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Culture
"Innocente! Paola Della Chiesa imputata senza prove" di Fabio Cavallari. Libro

Sarebbe bastato telefonare al numero sull’agenda trovata nell’abitazione del pentito Giuseppe Puca per sentirsi rispondere: «Qui casa Tortona», non «casa Tortora», e veder crollare metà dell’istruttoria che avrebbe portato da un lato alla condanna in primo grado del noto conduttore televisivo, dall’altro alla altrettanto nota pagina nera della giustizia italiana. Sarebbe bastato aprire i cassetti della Sade (la Società Adriatica Di Elettricità), contenenti i rapporti sulla tenuta del terreno durante le prove di invaso, per rendersi conto che la diga del Vajont poggiava su basi poco stabili ed evitare così la strage di Longarone e dei paesi limitrofi. Sarebbe bastato verificare la causa della morte del cittadino tedesco per evitare al «di noi» Giuseppe Di Noi (interpretato da Alberto Sordi nel film Detenuto in attesa di giudizio) qualche giorno di carcere con l’accusa di omicidio e l’alienazione che contagia e perseguita a vita chi, senza averne colpa, si ritrova a rimbalzare sul muro di gomma dell’autorità giudiziaria. Sebbene siano esempi tanto casuali quanto diversi per genere, mostrano un filo conduttore con parte della vicenda che vi apprestate a leggere e che, come le precedenti, si è già conclusa. L’elemento comune è, appunto, il senno del poi di cui, per proverbiale cultura, son piene le fosse, a cui solitamente segue un sospiro dall’aria grave e una scrollata di capo. Mai che qualcuno si sbagli, mai nessuno che inverta i pilastri della saggezza popolare, magari scambiando in maniera puerile i detti contadini, e si chieda, sbagliando o forse no, se sono nate prima le fosse o il senno di poi. Chi ha costruito le fosse? Chi ha scavato delle enormi buche per potervi nascondere dentro una saggezza che comunque, se detta in ritardo, non è altro che una lungimiranza verso il passato che di assennato ha ben poco? Ancora, è possibile che, nella sepoltura, non vi finiscano solo i consigli tardivi, ma anche gli atteggiamenti superficiali utilizzati per gestire quelle situazioni che avrebbero necessitato, meglio prima che poi, del già citato senno? Se ci ripetiamo spesso, come fosse un adorabile difetto, che l’Italia non ha memoria, forse non è il caso di continuare a costruire fosse, peraltro pericolosamente vicino alle istituzioni, ai tribunali e alle redazioni dei giornali, in cui nascondere l’esperienza maturata dagli errori commessi. Piuttosto servirebbero degli altari. La memoria avrebbe un futuro se iniziassimo a costruirlo o, più semplicemente, a smettere di sabotarlo. I benefici sarebbero immediati. Nell’ambito della giustizia, probabilmente, porterebbe a riscoprire quantomeno un senso di prudenza. Lo stesso invocato da Leonardo Sciascia quando chiedeva di sottoporre un magistrato, al termine del proprio ciclo di formazione, alla inconsueta e paradossale pratica di passare qualche giorno in carcere, per acuire l’accortezza con la quale avrebbe firmato, una volta in carica, gli atti di sua competenza. Una terapia d’urto che, dopo aver letto queste pagine, verrebbe da estendere anche a chi detiene tra le mani il bene pubblico dell’informazione: tre giorni da indagato farebbero desistere qualunque cronista dallo stilare sentenze prima che lo facciano i tribunali. Per assunto, nell’era in cui le professioni vengono delegittimate e ognuno si sente in diritto di rivestire, all’occorrenza, il ruolo del giudice, del medico, del parlamentare, dell’allenatore o, appunto, del giornalista, la provocazione finale sarebbe considerare tutti noi come soggetti passibili di questo trattamento. Servirebbe a evitare alle future (e ai futuri) Paola Della Chiesa di perdere la propria innocenza nel perpetrato tentativo di ribadirsi non colpevoli di fronte a una serie di non ben definiti soggetti. E servirebbe indirettamente a ripristinare alcune necessarie priorità. Perché lo stallo del sistema giudiziario, che con i suoi nove milioni di processi arretrati porta la media della loro durata a essere la più lunga tra i Paesi europei, non dà diritto ad accettare una giustizia immediata e sommaria e di preferirla alla ricerca della verità. Perché il dato ben noto della percentuale dei detenuti che, a oggi, sono in attesa di giudizio – circa il 40% delle oltre cinquantasettemila persone attualmente ristrette – dovrebbe significare la pretesa incondizionata della tutela del principio di non colpevolezza e non giustificare pratiche (o lapsus pubblici) che portano verso l’esatto contrario. Perché, in ultimo, considerato che il 40% dei procedimenti pendenti, di cui sopra, si conclude con l’assoluzione dell’imputato, non è ammissibile lasciare che per ogni avvio di indagini si costituisca, in parallelo all’iter processuale, un tribunale popolare a mezzo stampa costantemente in cerca di sensazionalismi, meglio se ottenuti direttamente dalle Procure in violazione del segreto istruttorio. Assecondare una deriva giustizialista non porta a ottenere la «certezza del diritto», ma contribuisce, nel lungo periodo, ad annullare quella capacità di raziocinio tempestivo e a fornire materiale per riempire le fosse. Tornati, come siamo, al punto di partenza, dobbiamo decidere se utilizzare questo libro come chiave di volta per un percorso di cambiamento, prima di arrivare ad affermare, storpiando Nanni Moretti, che non ci meritiamo più nemmeno Alberto Sordi

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