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Culture

I dipinti di provenienza nazista, confiscati o “acquistati” di solito a ebrei in gravi difficoltà (per usare un eufemismo), e ritrovati a Monaco di Baviera, suscitano una profonda emozione; ma lasciano aperti interrogativi non meno importanti e non meno imponenti. Il numero esatto di queste opere d’arte riapparse improvvisamente dal nulla è di milleduecentottanta; e non millequattrocento o millecinquecento, come si diceva all’inizio. Tra loro, secondo le prime risultanze, trecentottanta dipinti di “arte degenerata”, già sequestrati dai nazisti, e che il padre di chi ora li deteneva aveva comperato per due lire (pardon, Reichsmarken); poi, altri cinquecentonovanta fanno parte della cosiddetta “arte rapita”, o rapinata; e infine, al ministro della Giustizia bavarese trecentodieci sembrano «più innocui», e potrebbero presto essere restituiti a chi li deteneva; come sostiene anche il procuratore Reinhard Nemetz.
A possederli era un signore di ottantun anni, Cornelius Gurlitt, ottima salute e capelli immacolati, prima d’ora ignoto a tutti: niente assicurazione né mutue, vita sempre ritirata. Ma il padre Hildebrand, morto in un incidente nel 1956 a sessantuno anni, non era certamente uno sconosciuto. Era un direttore di musei e mercante: come vedremo, anche per Hitler. Dopo la guerra era stato fermato e interrogato per tre giorni dagli americani; gli avevano sequestrato centotrentasei quadri, che dopo cinque anni, però, gli erano stati restituiti. La collezione trovata a Monaco nell’appartamento di Cornelius origina da qui: da un evidente errore degli alleati. Perché, adesso, vengono fuori i documenti dimenticati. Gurlitt padre si è salvato invocando una madre ebrea, varie discriminazioni subite da lui e dal fratello, e la sua fede antinazista. Si è però scoperto che concludeva le lettere al numero due del Reich, Hermann Göring, con l’immancabile «Heil Hitler». Nel 1943, Hermann Voss, direttore del museo di Dresda e principale consulente del Führer per quello suo futuro di Linz, lo officia per gli acquisti.
Nella lista di Fritz Wiedemann, aiutante personale di Hitler, assolto al processo di Norimberga e morto nel 1970, ci sono oltre cento opere, «del valore di almeno 9 milioni e 200mila marchi». A Hildebrand andava il 4%, come provvigione. Possedeva un salvacondotto della speciale «Commissione per Linz». L’ultima compera per Hitler, il 6 settembre 1944: una Madonna, Bambino e angeli di «prima scuola italiana», per 200mila marchi. Agli alleati confessa d’aver comperato molto in Francia: anche opere «di Chardin, Rodin e Rembrandt». Ma dice che tutto è andato distrutto dalle bombe a Dresda. Dal 1938, Gurlitt padre, che da tre anni era mercante, con sedi anche a Basilea e New York, era di casa al castello di Schönhausen, a Berlino. Qui – dopo la famosa mostra del 1937 in cui aveva esordito a Monaco – l’“arte degenerata” era stata ammassata; tutta, tranne i millequattrocento quadri e tremilaottocentoventicinque acquerelli, disegni e stampe che i nazisti manderanno al rogo il 20 marzo 1939 a Berlino, nel cortile della caserma dei pompieri. Quattro mercanti sono incaricati di vendere il resto in cambio di valuta pregiata. Anche Hildebrand, che da Göbbels rileva, a poco prezzo, quarantaquattro Kirchner, quattro Picasso, due Gauguin, dodici Nolde, quindici Dix, otto Kokoschka, altrettanti Grosz e altro ancora.
