Ci andava spesso, soprattutto al Microbirrificio di via Adelchi, uno dei pochi posti in città dove si potesse bere una birra artigianale come si deve.

Parcheggiò la vespa proprio davanti all’ingresso, un’anonima vetrina in legno con sopra appeso lo stemma giallo del locale.

Dentro individuò subito il suo uomo aggrappato al bancone. Antonio Sciamanna non si scompose più di tanto alla vista del giornalista, limitandosi a un ghigno. Si conoscevano da anni e sapeva che quando Enrico si presentava non era mai per una visita di cortesia. Quel locale era una sorta di seconda casa per Sciamanna: da lì organizzava tutti i suoi movimenti. Quali fossero, e di quale natura, non era ben chiaro, ma Radeschi sapeva che trafficava in hashish e in computer rubati, anche se la sua occupazione ufficiale era quella di agente immobiliare. Attività che gli permetteva di venire continuamente in contatto con gente nuova, offrendogli, al tempo stesso, la possibilità di ampliare gli altri suoi commerci. E di vendere o affittare mono e bilocali alle prostitute o ai loro magnaccia.

«Che ti serve?» chiese appena Radeschi gli fu accanto.

«Cosa ti fa pensare che…»

Enrico non poté finire la frase perché l’altro aveva già alzato un braccio per zittirlo.

«Alt! Prima paghi da bere, poi parli.»

«Una Brighella e una Domm?»

Le birre prodotte da quel locale avevano tutte nomi meneghini.

Quando i due boccali furono posati davanti a loro, Sciammana fece un gesto col mento come a dire che l’altro poteva parlare.

«C’è stato un omicidio» attaccò Radeschi.

«La donna strangolata e pugnalata in via Passo Rolle. Lo so.»

«Lo sai?»

«Cosa vuoi, Lambrate è un mondo piccolo.»

«A volte me ne dimentico.»

«Non fare il furbo.»

«D’accordo. Facciamo così, se per caso sai già il nome dell’assassino mi risparmi un sacco di lavoro.»

«Ti ho detto fa no il pirla, Enrico.»

«Cosa si dice in giro?»

Lui si strinse nelle spalle.

«Poco e niente.»

«Faceva la puttana?»

Sciammana guardò Radeschi scuotendo la testa.

 


 

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