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Culture
La cultura rivaluta il bacio: da Hayez agli scatti di Time Square

di Raffaello Carabini

Non crediamo a Edmond Rostand. Un bacio "non" è l'apostrofo rosa tra le parole t'amo. Un bacio, quello vero, è l'espressione del desiderio, che, come diceva Eraclito in tempi non sospetti, "quello che vuole lo compra a prezzo dell'anima". E un bacio è l'affermarsi di una contraddizione: non è vero che si desidera solo ciò che non si ha. Il desiderio sono le ali dell'auriga platonico che guida cavalli anch'essi alati nella celebre rappresentazione dell'anima umana, la cui corsa è spinta dalle passioni e condotta/pilotata dalla ragione (con tutti i suoi desideri).
Se il desiderio ci fa volare, oltre il tempo, oltre lo spazio, oltre il presente, un bacio ci rassicura che possiamo andare al di là dell'io e dell'adesso. "Ti mette le ali", come direbbero i pubblicitari, che di desideri se ne intendono per necessità professionale. Ma lo sapevano già i filosofi greci, e - consciamente o meno, com'è sempre nell'arte - l'ha sempre saputo chi è riuscito a darne una rappresentazione "ideale", coniugando il desiderio di bellezza e di senso.
Dall'autore romano del piccolo affresco che raffigura un bacio sensuale fra il ciclope Polifemo e la ninfa Galatea al primo bacio della storia del cinema, meno di 30 secondi tra John C. Rice e May Irwin in "The Kiss" del 1896; da Giotto che, con il bacio tra sant'Anna e san Gioacchino lo introduce nella pittura moderna, ai baci gay di alcune icone contemporanee; dalle sculture che ornano dall'anno mille in poi i templi indiani all'universale "Bacio" del 1907 di Gustav Klimt; da quello "volante" dello Chagall de "Il compleanno" del 1915 a quello coevo e scapigliato di Ambrogio Alciati ("Convegno"); dalle stampe a cavallo del 1800 del giapponese Katsushika Hokusai al bacio del principe azzurro della disneyana "Biancaneve" del 1937. E dalla sculture di Canova e Rodin a quella di Brancusi, dal surrealismo "bendato" di Magritte alla pop art di Lichtenstein, dal lunghissimo bacio tra Cary Grant e Ingrid Bergman in "Notorius" di Alfred Hitchcock del 1946 e a quello liberatorio del marinaio alla crocerossina in Times Square, a New York, il 4 agosto 1945, fotografato da Alfred Eisenstaedt.
E naturalmente all'italianissimo "Bacio" di Francesco Hayez, diventato immediatamente simbolo, come il "Nabucco" di Giuseppe Verdi e "I Promessi Sposi" di Alessandro Manzoni, di un Paese che stava per nascere. Manifesto del Risorgimento, con l'intrecciarsi nelle vesti dei tre colori della bandiera italiana (in alcune versioni uniti anche a quelli del tricolore dell'alleato francese). Ben oltre le intenzioni iniziali dell'autore, dettate soprattutto dal "calderone di impulsi ribollenti" di freudiana memoria cui l'ultrasessantenne pittore nato a Venezia, ma milanese per gli ultimi 60 anni di una lunghissima vita, soggiaceva, mentre lo dipingeva per la giovanissima amante Adele Appiani, nipote del celebre pittore neoclassico Andrea.
A lei fece dono della prima stesura del dipinto. La ragazza avidamente - insieme alla sorella e alla madre assillò quasi ricattatoriamente con continue richieste di denaro per anni l'ammogliato e sottaniere Hayez - lo rivendette subito, ma lo schivo conte Alfonso Maria Visconti di Saliceto ebbe il tempo di vederlo e di chiederne una nuova versione al maestro.
È questa, delle sei tra precedente e successive (una del 1861 fu venduta all'asta nel 2008 da Sotheby's per 780.450 sterline, oltre un milione di euro, a un collezionista tedesco), quella che da un secolo e mezzo si ammira in Brera, opera tra le più conosciute della pinacoteca. Oggi è posta in una posizione centrale all'interno della magnifica sala dell'800 italiano, supportata da alcuni tablet, che, con un bel realizzato percorso illustrativo, ne narrano la genesi, la simbologia e le varie versioni, esito della fama raggiunta fin dalla prima esposizione pubblica del 1859 nella stessa Accademia milanese. Tanto che un sua riproduzione è appesa alla povera parete della stanza della fanciulla di "Triste presentimento", bel quadro di Girolamo Induno del 1861.
Queste notizie e molte altre si trovano nell'agile volumetto appena edito da Skira, intitolato "Il "Bacio" di Hayez". La curatrice dell'800 a Brera Isabella Marelli vi analizza tutto il possibile sull'opera diventata una delle icone della città di Milano e uno dei quadri più noti di sempre. Un quadro da un lato partecipe alla costruzione di una storia dell'Italia condivisa e attuale, che permette di capire chi siamo e di costruire un futuro, dall'altro indicazione che il bacio è desiderio che spinge ad agire per dare un senso a ciò che siamo e che facciamo. Parafrasando Ovido, per dare la nostra risposta al tempo che tutto divora.

 

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