Le primissime storie di quei milleduecentottanta quadri di Monaco sono state ricostruite. Quella dei Due cavalieri sulla spiaggia di Max Liebermann (1847-1935) la narra Paul Westram nel 1939; è un gerarca nazista nell’appena occupata Breslavia: è sequestrato a David Friedmann, che possedeva pure «Courbet, Pissarro, Rousseau, Raffaelli» (un palese errore per “Raffaello”). Alla sua morte, nel 1942, la collezione è interamente confiscata dal Reich; la figlia finisce in un lager. Mentre un Ritratto di donna di Henri Matisse era in un’altra celebre collezione: quella di Paul Rosenberg, a Parigi, rue La Boétie 21 (da cui il titolo di un librino Skira della nipote Anne Sinclair, l’ex moglie del banchiere Dominique Strauss-Khan: 21, rue La Boétie). Hildebrand, nel 1939, cede per 6mila franchi svizzeri Due gatti, blu e giallo di Franz Marc al museo di Basilea, che ancora lo espone, tacendone però l’origine. Nel 1947, era sospettato dalla polizia di Amburgo di aver realizzato «enormi proventi» sotto il Reich: un’inchiesta che finisce però nel nulla. La segretaria, Ingeborg Hertmann, dice: «Faceva affari e teneva contatti con i ministri Rolf Hetsch e Albert Speer (Propaganda e Armamenti) e con Göbbels». Gli ebrei sono espulsi dal ghetto di Lodz, in Polonia: Hildebrand ne vende i dipinti, ma quando reclamano i proventi, «spedisce loro dieci marchi» in tutto.
La giustizia per il figlio, ignoto detentore di Picasso, Klee, Kokoschka, Chagall e tanti altri, è arrivata sotto forma di due doganieri, nel 2010: un controllo casuale su un treno che riportava Cornelius a Monaco dalla Svizzera, con 9mila euro in tasca che stenta a giustificare. Inizia così l’unico processo a suo carico: per evasione fiscale. Soltanto nel 2012 – dopo che ha venduto il Domatore di leoni di Max Beckmann tramite una casa d’asta di Colonia per 864mila euro – la perquisizione e il ritrovamento. Ma rimangono molteplici domande. Come possono essere state quelle carte americane clamorosamente dimenticate? Neppure il servizio di polizia forse più efficace al mondo, il Bundeskriminalamt (BKA), si ricordava più di quella collezione sparita nel nulla? Muore un mercante di quelli assai rilevanti, perfino già sospettato, e non ci si chiede dove siano andati a finire i suoi beni? Bisognerebbe chiarire; però, per favore, dopo aver fatto di tutto per sapere quei dipinti a chi sono stati rapinati. Si è costituito un gruppo di lavoro, diretto da Uwe Hartmann, che è a capo del Centro di indagini sulle provenienze dei musei di Berlino: speriamo che faccia presto. E Cornelius, di cui non c’erano foto, è stato scoperto da “Paris Match”: eternato mentre beve in un bar, fa la spesa a un supermercato, va all’aeroporto. Spiega che i quadri sono la sua intera vita (da come li teneva non si direbbe), sono tutti legittimi, e li rivorrebbe indietro.
Mentre questa storiaccia è ancora in piena evoluzione, e a casa del genero di Cornelius sono stati trovati altri venti dipinti, tanto altro, però, avviene ancora nella “caccia” ai quadri sottratti dai nazisti, che sono gli ultimi “prigionieri di guerra” in attesa di essere identificati. Nei musei olandesi ne sono stati trovati centotrentanove di incerta provenienza, e pubblicati online perché gli eredi possano eventualmente reclamarli. E quindici musei tedeschi si sono consorziati per ricostruire la collezione di Alfred Flechtheim, forse il più celebre mercante d’arte nella Berlino degli anni Venti, prima perseguitato, in quanto ebreo, poi del tutto derubato, infine morto poverissimo a Londra nel 1937. Di lui ci resta un bellissimo ritratto, che gli fece Otto Dix nel 1926; e, almeno per ora, soltanto il ricordo. Quanto possedeva fa parte di quella immensa parte dei tesori rubati dai nazisti che si continua a ricercare.
Ma di questo, di quali siano, parleremo un’altra volta: chissà quanti luoghi come l’abitazione di Gurlitt a Monaco, in un quartiere di lusso ma assai disordinata e precaria all’interno, esistono ancora.
 

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