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Culture

di Alessia Liparoti

 

Giambanco V. M.

«Come i cacciatori dei tempi andati, Madison sentiva il bisogno di guardare il nemico negli occhi per poterlo capire sino in fondo». E negli occhi, quale ancestrale specchio dell’anima, Alice Madison, la giovane e intuitiva detective della Omicidi di Seattle, il nemico lo guarderà fin nel profondo del suo ‘cuore di tenebra’, trovandosi a fronteggiare quell’ ‘orrore’ di conradiana memoria che solo chi possiede un dono speciale può superare. “Il dono del buio” (Editrice Nord, 480 pp.) è infatti il titolo dell’incredibile esordio letterario di Valentina M. Giambanco, nata e vissuta in Italia fino al conseguimento della maturità e poi trasferitasi in Inghilterra. Qui, dopo una laurea in Inglese e in Teatro ha lavorato nel campo del montaggio cinematografico inanellando illustri collaborazioni e alimentando la sua innata passione per le storie e per la loro costruzione narrativa. Per il suo romanzo d’esordio ha scelto di scandagliare i meandri più reconditi dell’animo umano, in un thriller fitto di colpi di scena e di profondità psicologica, ambientato in una Seattle sempre diversa e di innegabile fascino. L’incipit del romanzo ci proietta nella corsa forsennata del piccolo John Cameron in un impenetrabile bosco a pochi chilometri dalla città: è in cerca d’aiuto per l’amico James Sinclair e per salvare ciò che rimane della sua innocenza. Venticinque anni dopo Sinclair viene trovato morto nella sua casa insieme a moglie e figli: occhi bendati, mani legate e una croce sulla fronte tracciata col sangue. A indagare sul caso c’è la omicidi di Seattle in cui muove i primi passi il detective Alice Madison. Sarà lei a scontrarsi con le incongruenze di questo macabro assassinio e a scoprire se John Cameron, inizialmente ritenuto responsabile del delitto, sia effettivamente colpevole. Per farlo dovrà ritornare alla notte di 25 anni prima, a quel misterioso rapimento in cui si salvarono solo James e John e dovrà ‘guardare negli occhi il nemico’, inabissandosi nel buio del ‘male’ e in quello del suo personale e doloroso passato. Solo così potrà tornare alla luce. Gli ingredienti per fare di questo prodigioso esordio un bestseller ci sono tutti, al punto che il romanzo è diventato un caso letterario prima ancora della sua pubblicazione con aste agguerritissime in tutto il mondo. Affaritaliani.it ha intervistato l’autrice in occasione del lancio, in anteprima mondiale in Italia, del libro.

Ildonodelbuio

“Il dono del buio” è stato scritto originariamente in inglese. Come mai?
Io vivo da 27 anni in Inghilterra, mi sono trasferita dopo la maturità. Mi viene più spontaneo scrivere e pensare in inglese. Non c'è stata una scelta in realtà. Io infatti ho solo collaborato alla traduzione, che è stata fatta da Giovanni Arduino. La Nord mi ha dato la possibilità di guardare il manoscritto per cambiare eventualmente alcune sfumature perché si tratta di due lingue con infinitesimali differenze. Spero che anche le altre traduzioni vadano bene, con l’italiano ho avuto la possibilità di renderla il più vicino possibile all'originale.

Il desiderio di scrivere una storia come questa è scaturito da una circostanza particolare oppure è arrivato in fieri?
Non c'è stata una circostanza particolare. L'idea si è sviluppata in un lungo arco di tempo. Volevo esplorare la relazione tra un poliziotto e un criminale che si trovano a indagare il medesimo delitto con una serie di dilemmi di natura morale ed etica che si mettono in gioco.

