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Intervista a Daniele Mencarelli, di recente in tour

Quattro presunti familiari è edito da Sellerio, ma si tratta in realtà del romanzo d’esordio dell’autore, nonché di un intreccio di psicologie complesse. Ne abbiamo parlato con Daniele a Non a Voce Sola

Intervista a Daniele Mencarelli, di recente in tour

La traiettoria letteraria di Daniele Mencarelli si arricchisce di un nuovo capitolo che, solo in apparenza, si configura come un radicale punto di svolta: l’approdo alla giallistica e al noir con il romanzo Quattro presunti familiari, pubblicato da Sellerio.

Per un autore che ha legato la sua fama a una narrativa fortemente intimista, focalizzata sui temi della sofferenza psichica e del disagio mentale l’ingresso nel catalogo della storica casa editrice palermitana con una vicenda legata al ritrovamento di uno scheletro potrebbe sembrare una deviazione di percorso. In realtà, l’operazione è assai più stratificata; il libro è infatti cronologicamente il suo primo testo in prosa, scritto ben nove anni fa, poco prima di dare vita alla fulminante trilogia aperta da La casa degli sguardi, romanzo portato anche sullo schermo da Luca Zingaretti.

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Non si tratta quindi di un autentico thriller d’azione, bensì di un pretesto narrativo in cui l’indagine poliziesca cede immediatamente il passo allo scavo psicologico: i cinque giorni necessari per i riscontri del DNA diventano una spietata anticamera in cui i segreti e le fallibilità dei personaggi emergono progressivamente.

Di recente impegnato in un fitto tour promozionale lungo la penisola, lo scrittore ha fatto tappa nelle Marche, ospite della rassegna Non a Voce Sola nella città di Chiaravalle, dove ha concesso questa intervista, e poi a Come un libro all’aperto nel Chiostro di Sant’Agostino a Mondolfo.

Intervista a Daniele Mencarelli, di recente in tour

Daniele, ci puoi spiegare un po’ l’originale genesi di questo romanzo?

“In realtà devo datare lo scritto proprio come le ossa che vengono ritrovate e che danno il via alle indagini. Questo è stato infatti il mio primo lavoro in prosa risalente a nove anni fa, in una stagione per me straordinariamente produttiva: nello stesso anno ho concepito Quattro presunti familiari e, appena un mese dopo, ho iniziato La casa degli sguardi.

È il testo che a tutti gli effetti mi ha fatto cambiare lingua, traghettandomi da quella poetica, che ho frequentato per oltre vent’anni, alla pura narrativa”.

Da dove trae spunto la storia?

Il tema portante qui è la scomparsa. Per me la scrittura nasce sempre da una provocazione, da qualcosa che vedo o ascolto e che chiede di essere testimoniato. Nove anni fa, rientrando dal lavoro, vidi un servizio al telegiornale sul rinvenimento di uno scheletro e, poiché talvolta la nostra mente produce scenari terribili, immaginai mia figlia sparire in quel cono d’ombra dove finiscono gli scomparsi.

Nacque da lì il desiderio reattivo di scrivere di loro. Il legame con il genere è una conseguenza logica: quando si rinviene uno scheletro non si chiama uno psichiatra, ma il 112. È il tema stesso che traina con sé i registri del noir”. 

Tratti anche il tema della corruzione, del potere e di come questi possano cambiare le persone.

“Sì, ho voluto intrecciare la scomparsa con qualcosa che ho vissuto da spettatore e, in certi momenti, anche da attore: il rapporto fra l’uomo e il potere, a mio parere la sostanza stupefacente più potente mai inventata. Rispetto all’esercizio del potere ho avuto un osservatorio meraviglioso lavorando per ventun’anni a Rai 1: in quel contesto aziendale ho visto colleghi e amici cambiare postura, tono di voce e luce degli occhi nel giro di mezzora dalla notizia di una nomina a dirigente. Credo sia un’esperienza condivisibile in molti luoghi di lavoro.

Ho quindi trasferito questo rapporto archetipico nell’ambiente in cui l’uomo indossa una divisa e rappresenta l’ordine. Nel romanzo, però, l’autorità è incarnata dall’Arma dei Carabinieri, un’istituzione tradizionalmente ritenuta materna e protetta dall’opinione pubblica, un po’ come Sanremo. Ma un autore non deve proteggere nulla, se non ciò che merita realmente di essere difeso”. 

Intervista a Daniele Mencarelli, di recente in tour
Intervista a Daniele Mencarelli, di recente in tour

Chi sono i presunti familiari del titolo?

“La trama ruota attorno alla convocazione di nuclei familiari che hanno denunciato una sparizione compatibile con l’epoca della morte dello scheletro. I quattro protagonisti, appartenenti a tre diverse famiglie, sono definiti “presunti” perché il romanzo copre i sei giorni necessari alla scienza per il responso del DNA. Fino ad allora vi è una presunzione di parentela.

Tuttavia si va oltre: sono presunti familiari anche perché in passato hanno presunto male il loro rapporto con chi è scomparso, che nel libro è una donna. Tutti noi ci facciamo spesso delle idee errate ed è per questo che qui ognuno di loro convive da vent’anni con enormi sensi di colpa per ciò che ha detto o non ha fatto.

Quando un consanguineo scompare, non si ha più la possibilità di pronunciare una parola a discolpa e questa sospensione logora profondamente”. 

Il protagonista, l’appuntato Circosta, è un uomo normale, quasi privo di abissi, eppure vive un cambiamento interiore molto forte. Come hai delineato il personaggio?

