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Culture
AntonellaLattanzi

 

L'INTERVISTA


In quest'intervista, pubblicata il 12 aprile 2010, Antonella Lattanzi raccontava ad Affaritaliani.it il suo primo libro e la sua idea di scrittura

 

L'ARCHIVIO

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antonella lattanzi einaudi devozione

LA TRAMA - Giovanni Cipriani era appena nato quando è sopravvissuto per miracolo al bombardamento di Bari del '43, ma quel disastro sembra avere lasciato in eredità alle sue figlie una specie di infezione che le ha danneggiate per sempre, votandole al tradimento. Diversissime, segnate da segreti che le rendono al tempo stesso complici e rivali, Angela e Michela si muovono tra una Bari che dietro l'apparente rinascita brucia come il suo Petruzzelli e una Roma sfibrata, divenuta temporaneo rifugio. La loro vita di ragazze - poi donne - è condizionata dall'attrito fra la bellezza di Angela e la timidezza aggressiva di Michela. Un conflitto che non si scioglie nemmeno quando la prima svanisce e l'altra assapora la possibilità di diventare padrona del campo.

L'AUTORE - Antonella Lattanzi è nata a Bari nel 1979. Vive a Roma. Per Einaudi Stile Libero ha eosrdito con Devozione (2010).

 

LEGGI SU AFFARITALIANI.IT UN ESTRATTO
(per gentile concessione di Einaudi)

(...)

Nell’ottobre ’91 Bari non era un posto per bambini. Ci vivevano un sacco di topini. Massimo diciassettenni, figli nipoti figliocci di mafiosi, i topini erano re. Se li guardavi, che cazzo guardi, ti gambizzavano, per poi ridere con gli amici strafatti di coca sugli scooter preparàti: «Uagliò, ca j’ tèng’ la ’uèrr’ ’n gààp’». Scrollata di spalle, risate grasse degli amici. Uno dei posti in cui c’erano piú topini per metro quadro in assoluto era Japigia. Japigia era come non fosse dentro Bari, un quartiere che per lungo tempo fu solo via Caldarola, uno stradone immerso in una campagna incolta e secca, diretto da una parte verso la città vera, dall’altra verso la tangenziale. Col tempo, sulle sponde di via Caldarola sarebbero fiorite case, casermoni, due chiese, un Ipercoop, un complesso scolastico polivalente, il Teatroteam e la Montagnola-di-Japigia (per il Comune: parco Ecopoli), una collinetta fatta di immondizia pressata e ricoperta di verde giustapposto che avrebbe mandato puzza per sempre appena si fosse alzato il vento: la piú grande discarica della Puglia. Sotto la vegetazione e le tonnellate di rifiuti, tumulato ma non proprio: l’amianto, grande amico di Japigia. La Montagnola si sarebbe lentamente sgretolata, ogni smottamento una flatulenza, magari radioattiva, giusto di fronte alle scuole superiori. In natura l’amianto è bianco, bruno o blu, assomiglia a un fiocco di neve con le spine lattee. Ma non era solo la Montagnola a sgretolarsi.

