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Casi e casini di borsa/ A Colaninno costa cara Alitalia, le svalutazioni mandano in rosso bilancio di Immsi

 

colaninno

Alitalia costa caro a Roberto Colaninno: il bilancio 2012 di Immsi, la holding del manager e imprenditore mantovano, si chiude con un rosso di 33,6 milioni di euro, a fronte di un utile di 8,5 milioni nel 2011, dopo aver svalutato di 36,3 milioni la quota di partecipazione (7,08%) nell’ex compagnia di bandiera italiana, “salvata” nel 2008 dai “capitalisti coraggiosi” riuniti dallo stesso Colaninno in Cai (oltre ad ulteriori 8,6 milioni di euro di svalutazioni riferite alla partecipazione in Rcn Finanziaria, cui fanno capo i Cantieri navali Rodriguez, elise in sede di consolidato). Come dire che senza Alitalia il bilancio 2012 avrebbe mostrato utili pari a 2,7 milioni.

Dopo tale svalutazione, precisa una nota della holding nata nel 2000 dalla scissione del ramo immobiliare di Sirti dall’allora controllante Telecom Italia e che oggi controlla una cinquantina di società operanti in settori che vanno dall’immobiliare all’industria dei trasporti (tra cui la Piaggio, i cui conti sembrano invece aver soddisfatto gli analisti avendo registrato un utile di 42,1 milioni), il valore della partecipazione in Alitalia – Cai si è ridotto da 77,3 a 43,7 milioni di euro (con una valutazione implicita del 100% della compagnia che cala così da 1.092 a circa 617 milioni). 

Alitalia – Cai, società che ha acquisito per complessivi 1.052 milioni di euro gli asset “sani” di Alitalia, Alitalia Express, Volare, Air One e Air One CityLiner, è stata fondata nel 2008 con un impegno di “lock-up” che vincolava i soci a restare nel capitale della nuova compagnia fino allo scorso 12 gennaio. La neppure troppo segreta speranza di Colaninno e l’altra ventina di “capitalisti coraggiosi” è sempre stata la cessione ad Air France-Klm, entrata nel capitale nel gennaio 2009 con una quota del 25% pagata 323 milioni di euro, valore mantenuto invariato in bilancio anche se già nel giugno 2010 da documenti ufficiali risultava come la compagnia stimasse la partecipazione non più di 188 milioni di euro, pari ad una svalutazione implicita del 41,8% (che avrebbe ridotto a 752 milioni il valore del 100% di Alitalia – Cai).

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Tuttavia la crisi internazionale sembra aver mandato in frantumo quelle speranze, tanto più che in quattro anni Alitalia – Cai ha accumulato perdite per 800 milioni di euro e Jean-Cyril Spinetta, numero uno del gruppo francese che nel 2009 aveva offerto per il gruppo italiano 1,7 miliardi di euro ed ora è destinato a lasciare dal prossimo primo luglio la sua poltrona al più giovane Ceo di Air France, Alexandre de Juniac, ha finito col cambiare idea, dicendosi non più interessato.

Se Colaninno si lecca le ferite e medita il da farsi, altrettanto insoddisfatti sembrano i soci più esposti, dal gruppo Riva (10,62% del capitale) a Intesa Sanpaolo (8,86%), piuttosto che i Benetton (tramite Atlantia all’8,85%), il gruppo Angelucci (5,31%) o Carlo Toto (5,31%). Anche loro, come gli altri componenti della cordata di “salvatori” hanno infatti dovuto metter mano al portafoglio e, non senza qualche dissapore (Salvatore Mancuso, Achille D’avanzo, Cosimo Carbonelli D’Angelo e Antonio Orsero hanno votato contro nell’assemblea dello scorso febbraio) hanno approvato un prestito da 150 milioni di euro sottoscritto dagli stessi soci a favore della compagnia, necessario per garantire l’attività della compagnia (che ha iniziato l’anno “bruciando” in media un milione di ero al giorno) fino a questa estate. Poi si dovrà decidere che fare.

Luca Spoldi