E fin dal titolo emerge questa tensione. Lei stessa ha definito “Il dono del buio” «una spada con una lama da entrambe le parti».
Sì perché quello del buio è un dono, ma con i suoi problemi come accade alla protagonista del libro: lei può non solo empatizzare, ma mettersi nei panni di questi criminali. D'altro canto deve confrontarsi con quei lati dell'animo umano che non sono per nulla confortevoli. Per fortuna sono lontani dalla vita della maggior parte di noi, ma quando ti ci accosti scopri le sfumature più terribili che albergano nell'uomo.

A proposito del buio, non è un caso che il suo libro preferito sia “Il buio oltre la siepe”.
Il buio oltre la siepe” è un libro meraviglioso da tutti punti di vista: per il soggetto, per il periodo del quale tratta e soprattutto per la voce della bambina che lo racconta. Non ci sono pari in questo senso. È stato di ispirazione perché è un testo incredibile: quando leggi opere come questa, ti nutrono e ti cambiano a tal punto che, se svolgi in particolare un lavoro creativo, non puoi rimanerne indifferente.

Sempre parlando di influssi, il personaggio di Alice Madison così come il suo rapporto con Salinger ricordano quello tra Clarice Sterling e Hannibal Lecter de “Il silenzio degli innocenti”...
Quello di Clarice Sterling è stato un personaggio di ispirazione in quanto totalmente iconografico: è una giovane donna, agli inizi della sua carriera che si trova in situazioni estreme e deve fare appello al suo coraggio e ad una certa testardaggine, con enorme senso di intuito e con passo morale ed etico. Il confronto diventa inevitabile. Anche rispetto alla relazione con Hannibal Lecter, mi sono ispirata volendo creare un rapporto tra due persone che stanno dalla parte opposta ma che trascendono la situazione in cui sono.

La sua è una scrittura cinematografica, dovuta credo alla sua lunga carriera nel campo del montaggio.
La mia attività ha influito, ma, a prescindere, la mia immaginazione è sempre stata visiva. Se non riesco a vedere la scena nella mia mente, significa che ho un problema con quella situazione e ho bisogno di lavorarci. A volte si crea una sorta di lotta per chiarirla, altre si tratta solo di impressioni da tradurre in narrazioni più articolate.

Che ricordi ha del periodo in cui ha lavorato come assistente nel montaggio di film celebri come "Donnie Brasco" e "Quattro matrimoni e un funerale"?
È stato un periodo bellissimo. Il mio scrivere è stato un'attività parallela che ho coltivato sin da piccola, sebbene questa sia la mia opera prima. Quando sei parte di un ambiente creativo il cui cuore è raccontare delle storie ti insegna moltissimo. È stato la mia scuola, la mia nave scuola, perché il montaggio ha a che vedere con i dettagli più elementari, lavori coi blocchi più semplici con cui si sviluppa una narrazione e la si rende interessante. In contesti del genere anche in maniera inconsapevole si assorbe quello che accade intorno che rimane con te e ti auspichi emerga nel momento opportuno.

Dopo le '50 sfumature di grigio' e la saga di Twilight, ambientata poco distante, nel suo romanzo ritroviamo come set la città di Seattle. Perché proprio Seattle?
L'ho scelta per due ragioni: ho adorato questa città, dove ho famiglia, dalla prima volta che l'ho vista e poi perché offre una combinazione unica di natura selvaggia sulla soglia della città - montagne, mare, foreste e parchi dalle piante antichissime, che la comunità tiene a conservare - e modernità metropolitana. Boschi di felci e sequoie sono un setting perfetto per storie e personaggi, magari anche un po' macabri, ma di grande fascino. Si percepisce infatti una dicotomia tra la città civilizzata e questi posti quasi intatti: a Forks, dove è ambientato anche Twilight, ci sono foreste meravigliose che arrivano fino alle spiagge dove si riversano decine di tronchi. È un luogo eccezionale.

