di Alberto Foà
Sanremo è iniziato e finito per la 63ma volta. Nel mezzo è passato, nel senso di trascorso, senza colpo ferire ma con alcuni spunti davvero degni di nota e con molte persone che l’hanno guardato (magari non ascoltato, ma visto di sicuro) alla tv. In coda, ecco le tradizionali pagelle ma, prima una domanda, suggeritemi da un’amica: com’è che, immancabilmente da 63 anni, al momento delle foto di rito le alette del trofeo riservato ai vincitori si chiudono di scatto? Delle due l’una, o si trova un involucro più affidabile o si consegna direttamente la palma ai cantanti, tanto, la confezione, è un pacco.
Promossi a pieni voti, per quanto riguarda la musica, Bollani, Daniel Harding, Bocelli e Anthony più, tra le canzoni in gara, quella di Elio e le Storie Tese, quella di Raphael Gualazzi e due o tre di quelle della categoria giovani, cominciando, qui sì, dalla trionfatrice “Mi servirebbe sapere”, interpretata da un Antonio Maggio (perdonate il mio essere di parte ma si tratta di un amico, un compagno di progetti e di avventure ippico- benefiche) semplicemente perfetto nelle esecuzioni. Più che decoroso anche il brano di Mengoni (forse troppo cantautoriale per lui, comunque bravissimo e soprattutto capace di risparmiare a Elio l’imbarazzo del successo e a noi quello del successo dei Modà) e, a proposito di cantautori, convincenti Silvestri, Cristicchi e Gazzè. Dice: ma perché ce l’hai tanto con i Modà? Bene, cioè male, perché io non ce l’ho affatto con i Modà, al massimo – cioè al minimo – mi chiedo come facciano ad avere successo viste le cose molto retoriche che scrivono e il modo insopportabile in cui le urlano o meglio, cioè peggio, le cantano urlando.
Tra i bocciati, tocca inserire Maria Nazionale, che ha cantato nella lingua più internazionale del mondo – il napoletano – una versione partenopea e parte no di My Way senza che nemmeno un solo critico la stanasse, tanto è passata distante dal fascino magnetico di Frank Sinatra; e poi Simona Molinari (una delle più eleganti) e ancora le due figlie di talent, ovvero la patavina Chiara e la rossa Annalisa, la prima meno mobile di una quercia e la seconda meno sensuale (della quercia, mica di Chiara)… Sospeso il giudizio sui cosiddetti interventi comici, non fosse altro perché l’Inter di ieri sarebbe stata molto meno cosiddetta e assai più comica e accennato alla bellezza di Bar Rafaeli, alla lettera di Baggio e alla gaffe sui meteoriti di Roberto Giacotto, resta da dire – cioè scrivere – dei conduttori.
Bene, cioè male, perché Fazio ha fatto il Fazio, sempre buono con tutti e come quasi sempre neutro più di un sapone, anche se con meno bollicine mentre Lucianina Littizzetto, acclamata dalla stampa e dall’universo mondo ma in realtà ancor meno ricca di sorprese del povero Fabio avendo replicato su larga scala (a proposito, la scala messa all’Ariston era davvero improponibile, da scendere come da guardare) lo stile – più gratuito che volgare ma stavolta nient’affatto gratuito, dati i 300mila euro presi – di “Che tempo che fa”… A dirla tutta, in tema di sorprese, le uniche delle cinque giornate dell’Ariston le ho vissute fuori dall’Ariston: dentro, il “musetto” da “ingegnere partito” della mia Milady su quel treno prima di Rogoredo e, fuori, il “juke- box umano” letteralmente inventato dal bookmaker Paddy Power, proprio fuori dall’Ariston stesso.
Una scommessa vincente, un modo originale di proporsi a pochi metri dal tempio della tradizione nazional popolare, quella di Paddy Power, che attraverso tweet e social forum ha in un sol tempo raccolto i desiderata di clienti e passanti e dall’altro, grazie alla disponibilità di alcuni cantanti appositamente ingaggiati proposto “a gentile richiesta” i brani più importanti della storia di Sanremo; nel bene e nel male, ora cercando di imitare l’inimitabile Vasco di Vita Spericolata e ora facendo il verso a Zucchero quando tentava di imitare Joe Cocker prima di scoprire che si poteva copiare anche da tanti altri. La pazza idea di Paddy Power ha poi generato un pensiero stupendo: sostituire il truffaldino televoto del Festival con una raccolta di voti – certamente più controllabile e molto più rappresentativa – via Internet.
Ci guadagnerebbero tutti: Sanremo e la Rai in credibilità, artisti, discografici e puntatori in garanzie, i votanti nella gratuità del voto stesso. Quasi tutti: a rimetterci sarebbero le compagnie – telefoniche e di servizi – che, a furia di un euro a voto, incassano più che la Sipra dalla pubblicità. Bene, cioè male, perché al Festival comandano loro. Tanto che sono pronto a scommettere – su Paddy Power naturalmente – che anche l’anno prossimo sarà così: la giuria avanti a colpi di teletruffy e le alette dei premi a sbattere in premiazione, sul più bello delle foto di rito…
