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RFI, 1,75 milioni di multa per il caos di Termini: quando il servizio riparte ma la fiducia resta ferma

The Trust Papers,il progetto editoriale di Enea Angelo Trevisan, osserva come nasce, cresce, si rompe e si ricostruisce la fiducia nelle persone, nelle imprese e nelle istituzioni. Ogni editoriale parte da un fatto reale per cercare una domanda che resti anche quando la cronaca sarà finita. La domanda di questa settimana: dopo un errore, che cosa dobbiamo vedere cambiare per poterci fidare di nuovo?

RFI, 1,75 milioni di multa per il caos di Termini: quando il servizio riparte ma la fiducia resta ferma

La sanzione per il blackout del 2024 a Roma Termini riapre una domanda che supera le ferrovie: riparare un servizio basta a ricostruire la fiducia? Gli interventi correttivi contano, ma il ritorno alla normalità non è uguale per tutti.

La volta successiva, magari, si sceglie un treno prima. Si lascia più tempo tra l’arrivo e l’appuntamento, si cerca una soluzione alternativa, si controlla il telefono qualche volta in più. Dopo un viaggio saltato, la prudenza può entrare nelle nostre abitudini senza fare rumore. Il servizio è tornato disponibile. Noi, però, abbiamo cambiato il modo di usarlo.

La sanzione da 1,75 milioni di euro inflitta a Rete Ferroviaria Italiana dall’Autorità di regolazione dei trasporti riporta l’attenzione su questa distanza. La delibera, adottata il 3 settembre 2026 e pubblicata il 4, riguarda il blackout del 2 ottobre 2024 nel nodo di Roma Termini, che provocò pesanti ripercussioni sulla circolazione ferroviaria nazionale.

Secondo l’Autorità, il problema non si esaurì nel danneggiamento di un cavo durante lavori notturni: pesarono anche carenze negli allarmi, nei sistemi di riserva e nella gestione dell’anomalia. RFI ha ribadito di essere intervenuta tempestivamente per ripristinare la circolazione e ha ricondotto l’origine dell’accaduto all’operato di un’impresa esterna. Il provvedimento amministrativo è impugnabile. Sono posizioni da distinguere, senza trasformare un editoriale in un processo parallelo.

Dentro questa vicenda c’è, tuttavia, una domanda che non riguarda soltanto le ferrovie. Quando qualcosa torna a funzionare, che cosa ci permette di tornare a fidarci?

Il servizio riparte. E le persone?

Per chi gestisce un’infrastruttura, ripristinare il funzionamento è la prima urgenza. Per chi è rimasto a piedi, l’esperienza può avere tempi diversi. Il guasto finisce, ma l’appuntamento perduto non torna indietro. E il ricordo di quella giornata può accompagnare anche un viaggio perfettamente regolare, molto tempo dopo.

La delibera non misura la fiducia dei passeggeri. Non possiamo dedurne che tutti l’abbiano perduta, né quanto. Ci consente però di osservare una differenza: la conclusione di un’emergenza tecnica non coincide necessariamente con la conclusione dell’incertezza di chi l’ha subita.

È una distinzione che può riguardare un’azienda che manca una consegna, un professionista che trascura un incarico, una persona che non mantiene un impegno. Sistemare il danno è necessario. Ma chi torna ad affidarsi non sta decidendo soltanto se il passato sia stato riparato. Sta valutando quanto possa contare sull’altro in futuro.

Si può persino continuare a usare un servizio senza avere recuperato la stessa fiducia. Per necessità, per convenienza, perché le alternative sono poche. Un altro biglietto acquistato dimostra che una persona viaggia ancora. Non basta a dirci con quale tranquillità lo faccia. Confondere il ritorno dell’utente con il ritorno della fiducia renderebbe invisibile proprio ciò che dovrebbe essere ricostruito.

Che cosa cambia dopo un errore

Nella decisione dell’Autorità c’è un passaggio che merita attenzione quanto la multa. Il provvedimento riconosce che RFI ha successivamente rafforzato gli allarmi e introdotto nuove verifiche sul posto, anche in assenza di ulteriori segnalazioni. Questi interventi sono stati considerati nella riduzione di 250 mila euro dell’importo di partenza della sanzione.

