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Culture

di Ivan Brentari

Ho venticinque anni e sono di Milano. Lo scorso dicembre ho inviato un mio giallo, La stupidità degli elefanti, alla sede lombarda della Rai, affinché partecipasse al Premio La Giara 2013. In aprile è stato selezionato per la fase finale. Non ho vinto. Quest’estate, alcuni giorni dopo la serata conclusiva del concorso, sono stato contattato via mail da un’incaricata dell’azienda che mi ha proposto di partecipare alle selezioni perMasterpiece, il nuovo talent show letterario di Rai 3. Benché non si sapesse quasi nulla del programma, ho partecipato. Diciamo sulla fiducia. La letteratura in televisione, un esperimento. A una prima occhiata, siamo sinceri, pare che il tentativo sia votato al fallimento sin dalla culla, e per questo mi ha affascinato. L’errore, il non riuscito, insomma quella metà storta della realtà mi ha sempre interessato parecchio. Passano alcune settimane. Martedì 3 settembre mi telefona una ragazza giovane, voce calda, io la immagino bella. Mi dice che ho superato le prime selezioni del programma e che dovrei andare a Roma a metà mese per un provino. Ci sono due ragioni per le quali ho rifiutato. La prima ha a che fare con la foschia che circonda Masterpiece, ancora adesso, quasi a ridosso delle riprese. Quali i confini del format? Si tratta di letteratura o c’è un seppur minimo rischio che diventi circo equestre? Quali i giudici? Ho risposto alla ragazza che avrei avuto bisogno di ulteriori delucidazioni prima di scegliere. Non ha potuto darmele perché sul programma è calato un velo oscuro di segretezza, la qual cosa capisco benissimo, intendiamoci, si tratta di merceologia. A me, tuttavia, sembra altrettanto logico che si domandino chiarimenti e garanzie al riguardo di un progetto al quale si dovrà forse partecipare e di cui si sa poco o niente. Non mi sembra normale che a una proposta del genere si debba rispondere: «Sì ma… questa cosa cos’è?»

   Il secondo motivo per il quale ho rifiutato deriva da una riflessione che ho maturato nei giorni successivi all’invio del libro alla redazione del programma. Si parla di ingressi di concorrenti in corso d’opera, selezionati attraverso democratiche votazioni online. Capisco che le vendite si basano sui gusti del pubblico. È il mercato. Qui di verginelli non ce ne sono. Però personalmente credo che la selezione culturale debba procedere prevalentemente in maniera autonoma. A volte anche contro le preferenze del pubblico. Quale giudizio sul valore delle opere può scaturire tramite un medium come la televisione che nulla ha da spartire con la letteratura? In alcuni casi la cosa è fallita anche nei talent show musicali. Di alcuni vincitori, incoronati per motivi estetici o simpatici e non sulla base di criteri tecnici, non si ricordano nemmeno i nomi. E musica e televisione sono molto più affini di quanto non siano letteratura e televisione. Certo, mi pare di intuire che in Masterpiece la responsabilità maggiore della selezione di opere e autori ricada sugli addetti ai lavori, scrittori, editori (Bompiani), gente preparata e competente. Tuttavia il problema resta. È un dubbio di molti ed è legittimo. Io personalmente al riguardo non ho potuto avere chiarimenti. Quindi ho dovuto rifiutare.

   L'ideazione di un format del genere la dice lunga sul rapporto tra editoria e televisione in Italia. Credo che Masterpiece sia l’evoluzione ultima e più ovvia dell’industria libraria italiana. Sebbene sia evidente che esistono delle pregevolissime eccezioni, vende molto chi è già in televisione e perché è già in televisione. In questo senso è naturale e conseguente che si provi direttamente a costruire un best seller in tv. È sensato, non è necessariamente un male, tutto dipende dai modi. Se la direzione scelta è quella, meglio un programma innovativo, sperimentale, rischioso, di buon livello, piuttosto che l’ennesimo libro della comica, dell’ex-comico, della cuoca improvvisata, della giovane libertina, del truce uomo con la vita sbagliata. Spero proprio in un programma di qualità. Stiamo a vedere.

 

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