AI, tra la bolla e la fine del mondo c’è la realtà
C’è qualcosa di stancante nel modo in cui oggi parliamo di intelligenza artificiale. Non tanto nella tecnologia, che continua a correre a una velocità impressionante, quanto nella necessità di raccontarla sempre attraverso gli estremi. Da una parte la bolla, il castello di aspettative destinato a crollare, la grande illusione finanziaria.
Dall’altra la fine del lavoro, le macchine fuori controllo, l’umanità consegnata a un’intelligenza che un giorno potrebbe decidere di farci fuori. In mezzo, come spesso accade, ci sarebbe la realtà, che però fa molto meno rumore.
Sulla presunta bolla abbiamo già scritto più volte e continuiamo a non vederla, almeno nei termini apocalittici con cui viene raccontata. I fondamentali di molte aziende del settore sono solidi, gli investimenti hanno una logica industriale e le applicazioni concrete aumentano. Questo non significa che ogni valutazione sia giustificata o che i titoli possano crescere all’infinito, dopo rialzi in borsa del 100, 200 o 300 per cento, anche in pochi mesi, una correzione é fisiologica.
Ma una correzione non è necessariamente una bolla che scoppia. È curioso, allora, che contestualmente a una presunta bolla, i protagonisti del settore ci avvertano che quella tecnologia potrebbe diventare talmente potente da sfuggire al controllo dell’uomo con conseguenze catastrofiche (altro che bolla!).
La verità è probabilmente più semplice, l’intelligenza artificiale è una tecnologia potentissima, con enormi possibilità e rischi reali. Ma tra riconoscere un rischio e trasformarlo in una profezia apocalittica c’è una bella differenza. C’è poi una cosa che tendiamo a dimenticare: l’intelligenza artificiale l’abbiamo costruita noi. L’uomo ha inventato la bomba atomica, ha costruito armi sempre più sofisticate, ha prodotto guerre e distruzioni su scala industriale.
Il problema, quindi, non è soltanto quello che una tecnologia può fare, ma quello che noi decidiamo di farle fare. Se un giorno affideremo a una macchina una decisione che dovrebbe spettare a un essere umano, non sarà stata la macchina a conquistare il potere ma saremo stati noi a consegnarglielo. E’ qui che nasce la domanda sulla regolamentazione.
Davvero devono essere, come hanno fatto, i padroni dell’intelligenza artificiale a stabilire da soli le regole dell’intelligenza artificiale? L’autoregolamentazione può avere una sua logica, soprattutto sui temi tecnici, ma è difficile non vedere l’incongruenza di affidare proprio ai protagonisti di questa trasformazione il compito di stabilirne i limiti. Poi c’è anche un interrogativo economico, chiedere maggiore prudenza potrebbe essere, almeno in parte, un modo per preparare il mercato a una fase diversa.
Perché è normale che dopo una crescita straordinaria arrivino tassi di crescita più fisiologici, nessun settore può crescere per sempre del 100 o del 200 per cento ogni trimestre. La regolamentazione vera, però, deve spettare alle istituzioni, necessariamente oltre i confini nazionali, ma è qui che cominciano le difficoltà. Se è già complicato armonizzare il fisco tra paesi persino della stessa Unione Europea, immaginiamo quanto sia difficile regolamentare una tecnologia con una filiera mondiale fatta di chip, data center, cloud, ricerca, capitali e applicazioni che attraversano continuamente i confini.
Mentre noi discutiamo di come governare ciò che esiste sulla terra, l’industria guarda già a infrastrutture di calcolo nello spazio e, in prospettiva, sulla Luna con aziende come SpaceX. Intanto, alcune professioni saranno trasformate, alcune attività sostituite, altre ne nasceranno e milioni di persone dovranno aggiornare le proprie competenze.
Non è la prima volta, è successo con l’industrializzazione, con l’automazione, con l’informatica e con la globalizzazione. Ogni volta il lavoro è cambiato, non sempre in meglio per tutti, ma ogni trasformazione non ha prodotto la catastrofe che qualcuno aveva previsto. La storia è molto più complicata, ma forse anche più incoraggiante.
Il vero problema non è decidere oggi se l’intelligenza artificiale sarà la nostra salvezza o la nostra rovina, ma capire come accompagnare il cambiamento, distribuire i benefici della produttività, proteggere chi rischia di rimanere indietro e soprattutto dare ai giovani la possibilità di entrare nel futuro invece di guardarlo arrivare dalla finestra. Forse dovremmo recuperare una parola diventata quasi fuori moda: fiducia.
Non quella ingenua di chi pensa che ogni innovazione sia buona per definizione e nemmeno il pessimismo professionale di chi deve trasformare ogni novità in una minaccia esistenziale per ottenere qualche clic in più. Non abbiamo bisogno di profeti della catastrofe (fra gli ultimi in questi giorni anche Bill Gates che forse deve redimersi dalle sue frequentazioni con Epstein) né di sacerdoti dell’innovazione. Abbiamo bisogno di persone capaci di ragionare e non di politici che si occupano solo del bollo d’auto o delle scuole con cap di stranieri. Intanto mentre continuiamo a discutere se siamo davanti alla prossima grande bolla o alla fine del mondo, Wall Street ha raggiu


