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Culture

 

 

artedossier

di Fabio Isman

 

Racconta il ministro dei Beni culturali Massimo Bray: «Appena sono arrivato, ho trovato ottomila bollette di utenze non pagate, per circa 40 milioni di euro»; cioè, oltre la metà della somma di cui, in un intero anno, il dicastero dispone per la tutela di tutti i beni storico-artistici in Italia. E con un piccolo esempio, fotografa lo stato di assoluto sfascio in cui è ridotto il ministero, mai così malmesso da quando è nato, nel 1974 per volere di Giovanni Spadolini. Si è fatto un grande parlare di Pompei, anche per l’altolà imposto dall’Unesco: o entro dicembre il luogo diverrà “vivibile”, o dalla lista mondiale del patrimonio da salvare passerà a quella del patrimonio in pericolo. Ma Pompei, per la quale l’Unione europea ha stanziato 105 milioni di euro, è soltanto il caso più eclatante di un grave malanno, più vasto e generalizzato, le cui radici affondano abbastanza indietro nel tempo. Ora, il ministro provvederà con un direttore generale e una struttura ad hoc: speriamo.

Il “museo diffuso” che l’Italia è, il più grande a cielo aperto nel mondo, perde i suoi pezzi. L’antica virtù della manutenzione, come la chiama uno studioso dei più attenti, Bruno Toscano, si è ormai irrimediabilmente perduta. Bella forza: i fondi per la tutela, a disposizione dello Stato, dal 2008 si sono ridotti del 58,2%; e in quasi dieci anni, dal 2004, addirittura di 76 punti percentuali. Perché pagano lo scotto della continua emorragia di risorse che, da almeno otto anni, attanaglia il ministero: tra le sue spese, parecchie non sono comprimibili, quindi vanno ridotte quelle su cui si può agire. E in sei anni, il dicastero ha perduto un quarto della dotazione annuale in cifra fissa, cioè senza valutare l’aumento dei costi. Percentualmente, nessun altro ministero ha subito analoghe riduzioni. I Beni culturali sono tornati a essere quelli della Prima repubblica (ammesso che, dopo, ne sia sorta una seconda), in cui, nella ripartizione del potere tra i governi di coalizione, gli spettava l’ultimo dei resti, come prescriveva il cosiddetto «manuale Cencelli»(1). Era il fanalino di coda; l’assoluta Cenerentola. Così, i Beni culturali si sono meritati, al vertice, personaggi assolutamente preclari, quali, per non fare nomi, Vincenza Bono Parrino, o Ferdinando Facchiano. È tornato a quel livello anche nella ripartizione dei fondi: era riuscito a strappare un pur misero 0,36% del bilancio statale (era l’ultimo in Europa, e ultimo resta), è regredito allo 0,19%. Come negli anni Ottanta: quando i musei erano chiusi, o assai poco aperti. Per una graduatoria, siamo l’ultimo tra trenta paesi considerati: assai lontani anche dalla Lituania, Estonia, Repubblica Ceca, Cipro. Roberto Grossi, segretario generale di Federculture, sintetizza: «In Francia, il Beaubourg riceve risorse pubbliche per 75 milioni di euro: il doppio di tutti i ventisei musei pubblici di arte contemporanea della penisola; nel cinema, Parigi investe 750 milioni di euro, contro i nostri circa 48 nel 2011».

Se finanziariamente è una “débâcle”, per quanto riguarda il personale non è che vada certamente meglio. Dice Luigi Malnati, direttore generale per le antichità del Ministero per i beni e le attività culturali: «È tale la carenza di dirigenti, che devo lasciare scoperte le soprintendenze dell’Abruzzo, delle Marche, del Molise e di Sassari, nonché il Museo nazionale d’arte orientale Giuseppe Tucci di Roma. Tra breve, altri uffici ancora, e il servizio più importante della mia direzione». Mancano però anche un terzo dei custodi, e parecchie figure intermedie. Il turnover è bloccato da tempo, e l’età media dei dipendenti (che restano) è più prossima ai sessant’anni che ai cinquanta. Non esiste più nemmeno la banale, ma essenziale, trasmissione dei saperi. In organico esistono trecentoquarantatre archeologi: però le aree antiche e i monumenti di loro competenza sono settecento, più altri milletrecento su cui vigilare; invece, gli storici dell’arte sono rimasti quattrocentocinquantatre: devono occuparsi, tra l’altro, di duecento musei statali, più centododici monumenti aperti al pubblico e circa quattromila istituti non statali sottoposti al loro controllo.