A proposito di location, ne "La banda del formaggio", Paolo Nori si interroga sui luoghi della letteratura. "Più che nei festival letterari è più facile trovarla nella spazzatura, negli ospedali, nelle sale d'attesa degli ambulatori veterinari, nei prati dopo che hanno smontato i tendoni dei circhi" e così via. Dove sta per lei la letteratura?
La letteratura è dappertutto, dove hai il respiro della vita e della consapevolezza, perchè le storie e le vite sono ovunque. Alcuni giorni fa sono stata con Teresa (il suo agente che si è infortunato a una gamba, ndr) al pronto soccorso: lì in soli 20 minuti vedi storie che iniziano, si sviluppano e finiscono, personaggi e gente di ogni tipo. Se apri gli occhi le storie sono davanti a te e di tutte le grandezze. Anche quelle piccolissime hanno importanza: le nostre stesse vite per noi sono epiche, sebbene siano fatte di dettagli minuscoli.

Nel ritrarre il personaggio di Salinger lei cerca di non identificarlo esclusivamente nel "mostro". Donato Carrisi ne "Il Suggeritore" scrive: «Li chiamiamo mostri perché li sentiamo lontani da noi, perché li vogliamo 'diversi'. Preferiamo rimuovere l'idea che un nostro simile sia capace di tanto. E questo per assolvere in parte la nostra natura".
La penso anch'io così. La ragione per cui volevo passare un po' di tempo con il personaggio di Salinger, oltre a farlo conoscere di più al lettore, è proprio perché credo che quando incontri un personaggio del genere ti accorgi sì che è terrificante ma anche che non è un mostro, che malgrado tutto è una persona. Sapendo di più di lui, ti rendi conto che è un essere umano.

Non è un caso che un celebre saggio sulle menti criminali, edito nuovamente in queste settimane si intitoli: "I buoni lo sognano, i cattivi lo fanno".
Ci sono certe differenze psichiatriche, non solo psicologiche che rendono personalità come quella di Salinger diverse al punto che il loro compasso morale punta in direzioni differenti dalle nostre. Il mio desiderio era creare un personaggio con delle sfaccettature, che non fosse il "cattivo" monocromatico.

Ha sentito parlare dei numerosi femminicidi in Italia, divenuti anche uno spunto di analisi e denuncia letteraria?
Non ero consapevole in Inghilterra della portata di questo fenomeno. Lì non è stato identificato un trend. È una cosa agghiacciante.

In Inghilterra invece stanno emergendo numerosi e controversi scandali sessuali...
I fatti contestati sono accaduti in un periodo molto diverso, in cui certi comportamenti venivano generalmente accettati dal pubblico. C'era una cultura del chiudere un occhio verso personaggi che esercitavano il potere su persone vulnerabili. Non c'era la sensibilità di oggi su tali tematiche tanto che alla fine questi individui venivano protetti da una combinazione di fattori.

Il suo libro è diventato un caso letterario ancora prima di uscire, con aste agguerritissime tra gli editor inglesi e internazionali che hanno voluto subito assicurarsi i diritti. Una bella soddisfazione.
Incrocio le dita e tocco ferro. È stata una sorpresa shoccante, in particolare l'ultimo anno in cui il libro è stato venduto in Inghilterra e all'estero. Quando scrivi non sai quale sarà la reazione della gente. Sapere che degli sconosciuti hanno letto la tua storia e gli è piaciuta è meraviglioso.

Il suo romanzo è uscito in anteprima mondiale in Italia. C'è una ragione per la scelta del nostro Paese?
In realtà non c’è stata una scelta vera e propria. L'Italia per prima è stata una coincidenza. In Inghilterra il libro è uscito una settimana dopo. È bello vedere le differenze dal punto di vista culturale e di marketing tra le copertine dei vari Paesi che hanno ripreso immagini e aspetti anche molto diversi della storia. È qualcosa che non immaginavo. E spero che le piacevoli sorprese di questo mondo non si fermino qui.

 

 


 

 

Tags:
valentina m. giambanco“il dono del buio”nord
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