Non è un’assoluzione delle carenze accertate. E non è una garanzia contro ogni futuro guasto. Ma sarebbe altrettanto scorretto ignorare gli interventi correttivi: chiedere a qualcuno di cambiare e poi considerare irrilevante qualsiasi cambiamento renderebbe impossibile ogni ricostruzione.

È questo il punto che mi interessa. Riparare può significare riportare un sistema nella condizione precedente. Cambiare significa domandarsi se proprio quella condizione avesse lasciato spazio al problema. Nel primo caso torna ciò che c’era. Nel secondo dovrebbe esserci qualcosa che prima mancava: un controllo, una responsabilità più chiara, un modo diverso di accorgersi che qualcosa non va.

Non è soltanto una questione tecnica. Se un collaboratore dimentica una scadenza, possiamo apprezzare che recuperi il lavoro durante il fine settimana. Ma per affidargli il progetto successivo vorremmo capire se dovremo ricordargli noi ogni passaggio o se abbia trovato un modo per evitare la stessa dimenticanza. Lo sforzo ripara l’episodio. Il cambiamento può darci una ragione per affidare ancora.

La promessa che non accadrà mai più può rassicurare sul momento. È anche una promessa molto difficile da sostenere. Mi sembrerebbe più credibile poter comprendere che cosa è stato modificato, come viene verificato e quali limiti restano. Non per diventare tutti tecnici ferroviari, ma per distinguere un miglioramento da una rassicurazione.

Una fiducia diversa da quella di prima

C’è un’obiezione che non possiamo evitare. Le infrastrutture complesse possono guastarsi anche quando sono gestite seriamente. Pretendere l’assenza assoluta di errori significherebbe porre una condizione che nessun sistema umano può garantire. Questo non attenua le responsabilità accertate nel caso concreto. Impedisce, piuttosto, di confondere l’affidabilità con l’infallibilità.

Esiste anche una responsabilità di chi osserva. Se ricordassimo ogni errore e ignorassimo ogni correzione, non lasceremmo alcuna possibilità di recupero. Se invece accettassimo ogni annuncio di miglioramento come prova sufficiente, rinunceremmo a imparare dall’esperienza. Tra queste due posizioni c’è uno spazio meno comodo: riconoscere ciò che cambia, senza smettere di verificarne gli effetti.

Non significa chiedere al viaggiatore di controllare personalmente gli impianti. Sarebbe assurdo: ci affidiamo a organizzazioni specializzate proprio perché non possiamo farlo. Significa poter contare su controlli competenti, spiegazioni comprensibili e comportamenti che restino coerenti anche quando l’attenzione pubblica si sposta altrove.

Neppure questo produce fiducia a comando. Si può aver fatto tutto ciò che era necessario e incontrare ancora diffidenza. Chi ha subito un danno non deve sentirsi obbligato a voltare pagina alla stessa velocità di chi lo ha riparato. La fiducia, quando ritorna, può aver bisogno di esperienze successive che rendano credibile il cambiamento.

Forse non torna nemmeno identica a prima. Può essere meno spontanea e più consapevole: non dimentica che qualcosa si è rotto, ma trova ragioni per non considerare inevitabile che tutto si ripeta. Non sarebbe necessariamente una fiducia minore. Sarebbe una fiducia che ha attraversato un’esperienza e ha trovato qualcosa su cui ricominciare.

Per questo, leggendo la decisione su Termini, non mi fermerei soltanto alla cifra della sanzione. Mi fermerei anche a quel passaggio sulle correzioni. Il passato deve essere accertato; ma è ciò che ne viene fatto a poter cambiare il prossimo affidamento.

La persona che sceglie il treno precedente potrebbe continuare a farlo ancora per un po’. Non le si può chiedere di dimenticare il viaggio perduto. Ma che cosa dovrebbe poter osservare, nel tempo, per cominciare a organizzare il prossimo viaggio intorno a ciò che vuole fare, e non soltanto a ciò che teme possa accadere?