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Culture

 

L'APPUNTAMENTO DI VENERDI' 6 SETTEMBRE AL FESTIVALETTERATURA 

Will Self sarà presente a Mantova con un evento dal titolo Psycowriting (21.15, Palazzo D'Arco, ingresso 5 euro) Con l'autore dialogherà Peter Florence

 

 

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WillSelf

 

LA TRAMA DI "OMBRELLO" - Nel 1971 lo psichiatra anticonformista Zack Busner – alle prese con una crisi coniugale e lavorativa – approda al Friern, un immenso manicomio alla periferia di Londra. Tutte le sue certezze vengono messe in discussione da Audrey Death, nata nel 1890 e internata nell’istituto da ormai cinquant’anni: osservandone i tic ossessivi alternati a uno stato catatonico, e studiando la sua complessa cartella clinica, scopre che la donna è affetta da encefalite letargica. Grazie alla somministrazione sperimentale dell’l-dopa, riuscirà a risvegliarla e a farsi raccontare la sua storia: il lavoro all’Arsenale durante la corsa agli armamenti di inizio Novecento, l’impegno nella lotta per l’emancipazione femminile, il rapporto con due fratelli molto diversi fra loro, l’emotivo Stanley e l’arrivista Albert. Ombrello getta la propria luce su oltre un secolo, muovendosi tra diversi piani temporali: dalla giovinezza di Audrey a Fulham, all’esperienza di Stanley nelle trincee della Prima guerra mondiale, dal lavoro di Busner al Friern, alla sua vecchiaia nel 2010. Il flusso di coscienza che si dipana attraverso questi diversi punti di vista dà vita a un intreccio corale dove le storie individuali dialogano con la grande Storia, mentre sono le relazioni umane a definire il concetto di tempo.

L'AUTORE - Will Self nato a Londra nel 1961, è scrittore e giornalista. Collabora con l’Independent, per il quale cura la rubrica «Psychogeography». In Italia sono stati pubblicati i suoi: Misto maschio, Grandi scimmie, Dorian, Una sfortunata mattina di mezza estate (vincitore del Bollinger Everyman Wodehouse Prize per la letteratura umoristica nel 2008), Cordiali saluti da un mondo insano, Dr. Mukti e altre sventure e la guida narrativa London. Appunti da una metropoli. Con Ombrello è stato finalista al Man Booker Prize 2012. Vive a South London.

OMBRELLO

LEGGI SU AFFARITALIANI.IT UN ESTRATTO (pp. 271-273) DA "OMBRELLO"
(per gentile concessione di Isbn edizioni)

