Sopra i boschi infuocati dall’autunno meranese, arroccato come una sentinella di pietra su uno sperone che domina la valle, Castel Tirolo continua a stagliarsi sul paesaggio con l’’imponenza di chi ha deciso i destini dell’Europa medievale. Questo maniero — cuore battente e snodo geopolitico imprescindibile tra il mondo germanico e la penisola italiana — custodisce tra le sue mura l’eco di una figura leggendaria e spietatamente calunniata: la duchessa Margarete di Tirolo-Gorizia. A restituirle carne, dignità e voce provvede Katia Tenti con il suo nuovo romanzo Mia signora di pietra e di vento, edito da Neri Pozza.
Nata a Bolzano, sociologa specializzata nello studio dei fenomeni di devianza sociale e già vincitrice del Premio ITAS del Libro di Montagna 2025, oltre che del Premio Biella Letteratura e Industria sempre nella sezione montagna, Tenti abbandona qui i binari ingessati della storiografia tradizionale.
La sua attenzione si posa su una sovrana del Trecento rimasta vittima di una delle più feroci campagne di screditamento mai orchestrate dal potere maschile.

Promessa sposa ad appena nove anni a un marito debole e violento, Giovanni Enrico di Lussemburgo, Margarete si ritrovò giovanissima sulle spalle l’eredità di una terra contesa dai giganti dell’epoca: i Wittelsbach, gli Asburgo e i Lussemburgo. L’ostinazione con cui cacciò il consorte inetto per riprendere il controllo del proprio destino e risposarsi con Ludovico di Baviera scatenò la ritorsione papale e una feroce damnatio memoriae: la storiografia l’ha bollata addirittura con il soprannome derisorio di Maultasch (“boccalarga” o “bocca a tasca”, ma fuori di metafora anche prostituta), tramandandola nei secoli come un mostro di bruttezza e lussuria.
Per scardinare questa narrazione tossica, l’autrice costruisce un’architettura a doppio registro temporale. Nel presente incontriamo Arianna Miele, antropologa brillante ma affettivamente incasinata, chiamata a Castel Tirolo per curare un’importante mostra sulla duchessa.
Il pretesto è il ritrovamento di un documento clamoroso: un editto medievale, attribuito alla stessa Margarete, che decreterebbe l’inviolabilità del corpo delle donne.
Intorno ad Arianna si muove un gruppo di ricerca sfaccettato e vivace: lo storico e paleografo Felix, con cui intraprende una relazione solo all’apparenza sana ed equilibrata; la rigorosa Anita, di poche parole ma sempre pronta ad anticipare ogni tipo di richiesta; il latin lover Tommaso, mente brillante talvolta creativa fino all’eccesso.
Su tutti loro capeggia Costanza, più politica che studiosa, donna dalle mille maschere, e tuttavia non priva della propria fragilità.
Uno dei nodi emotivi più riusciti del romanzo risiede nel rapporto quotidiano a tratti complicato tra Arianna e la figlia Barbara, una bambina di cinque anni che cresce senza un padre accanto. Durante i rituali della buonanotte, la madre traduce in favola la vita burrascosa di Margarete, spogliando così la figura storica dalla retorica accademica per regalarle un’empatia calda, umana e universale.
Questo confronto tra mamma e figlia diventa uno specchio in cui la ricerca dell’autodeterminazione e la cura genitoriale si compenetrano, mostrando come le sfide delle donne attraverso i secoli finiscano per assomigliarsi tutte.
Con uno stile tagliente, moderno e condito da una sottile vena di ironia, Katia Tenti evita con cura la trappola del femminismo di maniera. Le sue protagoniste non sono eroine impeccabili né sante laiche, bensì figure complesse, calate nell’imperfezione e costrette a destreggiarsi tra i compromessi della politica e della vita.
Dalle pagine affiora inoltre la centralità di un territorio — il Tirolo, la “Bella Terra” — che nel Trecento rappresentava il vero centro nevralgico dell’Europa, dove miniere ricche di giacimenti, dazi sui passaggi alpini e vigneti pregiati facevano gola all’intero continente.
“L’idea di scrivere questo romanzo è nata da un’immagine folgorante: il dipinto La Duchessa brutta di Quentin Massys del 1513”, rivela Katia Tenti nelle sue note d’autore. Ricordando inoltre: “se da un lato considero fondamentale attenermi ai fatti con rigore scientifico, dall’altro per questo libro è stato necessario deviare talvolta dalle cronache per offrire un romanzo, non un saggio accademico che appesantisse la lettura”.
L’operazione editoriale riabilita così la figura di Margarete al pari di altre grandi sovrane condannate a una visione distorta dalla storia, da Giovanna la Pazza a Giovanna II d’Angiò. Il risultato è un libro ben fatto che avvince chi ama la ricerca storica meticolosa, le dinamiche di potere e le narrazioni al femminile, confermando come tra le pietre di questo castello alpino batta ancora un cuore antico di sconcertante attualità.

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