“Quando si indossa una divisa, i pregi e i difetti vengono centuplicati rispetto alle azioni private. Emanuele Circosta è un trentatreenne scelto dal suo comandante per fare da angelo custode ai familiari ospitati a Latina. Il maresciallo lo sceglie perché lo ritiene un carabiniere per bene, e questa è una bellissima investitura per un giovane.

Circosta possiede gli strumenti per sapere dove sta il bene, ma l’inferno è lastricato di buone intenzioni. Nel romanzo subisce la tentazione incarnata dal collega Liberati, un brigadiere che rappresenta l’antitesi dell’etica: quando Liberati gli propone una serata con due ragazze, Circosta, che vive una profonda solitudine affettiva, cede immediatamente, accartocciando i suoi progetti di bene.

Questo dimostra come le pulsioni ci portino spesso dall’altra parte della strada rispetto alle nostre rette intenzioni”. 

Intervista a Daniele Mencarelli, di recente in tour

Un altro tema fortemente presente è quello dell’attesa. Cosa ci dice sulla natura umana?

“È in effetti un libro interamente costruito sull’attesa; una settimana che per questi personaggi si dilata fino a durare trent’anni, perché il tempo si fa lunghissimo quando si vivono o si ricordano esperienze terribili. Questa sospensione allegorica tocca le grandi domande di senso che non trovano risposta in questa vita, intesa come una vigilia rispetto a una rivelazione finale.

Borges in una poesia elogiava la vecchiaia dicendo “presto saprò chi sono”, facendo coincidere la morte con il momento del disvelamento. Oggi, però, il nostro rapporto con l’attesa e la pazienza — che condivide la radice etimologica con il patire — si è completamente azzerato. Trent’anni fa scrivevo lettere a mano ai poeti e l’attesa minima era di tre mesi; oggi ci si lamenta se un acquisto online non viene consegnato il giorno successivo.

L’immediatezza digitale ha generato un uomo contemporaneo costantemente frustrato, incapace di gestire l’attesa e incline a comunicazioni non ponderate”. 

La parola che meglio definisce la sua scrittura sembra essere misericordia, intesa come totale assenza di giudizio. È così?

“Sì, io voglio profondamente bene ai personaggi che metto in scena, compresi quelli che non fanno nulla per essere apprezzati. Volere bene significa porsi su un piano rigorosamente orizzontale, rifiutando l’approccio borghese di chi osserva i personaggi dall’alto in basso, come pesci in un acquario.

La grande letteratura è sempre stata scritta vivendo le medesime esperienze delle persone che si mettono su pagina. Per me l’assenza di giudizio è un valore fondamentale, sia come scrittore sia come uomo. Il giudizio è uno strumento distruttivo, mentre l’arte dell’incontro è l’unico elemento costruttivo.

Ai ragazzi con cui mi rapporto nelle scuole propongo sempre un esercizio: entrare in un bar con il sorriso e in un altro con lo sguardo incattivito, per verificare cosa il mondo restituisca reattivamente in base a ciò che seminiamo”. 

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Da dove nasce il tuo desiderio di scrivere?

“Ogni scrittore nasce innanzitutto come lettore. Per vent’anni ho letto esclusivamente poesia, una lingua essiccata che mi rende difficile digerire la ridondanza di certa narrativa. Da adolescente desideravo semplicemente scrivere poesie d’amore per mia madre, ma temevo fosse un sentimento troppo infantile rispetto ai poeti laureati; poi ho capito che la grande poesia canta proprio i legami primordiali.

Oggi scrivo per due motivi: ringraziare o testimoniare. La letteratura testimoniale restituisce voce a chi si trova in una realtà periferica e non può raccontarsi da sé. Il ringraziamento va invece alla grandezza delle cose ordinarie, come l’amore materno, che considero il vero legame tra l’uomo e il sacro. Non sono credente, ma mi rasserena pensare che non esista un uomo increato, poiché ognuno di noi è stato portato in grembo”.

Quali sono stati i tuoi modelli di riferimento?

“Due straordinari poeti del Novecento italiano: Camillo Sbarbaro, un autore immenso la cui lingua profonda viene compresa persino nelle carceri, e Giorgio Caproni, che ha raccontato magistralmente la mia stessa parabola esistenziale, una traiettoria che non è fatta di pacificazione con la vecchiaia, ma di un’indagine lucida, chirurgica e talvolta rabbiosa”. 

Incontri moltissimi giovani. Come valuti le nuove generazioni rispetto alla retorica corrente?

“In questa complessa fase geopolitica, il rapporto con i giovani è l’unico elemento che trovo confortante. Parlo sempre in prima persona: non dico che sono migliori di noi, ma sono senz’altro migliori di me; sono più colti, complessi e desiderosi di profondità. Abbiamo dato loro delle giostre digitali costruite da noi, ma loro sono finalmente nativi interrazziali, interreligiosi e interlinguistici, a differenza del nostro che resta un Paese culturalmente isolato.

Il vero problema è che i ragazzi si rivolgono a un mondo adulto che soffre di analfabetismo esistenziale e non sa restituire complessità. Abbiamo reso illecite le domande legittime sul senso della vita e della morte, e quando i giovani esprimono il loro malessere, la prima parola che utilizzano è ansia. Questo termine, trasmesso da noi adulti, è diventata un surrogato linguistico di paura, angoscia e terrore.

Definirsi ansiosi sposta il disagio in una dimensione medica: non a caso, mentre non esistono farmaci per la preoccupazione, in sette famiglie su dieci si risponde agli stati neuropatici con le benzodiazepine. Per questo difenderò sempre i ragazzi, a prescindere”.