«A Clapham Common, oppressa dal peso della terra sopra di lei – tanto da sentirsela dentro, insieme alle fogne e ai tubi del gas – aveva aperto lo sportello scivolando velocissima su per la scala mobile e con la bocca istericamente spalancata era riemersa nel vento e nel sole, dritta in braccio alle moine di due perfidi venditori di erica che, piazzati ai lati dell’ingresso della metropolitana, tormentavano tutti con i loro crudeli ramoscelli. — Poi ecco il dilemma: era il caso o no di provare a chiudere l’ombrello da passeggio per signore marca Ince ricevuto in regalo dal signor Thomas quando aveva ripreso a lavorare in ditta, i cui ferri si piegavano con scomposta vitalità per gli strattoni delle raffiche di vento sul loro rivestimento in seta lucida? Sentiva di non poter contare sull’agilità delle sue dita per avvolgere la fascetta di stoffa e inserire il bottone nell’asola rigida – questo esercizio di cucito è troppo per me. L’alternativa – aprire l’ombrello e poggiare la canna sulla spalla con finta nonchalance – era una possibilità non meno remota. Le dita le erano partite per chissà dove, le mani ancora più irreperibili, disperse. Cartocci di giornale e fiori d’erica volteggiavano sul selciato, degli storni veleggiavano nel cielo – Audrey non riusciva a valutare la forza del vento, né come fosse possibile che cambiasse continuamente direzione, infuriando ininterrottamente attraverso di lei, fischiandole in bocca, nel naso, nelle orecchie, nella vagina. — Quel giorno si era svegliata sentendosi tagliata fuori: ascoltava Gracie aggirarsi per casa, il toc! mentre svuotava la ciotola con le foglie di tè usate, l’irresistibile raaaaschio mentre svitava il tappo dal barattolo per prenderne di nuove. Le era venuta un’ansia tremenda: stava per succedere qualcosa, un fatto grave, anzi drammatico… Sulla lingua la sensazione di due brufoli, grossi, sul labbro superiore. Non era una rivoluzione – come invece lo erano i duecentomila lavoratori in sciopero che si ribellavano e si univano alla Lega spartachista – ma un opprimente cambiamento nelle regole fondamentali del suo essere: nel suo modo di vedere, respirare, muoversi, sognare. Si era aggrappata alle sbarre del letto, le mani contorte e lacerate dal ferro, si era inarcata all’indietro verso l’acquarello da due soldi, era rimasta lì sotto le pale e quelle… giravano. Le era scappato un gemito e Gracie era venuta subito da lei, rompendo col suo tocco fresco l’incantesimo di quel delirio febbrile. Gracie le aveva portato la tazza alle labbra… forte, dolce… Che buono, aveva detto Audrey. Gracie l’aveva aiutata ad alzarsi e vestirsi. Era tornata a lavorare da Ince da tre settimane e già si sentiva sopraffatta dalla fatica: la spocchia di Appleby – che prima della guerra, se non condivisibile, si poteva almeno sopportare – era diventata insostenibile. I dispersi ancora marcivano nel fango – i loro commilitoni, dopo avere ricacciato i crucchi nel loro buco, erano una spruzzata di kaki sulla nuda terra autunnale… Quel perfido questionare di Appleby, quel suo battere sempre sul tasto delle tradizioni della ditta, con le setole suine sulla pellaccia del collo… ma perché non è morto? Mentre Audrey lavorava all’Arsenale, lui aveva installato un capiente portaombrelli, il suo unico sforzo di modernizzazione, e lo pubblicizzava di continuo – i fattorini già ce n’avevan’abbastanza – tirandone fuori prima un modello, poi un altro, aprendo un Paragon originale affinché ne ammirasse la resistenza e l’elasticità dello scheletro in osso di balena – che schifo, questa bocca di balena che si apre e si chiude: un leviatano intento a cibarsi del cuore marcio della City mentre si dimena sulla fetida montagna dei rifiuti dell’alta e della bassa finanza. Appleby le mostrava il prototipo di un ombrello asimmetrico a canna angolata, che riparava dalla pioggia anche quando veniva tenuto di sbieco. Mentre lui si aggirava nervoso per la soffitta curvandosi sotto l’intelaiatura, Audrey teneva lo sguardo fisso sulle travi preistoriche che correvano sopra la sua nuovissima macchina da scrivere Underwood – riusciva a muovere solo gli occhi passo passo, mentre batteva solchi e scanalature, poi li rialzava e li muoveva ancora passo passo, da un solco a una scanalatura… Tutto il resto di lei era mostruosamente pesante, pesantissimo… chissà perché non sfondava il pavimento, chissà perché non precipitava giù sulle pile di scatole del magazzino della fabbrica di scarpe Treadwell Boot Company, E la strada ti sorride… Gracie le aveva detto: Meglio se resti a casa, ma Audrey aveva risposto decisa: Non ce lo possiamo permettere. Appleby tirava fuori altri prototipi – un ombrello con una lamina di mica sulla copertura, da cui si poteva lanciare un’occhiata al mondo ubriaco di pioggia. Poi il Paragon Optimus, con il suo scheletro automatico brevettato: tirando una semplice leva, la matassa setosa ben arrotolata si dispiegava come un telescopio. Compatto, spiegava Appleby districando le stecche una per una, Ma purtroppo ancora inefficiente. Successivamente aveva drizzato anche l’ombrello quadrato, appoggiandolo per terra e dilungandosi sui suoi meriti architettonici, sulla sua adeguatezza alla metropoli moderna per il fatto di essere praticamente un tetto di tegole portatile in miniatura. Poi c’erano svariati altri ombrelli equipaggiati con salvagoccia – grondaie spugnose che avvolgevano il bordo della copertura e che, confluendo in una canalina di scolo attaccata alla canna, svolgevano un’azione capillare di raccolta e deflusso dell’acqua… LA DONNA MODERNA LO SA, le nostre salviettine igieniche compresse sono lunghe pochi pollici e vengono distribuite in comode confezioni argentate, che si possono infilare nel grembiule protettivo Southall per poi sparare! Perché era sangue, sangue… sangue dappertutto.»

(continua in libreria)

Tags:
will selfombrelloisbn edizioni
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