Tutta Japigia aveva questa mania. Ogni progetto, ogni palazzo, ogni cosa che non fosse un edificio commerciale: dopo poco si frantumava, o l’abbandonavano, o non la finivano. E contribuiva, certo, alla storia del quartiere; ma solo per farlo ancor piú squallido. Bisognoso di una scossa, di un aiuto, di una palma come quelle del centro, dove brulica la vita. Di un paio di parcheggi a pagamento poiché, anche Michela lo sapeva: se si paga allora vale. Invece no; Japigia negli anni avrebbe guadagnato gruppetti di prostitute. Quasi nude, mastodontiche, le prostitute japigiane sarebbero state per lo piú trans nigeriane. Si sarebbero sistemate tutte nello stesso punto, come se qualcuno avesse dipinto a terra una x da palcoscenico: sul ciglio della strada che porta in tangenziale, proprio davanti a una rotonda dove si rallenta per forza, senza nessun altro sfondo che l’asfalto, qualche albero malato, un palo della luce e, quando avrebbe fatto freddo, una tanica con dentro un po’ di carta incendiata, che fa il caldo. Michela era figlia di un dentista e un’impiegata di banca trasferiti a Japigia – precisamente in via Salapia – perché a Japigia c’è il sole, sorella minore di una ragazza che non avrebbe frequentato le scuole del suo quartiere neanche con una pistola puntata alla testa, amica del cuore di Marianna, una bambina di origine brindisina che, pure lei, a Japigia ci era capitata. Per cui nell’ottobre ’91, mentre i malavitosi japigiani battevano le strade del quartiere appollaiati su veri e propri cocchi, e mentre gli inquilini delle case popolari accanto a casa sua a ogni compleanno, onomastico, primo venerdí del mese, sparavano in cielo fuochi d’artificio che neanche la festa del tricolore, e mentre eroina, cocaina, fumo, armi, permessi, sigarette a Japigia si vendevano con nonchalance come Big Babol – nemmeno si può dire si spacciavano –, e mentre le case popolari di via Gentile bastava una folata di vento perché si sgretolassero e mostrassero impudiche le interiora, Michela, quasi undici anni, giocava a Gira la moda, frequentava il catechismo, scriveva il diario, cambiava ogni settembre cartella, astuccio e grembiulino; salvo schiantarsi contro il 26 ottobre di quell’anno.

Il 26 ottobre ’91 lo zio di Michela compiva quarant’anni. Per festeggiarlo, grandi inviti nella casa di via Salapia, in un plesso cinto di marrone arrugginito dal ridente nome di ricoveri (che, a leggerlo ogni volta che rientrava a casa, Michela si vedeva farsi strada in una massa di vecchi in una grande sala bianca, mobilio ospedaliero, sedie a rotelle, flebo, macchie scure sulle braccia). Oltre il recinto, un altro plesso di case, popolari però, mattoni nudi. Tutti da sempre le chiamavano le Ises. Attorno al tavolo del compleanno, i genitori di Michela, sua sorella, i nonni materni, zio Pasquale (il festeggiato, fratello di sua madre), zia Rachele (moglie di lui), e Michela giocavano a Sette e mezzo e al Mercante in fiera da tutto il pomeriggio. Erano giochi che le altre famiglie facevano a natale; loro sempre, pure il 15 di agosto: Sette e mezzo piaceva al nonno, il Mercante in fiera allo zio. Il nonno e lo zio erano maschi. Il nonno a Sette e mezzo era davvero un asso, Michela non poteva competere neanche da lontano. Lo zio invece no, in famiglia lo facevano vincere tutti, anche Michela; ma Michela era l’unica a non avere nemmeno undici anni. A forza di perdere al gioco, a un certo punto finalmente si alzò il buio. Col buio, il fumo. Ma lo zio voleva fare un’ultima partita. E pure se gli occhi di Michela cascavano per terra, quelli di Angelasenior mandavano bagliori nauseati, quelli di papà Gianni come uccelli sbattevano sulle pareti della stanza, quelli della nonna e della moglie dello zio erano già chiusi, poggiati assieme al corpo sul divano, quelli di Angelajunior erano ancora molto vispi, sí, ma spiritati, e quelli del nonno fremevano per una partita a Sette e mezzo, un’altra ancora, un’ultima: nessuno di loro si accorse della puzza di bruciato che già riempiva tutta Bari. Nemmeno se ne accorsero, della puzza, del fumo, quando la nonna d’un tratto saltò su e fischiò: – Stellefilàa- nti! – Che era la sua fisima, come quella dello zio era il Mercante. Nemmeno se ne accorsero, del fumo, della puzza, quando Angelasenior, al suono della voce della madre, scattò sull’attenti e andò in camera da letto a prendere le stelle. E papà si trascinò sino al frigorifero, nella cucina gialla col pavimento sbrecciato, pure giallo, e tornò indietro con lo spumante, il Brachetto, ché in casa Cipriani solo Brachetto si beve, è l’unico buono dicono, ma a Michela ricordava un cane e basta. E portarono la torta, e cantarono tanti auguri, e brindarono e lo spumante tracimò dalla bottiglia e ridendo intinsero gli indici nella tovaglia e si picchiettarono le orecchie, perché portava bene. Poi, accesero le stelle, cosí belle nel loro corpo di ferro sottilissimo e la testa sempre in procinto di diventare fuoco.

(continua in libreria...)

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