Non si svolgono più concorsi da decenni. Per la riduzione del personale, c’è chi, come l’Istituto centrale per il catalogo e la documentazione, ha ridotto i servizi al pubblico: nel 2007, contava su novanta persone, oggi su quarantatre. Qualcuno fa i conti: se non cambia qualcosa, tra non molti anni andrà in pensione anche l’ultimo dipendente, e si dovrà portare via la chiave dell’istituto. Roberto Cecchi, già segretario generale del dicastero e sottosegretario, spiega: «La Biblioteca nazionale centrale di Firenze conta su centoventicinque persone, ma entro due o tre anni, con i pensionamenti, arriverà a venticinque, o trenta. Questo significa inevitabilmente la sua chiusura».

Eppure, per i cittadini i Beni culturali, almeno a parole, contano moltissimo. Da una recente indagine del Censis(2), veniamo a sapere che il 41,3% degli abitanti ritiene le bellezze dell’Italia «il punto da cui ripartire per rilanciare il Paese»; il 27% le considera «la nostra forza e identità nazionale»; il 41,3 pensa che «siamo il paese più bello al mondo». La bellezza produce un valore aggiunto di 74,2 miliardi di euro: è un settore che dà lavoro a 1 milione e 370mila persone. Pesa per il 5,4% sulla produzione di ricchezza dello Stivale. Secondo altri(3), da noi la cultura porta allo Stato 39,7 miliardi di euro, ma dallo Stato ne riceve soltanto 1,8. Anche qui, Francia, Regno Unito, Germania e Spagna fanno molto di più. E nonostante le belle parole, non è che il contributo dei privati al sostentamento del patrimonio culturale sia eccezionale: nel 2011, 30 milioni di «erogazioni liberali» (il costo di nemmeno cinquecento auto di lusso); e le stesse sponsorizzazioni, peraltro rivolte soprattutto allo spettacolo, sono in sensibile calo: 40 punti percentuali in quattro anni, forse per via della crisi.

Da un lato, alcuni indici denotano una cattiva propensione; ma dall’altro, c’è anche l’incapacità del ministero di erogare il poco che riceve. Sia pur in un paese che (spiega il ministro per gli Affari esteri Enzo Moavero Milanesi) non spende il 60% dei fondi europei che gli spetterebbero, hanno ripreso la via di Bruxelles un miliardo e mezzo di euro: quelli destinati al “Programma Attrattori Culturali 2007-2013”, e mai impegnati; altri due, starebbero per imitarli. E se a Pompei ci sono centotrentotto custodi (per 640mila metri quadrati), ne servirebbero trecentottanta, almeno secondo i sindacati, per vigilare su «millecinquecento strutture, dodicimila metri quadrati di mosaici e diciottomila di affreschi». Chi va in visita, s’imbatte ogni giorno nella lista imbarazzante di cinquanta “domus” (su settantatre) chiuse; «[la lista] cambia ogni giorno, a seconda della disponibilità del personale», avvertono; però ventisei case sono inagibili per i restauri e almeno altre ventiquattro perché mancano i custodi.

Questo non toglie che, nei recenti periodi in cui gli scavi sono stati affidati a dei commissari, tante inchieste abbiano elencato spese perlomeno opinabili. Si va da «60mila euro per una visita del presidente del Consiglio», 11mila per pulire «le aree di visita del presidente», e quasi 10mila per «l’accoglienza» (ma poi la visita non c’è stata), a 10mila per rimuovere venti pali della luce, 100mila per potenziare l’illuminazione delle strade esterne, quasi 100mila per rifare le transenne, e altrettanti per installare planofoni (diffondono il suono), quasi 230mila per un paio di progetti dai nomi almeno singolari. E poi, c’è tutto il resto: dopo due anni di infiniti contenziosi, stanno forse finalmente partendo i restauri del Colosseo, per il quale uno sponsor (Diego Della Valle, Tods) si è offerto; i bandi per i servizi aggiuntivi nei musei sono stati quasi tutti annullati dalla magistratura: ultimo, a Roma, quello per il Vittoriano. Insomma, e non soltanto per i bandi annullati, il ministero riparte proprio da zero. Ma riuscirà a ripartire? 

 

(1) Massimiliano Cencelli era segretario del democristiano Adolfo Sarti, a sua volta ripetutamente sottosegretario dal 1966, e sei volte ministro a partire dal 1974, fino a quando nel 1981, essendolo di Grazia e Giustizia, il suo nome compare in una domanda di iscrizione alla loggia P2 di Licio Gelli del 1978, e la sua carriera politica si conclude.

(2) Fondazione Censis, La ricchezza della bellezza, indagine luglio 2012.

(3) Appendice, Dati sull’economia della cultura in Italia e in Europa, a cura di F. Palacino, in P. Folena, Il potere dell’arte, Roma 2013.

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