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Culture

di Fabio Isman

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Se non fosse esistita l’università, nel 1434 la prima nell’isola, il convento più grande in Europa dopo quello portoghese di Mafra, demaniale dal 1866, sarebbe rimasto svillaneggiato, devastato, perfino ridotto a caserma, un rudere per le bombe dell’ultima guerra: il Coro di notte degradato a deposito di attrezzi nautici, i lunghi corridoi tramezzati per ricavarne aule quando non peggio, i muri zeppi di figure e di motti osceni, lo racconta Giuseppe Giarrizzo. Invece, il monastero dei benedettini di Catania, o di San Nicolò l’Arena, già cantato da tanti viaggiatori e ricostruito dopo i terremoti e le colate di lava del 1669 e 1693, dal 1977 ospita la facoltà di Lettere, ed è risorto grazie a un recupero filologico di Giancarlo De Carlo. è un luogo singolare: vi si misura lo spessore della lava eruttata: oltre quattro metri; nel 1770, stupiva Patrick Brydone: «Una facciata quasi uguale a Versailles, un nobile scalone di marmo bianco e una cornice di una residenza regale», «l’appartamento dei religiosi è da uomini di mondo»(1). Si ammirano ancora parecchi strumenti del famoso osservatorio astrofisico, attivo dal 1890 al 1960: anche il sismometrografo, una pietra di trecento chili che oscilla. Il monastero era immenso, ma fu lasciato a metà: i due vasti chiostri dovevano essere quattro; un capolavoro le cucine, restaurate: «Spaziose come una caserma», diceva Federico De Roberto, l’autore del romanzo I viceré, peraltro ambientato proprio qui dentro, «in un edificio», scrive l’autore, «immenso, sontuoso, agguagliato ai palazzi reali»(2).

De Roberto è stato assistente bibliotecario in una meraviglia assoluta del luogo, la biblioteca comunale Ursino Recupero (la sala Guttadauro conserva il suo scrittoio) erede di quella, sorta nel 1115, dei benedettini: duecentosettantamila volumi; codici miniati cassinesi (però bisognosi di restauro); duemila pergamene; erbari; incunaboli; cinquecentine; una Bibbia trecentesca miniata in oro da Pietro Cavallini (tra le cinque più belle al mondo); l’“editio princeps” dei Commentari di Cesare stampata a Roma nel 1469; le Costituzioni benedettine in antico volgare siciliano; persino una raccolta di Priapea di fine XV secolo, con iniziali in oro; altri rilevanti testi del Quattrocento: un codice di Bartolomeo d’Antonio Varnucci e un manoscritto di teoretica musicale che «esperti di tutto il mondo vengono a studiare», spiega Rita Carbonaro. Lei dirige la biblioteca dal 1998: l’organico prevedeva dieci persone, «ma eravamo in cinque»; da aprile 2009 è rimasta sola. «Mi aiutano pochi tirocinanti e laureati, che vengono per ricerche particolari». Anche lo stipendio le arriva a singhiozzo: quando ci siamo parlati, l’arretrato era di sette mesi. Eppure, questo luogo di studio che è museo di se stesso, più di millecinquecento metri quadrati, ha una sessantina di utenti al giorno: «Molti da tutto il mondo, specie per le pergamene e i manoscritti; prenotano anche mesi prima». Nella porzione dell’edificio progettata nel Settecento dall’architetto Giovan Battista Vaccarini, una facciata di duecento metri, la biblioteca conserva saloni storici: quello intitolato all’autore (con la data del 1733) ha scaffali in noce su due livelli, il pavimento in ceramica napoletana, la volta affrescata, i volumi benedettini sistemati com’erano; nella sala di lettura, i mobili settecenteschi sono quelli che contenevano le collezioni del museo monastico (poi demanializzate e trasferite), le “mirabilia naturalia” e “antiquaria”.

Eppure, qui anche le pulizie sono a singhiozzo: a maggio, l’ultimo appaltatore se ne è andato dai vivi; si accontentava di settecento euro al mese: il Comune ha ora promesso di farsi carico del servizio. Non è così che si strangola un istituto pur con pochi rivali al mondo? Per salvarlo, un appello ha già raccolto numerose firme; ma il Comune, finanziariamente, versa in stato preagonico; la biblioteca vanta crediti, già deliberati, di quasi un milione e mezzo di euro, «attendiamo ancora i fondi del 2009». Ma, nonostante tutte queste difficoltà, Rita Carbonaro organizza dodici mostre all’anno: non salta mai quella legata alle celebrazioni di Sant’Agata (patrona della città), tradizione assai sentita che calamita folle immense da ogni dove, anche emigranti che ritornano apposta. Non si sa come, ma i servizi funzionano: «Bastano dieci minuti per ricevere un libro richiesto; e per i manoscritti o le opere rare, accettiamo anche prenotazioni il giorno prima per posta elettronica». Langue invece l’informatizzazione: perché non è mai decollato il progetto di un Polo librario provinciale, e non ha avuto risposta la richiesta di inserimento in quello di Palermo del Servizio bibliotecario nazionale.

Le biblioteche sono assai fragili: pretendono manutenzione e interventi. Quella che prende il nome dal lascito del barone Antonio Ursino Recupero (1925) chiede che si restaurino e rileghino opere rare e di pregio, giornali dell’Otto e Novecento; i Vigili del fuoco vorrebbero nuove scaffalature, per diminuire i rischi d’incendio. Per fortuna, la Regione interverrà sulla Sala vaccariniana, la libreria dei padri Cassinesi, un cui scaffale è già stato aggredito dalle termiti: due anni di lavori. «Chi provvede alla derattizzazione e alla vigilanza accetta pagamenti in ritardo, in attesa di quando disporremo dei fondi; ma se avessimo cifre certe, potremmo pensare alle rilegature, alla cancelleria». Per sopravvivere, la Ursino Recupero ha inventato le visite guidate: 3 euro il biglietto, in sei mesi 1.800 euro d’incasso; così fa fronte alle spese più urgenti. E che Catania (non) mantenga in questo modo un suo gioiello, è un peccato, neppure veniale. Dopo tanti anni di attesa, ha incrementato spazi ed esposizioni a Castel Ursino (c’era perfino un’inchiesta per furti); la fondazione Puglisi Cosentino, recuperato il settecentesco palazzo Valle, organizza interessanti mostre (di arte contemporanea ma non solo: fino al 5 maggio è in corso I grandi capolavori del corallo); la stilista Marella Ferrera ha posto lo showroom nel leggendario museo del principe di Biscari, e salvato nei locali certe sue mensole; si visita ancora l’attiguo palazzo Paternò, undicimilacinquecento metri quadrati, con lo scalone a tenaglia, un terrazzo immenso che era a picco sul mare, la poltrona si cui si è seduto Goethe lodando poi l’ospitalità della casa, l’enorme salone affrescato con al centro il cupolino per l’orchestra. Ma la biblioteca Ursino Recupero, invece no: è davvero a rischio, e piange invano.

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